“La motivazione degli omicidi e delle stragi del ’92-’93 va ricercata nella sentenza definitiva del Maxiprocesso. La Cassazione aveva confermato il teorema Buscetta. Nonostante l’ottimismo iniziale – volto soprattutto a tranquillizzare gli imputati – decidemmo di elaborare una strategia alternativa. Si doveva dare una lezione allo Stato: quelli che avevano promesso e non mantenuto si dovevano uccidere. La strategia di Cosa nostra era stata decisa da Riina, ma non so se era stata concordata con altre persone”. A parlare è il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera, sentito questa mattina a Palermo al processo sulla Trattativa Stato-Mafia. L’ex mafioso di Altofonte (mandamento di San Giuseppe Iato), punciuto nel 1980, partecipò attivamente alla strage di Capaci dando il segnale decisivo per far partire l’attentato.
“Volevamo colpire la Democrazia Cristiana: tra gli obiettivi c’erano Salvo Lima e i cugini Salvo. Nel 1987 avevamo lanciato un segnale votando per il Psi, ma il segnale non fu colto”, ha dichiarato La Barbera, interrogato dal sostituto procuratore Del Bene. Nella lista dei condannati a morte di Cosa nostra compariva anche Calogero Mannino: “Salvatore Biondino (uno dei colonnelli di Totò Riina, ndr) mi dette un’ambasciata da portare a Bagarella: ‘Si deve portare il vino a quell’indirizzo’. Portare il vino significava ‘attenzionarlo’ per fargli un attentato. Dopo ho scoperto che lì vi era l’ufficio o l’abitazione di Mannino”. Secondo i requirenti palermitani, fu proprio il democristiano siciliano che, per paura di essere ammazzato, attivò il ros per avviare i contatti con Cosa nostra.
La mafia siciliana voleva uccidere anche Claudio Martelli, tanto che Giovanni Brusca inviò a Roma Gaetano Sangiorgi (il genero di Nino Salvo) per valutare la fattibilità di un attentato nei confronti del socialista. “Fu individuato Martelli perché nel 1987 riuscimmo a fargli ottenere tanti voti e, nonostante questo, lui continuava a parlare male di Cosa nostra”, ha affermato il pentito. Tra i bersagli umani di Cosa nostra c’era anche Giulio Andreotti, ma il rafforzamento della sua scorta rese improbabile il buon andamento di un possibile attentato nei suoi confronti. La mafia decise quindi di colpire i figli del Divo Giulio: “Scegliemmo i figli di Andreotti perché il padre era un difficile bersaglio. Volevamo punire Andreotti perché non aveva fatto niente per Cosa nostra. Avrebbe dovuto fare qualcosa, ma non c’era stato più interessamento per far tornare tutto come prima”.
L’organizzazione mafiosa progettò anche un attentato nei confronti dell’allora procuratore aggiunto presso la Dna Pietro Grasso: “Avevamo ritirato i telecomandi a Catania, avevamo fatto i sopralluoghi e avevamo l’esplosivo. L’esplosivo andava collocato in un tombino della strada che Grasso percorreva per andare ad incontrare i suoceri. Non se ne fece di nulla perché ci fu un problema tecnico: rischiavamo che l’esplosivo scoppiasse prima del passaggio di Grasso”, ha riferito La Barbera.
Il pentito ha parlato anche della trattativa che vide protagonisti il mafioso Antonino Gioè e l’eversore nero vicino ai Servizi segreti Paolo Bellini. Un canale di dialogo tra Stato e mafia parallelo a quello principale (la Trattativa condotta prima da Riina e poi da Provenzano con i Carabinieri del Ros). L’eversore nero aveva contatti con un generale dei Carabinieri, il quale compito era quello di recuperare le opere d’arte rubate, perciò si rivolse a Gioè per farsi dare una mano. Il mafioso, sentiti i suoi superiori, chiese gli arresti domiciliari per alcuni uomini di Cosa nostra (tra i quali Madonia, Calò e Bernardo Brusca), in cambio del ritrovamento delle opere. Bellini suggerì a Calò di consigliare ai mafiosi in questione di fingersi malati per ottenere gli arresti ospedalieri: a quel punto sarebbe intervenuto lui stesso per garantire ai criminali la detenzione domiciliare. Stando alle parole di La Barbera però, la trattativa con l’eversore nero non andò in porto: “Le persone rimasero in carcere e le opere d’arte non furono consegnate a Bellini”.
In ogni caso, il canale di dialogo parallelo alla Trattativa Riina (Provenzano)-Ciancimino-Ros produsse almeno un risultato: mise nella testa dei mafiosi l’idea di colpire il patrimonio artistico italiano. “Secondo Bellini la nostra strategia stragista era controproducente. Lui dette quindi delle indicazioni a Gioè: ‘T’immagini se l’Italia si alzasse una mattina senza Torre di Pisa?’, disse. A quel punto, Cosa nostra iniziò ad organizzarsi in questa direzione”. E nel ’93 colpì la Torre dei Pulci attigua agli Uffizi (strage di via dei Georgofili), il Padiglione di arte contemporanea di Milano (strage di via Palestro) e le basiliche romane di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Giorgio come l’allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano; Giovanni come il signore che sedeva sullo scranno più alto di Palazzo Madama, Giovanni Spadolini…
Simone Ferrali – www.you-ng.it

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