di Agende Rosse Torino – 24 gennaio 2013Scorta civica Torino: appuntamento Sabato 25 Gennaio alle 16 in piazza Castello lato Prefettura.
UN MAGISTRATO è condannato a morte dalla mafia, e nei grandi giornali quasi non se ne parla: poche informazioni, zero volontà di mobilitare l’opinione pubblica. In Italia, chi indaga sui mandanti di un crimine e – ancor di più – sul legame mafia-politica è in grave pericolo, da sempre. Falcone e Borsellino, le vittime più illustri. Oggi è nel mirino Nino Di Matteo. Lavora con scrupolo e onestà e porta avanti l’indagine sulla Trattativa Stato-mafia. È in trincea e rischia la vita: ogni giorno. Un uomo così dovrebbe essere protetto dallo Stato. Non accade. Gli si frappongono ostacoli e finisce per essere, paradossalmente, inviso alla mafia e allo Stato.
Gran parte dell’opinione pubblica, tuttavia, è come narcotizzata da notizie e azioni tese a confondere le acque non vogliono vedere la sostanza e sono parte, consapevoli o meno, del tentativo di fermare l’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia.
Si delegittima il magistrato, lo si isola, col rischio che si avveri la volontà criminale di Totò Riina. Ciò che stupisce è la capacità di dimenticare. La letteratura vede, intuisce, ciò che la magistratura dimostrerà nei processi. Ma bisogna istruirli i processi e consentire alle indagini di andare avanti. Invece,si frappongono ostacoli. Capaci è un ostacolo. Via D’Amelio è un ostacolo. Essere morto nel cuore di Riina (caso Di Matteo) è un ostacolo.
E ancora, ma per altri motivi, distruggere le intercettazioni Napolitano – Mancino … è un ostacolo. Se la società civile non si stringe intorno ai magistrati coraggiosi mentre indagano, è inutile e ipocrita che pianga quando vengono uccisi. Una “serena paura”, solo un ossimoro può spiegare la condizione psicologica di Di Matteo, fermamente determinato ad andare avanti nel suo lavoro e umanamente preoccupato per sé e i suoi familiari. Ha validi sostenitori il magistrato, adesso, però, è arrivato il momento di ragionare “con la gente e tra la gente”, di partecipare ai dibattiti e parlare di questi temi per le strade, a casa, nei luoghi di lavoro.
Oggi si tratta di capire che, come per Falcone e Borsellino, è in atto nei confronti di Di Matteo un processo di delegittimazione e isolamento:
quanto? Come? Fino a che punto è esteso questo processo? Si può fare qualcosa per fermarlo? Non è una questione di poco conto.
Dobbiamo sapere in che Paese viviamo.
Se necessario scendere in piazza.
Lo esige la memoria dei magistrati uccisi .

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