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Trattativa: l’ipocrisia e i silenzi degli omuncoli

Il disonore di pochi ha umiliato e tuttora umilia l’onore della maggioranza dei siciliani onesti. I siciliani avrebbero fatto volentieri a meno dei vari Riina, Greco, Bontade, Lima e Cuffaro. Ma che, invero, sentivano la necessità di condurre una vita sociale improntata sulla legalità e non essere alla mercé dell’arroganza distruttiva di Cosa nostra. Allo stesso modo, la supposta perdita di memoria di pochi, impedisce ai molti italiani onesti di conoscere la verità sulle stragi del 92/93. L’amnesia collettiva, risulta assera stata propagata da un virus che ha contagiato alcuni uomini della politica e delle istituzioni, che non ricordano nulla della trattativa, tra Stato e mafia. Ha contaggiato, persino, coloro che in via D’Amelio, ebbero a “toccare” la borsa di Paolo Borsellino, non ricordando nemmeno le azioni compiute, negando non solo di averla presa ma nemmeno di aver visto l’Agenda Rossa di Borsellino. Che siano tutti casi umani?

Condivido l’appello di Giovanna Maggiani Chelli “Se tutti vorremo la verità sulle stragi, non potranno non darcela”. Ma, prego il presidente Maggiani Chelli dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, di consentirmi un distinguo. La verità non può e non dev’essere concessa sol perché la chiedono in tanti; è un diritto anche di una sola persona. Non dev’essere l’adunanza di un Popolo a chiederla, ma dovrebbe essere la normalità di un Paese normale. Il potere politico, che si arroga la presunzione di distillare la verità, anche opponendosi a togliere il segreto di Stato, ebbene è sodale e compiacente verso i mafiosi. Nessuna ragion di Stato può sopraffare il diritto di un Popolo di conoscere la verità. E, qualcuno dimentica, dolosamente, che la verità è la condicio sine qua non per dare pace ai martiri della violenza mafiosa e giustizia ai loro familiari. Se, ostacolare o negare la verità non è favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra, ditemi, per favore, cos’è?

A me non interessano le mezze verità o le verità giudiziarie, io chiedo solo ed esclusivamente la verità e non c’è affatto bisogno di scomodare il filosofo Aristotele, per affermare di quale verità ha bisogno il Popolo italiano.

Ora, fa comodo riaffermare, come ha fatto Nicola Mancino, che i pentiti si lascino condizionare dai mass media. E’ il solito leitmotiv che viene riproposto quando si è a corto di argomentazioni. Ne ha fatto ricorso Andreotti e persino lo stesso Contrada. Le affermazioni di Mancino, ripropone lo spinoso problema dei pentiti, ovvero, se parlano di affari delle “famigghie”, sono credibili, se, ahimè, sfiorano la “casta” allora, sono da buttar via. Un po’ come è successo con l’improvvida dichiarazione di Berlusconi: “la mafia è forte perché si fanno le fiction”. Puerile affermazione da chi invece la mafia la conosce bene per averla avuta all’interno del suo habitat.

Certo, mi rendo conto che i pentiti non sono il vangelo della verità, tant’è che la cautela sulle loro dichiarazioni era necessaria e dovuta. Tuttavia è anche vero che possibili manipolazioni possono essere accadute: vedi Scarantino. Quindi, ritenere a priori che le dichiarazioni di Spatuzza o di Brusca, siano il frutto di una lettura dei mass media è quanto meno ipocrita e fuori da ogni logica investigativa.

La strada da percorrere per giungere alla verità non può essere irta da ostacoli o come citato, da opinabili veti del segreto di Stato. Le ipocrisie e i silenzi degli omuncoli, non ci priveranno di conoscere la bruttura di una stagione, che è stata una delle più nere della nostra Repubblica. Un giorno, dopo gli eccidi di Montana, Cassarà e Antiochia, fui convocato al Viminale e mi fu offerta la possibilità di costituire una talkforce per contrastare in forma anonima la mafia: risposi di no! Era fuori dai miei principi investigativi, fatti di trasparenza e regole.

Ora rispondo di no a tutti coloro che a qualsiasi titolo, vorrebbero insabbiare le dichiarazioni emergenti in ordine alla trattativa, fatte da Spatuzza e Brusca.
La verità sulle stragi è la base di una nuova primavera italiana.

Pippo Giordano

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