Oltre il colore politico
“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, si tratti di scovarli e di metterli in galera. La questione morale è l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi.” — Enrico Berlinguer
“Il politico non deve essere soltanto onesto, deve anche apparire onesto. Quando un politico appare inquinato da rapporti con la criminalità organizzata, deve essere messo da parte dal suo partito.” — Paolo Borsellino
Da un lato Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano e icona della sinistra proletaria. Dall’altro Paolo Borsellino, magistrato di area conservatrice, noto per la sua vicinanza agli ambienti della destra storica e giovanile. Figure distanti? Niente affatto.
Rileggendo oggi la celebre intervista di Enrico Berlinguer sulla “questione morale”, pubblicata nel 1981, e il discorso di Paolo Borsellino pronunciato a Bassano del Grappa nel 1991, l’analogia salta all’occhio. È un’analogia profonda che annulla le barriere ideologiche in nome della salvezza dello Stato, il nostro, quello di un Popolo che auspica la Democrazia e rivendica con forza i principi della sua Costituzione.
È l’etica della responsabilità il cuore pulsante della riflessione che non risiede, come si potrebbe pensare, in una dottrina economica o sociale.
Nel 1981 Enrico Berlinguer denunciava come i partiti fossero diventati “macchine di potere e di clientela” piuttosto che strumenti di partecipazione. L’occupazione delle istituzioni da parte di chi invece avrebbe dovuto avere la responsabilità e il dovere di servirle era il nocciolo della questione morale.
Nel 1991 Paolo Borsellino si trovava a Bassano del Grappa. Parlando della lotta alla mafia, il magistrato mise in evidenza che la battaglia non poteva essere solo giudiziaria, doveva essere anche culturale e politica. Borsellino evidenziò come la politica non doveva solo essere onesta ma doveva anche apparire onesta, rifiutando e evitando ogni contiguità con il malaffare, anche se non penalmente rilevante.
Dove convergono i concetti chiave?
Sono tre i pilastri fondamentali su cui si fondono i discorsi di Borsellino e di Berlinguer nonostante le radici divergenti.
Il primo riguarda l’autonomia delle istituzioni. Entrambe le figure vedevano nel “vizio” della politica una tendenza a fagocitare lo Stato. Per Borsellino era quel compromesso grigio (tristemente destinato a diventare culturalmente naturale e accettabile) tra amministratori e criminalità organizzata. Per Berlinguer era la lottizzazione dei partiti.
Il secondo pilastro è il valore dell’esempio. Dove Berlinguer richiamava i comunisti alla “diversità” morale, Borsellino diceva alla destra e a tutta la politica di fare pulizia al suo interno, una pulizia etica e morale che prescindesse dalle sentenze del tribunale, mettendo in primo piano la trasparenza necessaria alla gestione della cosa pubblica.
Il terzo ed ultimo pilastro ci parla del diritto al futuro. Berlinguer come Borsellino parlava alle giovani generazioni, rimarcando con forza e consapevolezza che una democrazia svuotata di etica è una democrazia destinata a morire.
La trasparenza, l’onestà e il distacco tra interesse pubblico e privato non sono né di destra né di sinistra. Sono, semmai, verità prepolitiche; sono le condizioni minime di esistenza di una nazione giusta e libera.
Fari per la cittadinanza
Berlinguer come Borsellino tracciarono la via da seguire moralmente, eticamente e politicamente, insegnandoci che l’appartenenza a un’area ideale non poteva essere un paravento per giustificare l’illegalità e l’assenza di trasparenza. Doveva essere, invece, un ulteriore impegno a onorare le istituzioni che si è chiamati a servire. L’incontro postumo su questo terreno comune delle idee di due veri uomini di Stato riecheggia come il monito più potente per chiunque intenda la politica come servizio e non come privilegio.
Di Christina Pacella
