Chiedo scusa ai non Siciliani per questa divagazione su un tema non attinenente direttamente a quelli trattati in questo sito ma l’occasione mi è data dalle discussioni che spesso facciamo nei momenti di pausa con Benny Calasanzio, con il quale in questi giorni sto girando l’Italia per portare insieme quello che ci accomuna e che, nonostante la differenza di età, ci rende amici, la nostra rabbia e la nostra voglia di Giustizia.
Il coltivare il mio dialetto è una di quelle cose che mi aiutano a sentire meno la lontananza dalla mia terra dalla quale sono andato via quarant´anni fa alla ricerca di un posto dove poter trovare un lavoro senza dovere chiedere favori e senza dovere poi a mia volta restituirli e alla ricerca di un posto dove far nascere e crescere i miei figli lontano da quel cancro che corrodeva il mio sud.
Il mio sud, nel quale 25 anni dopo, sarebbe stato ucciso mio fratello Paolo, lasciandomi dentro il rimorso per essere fuggito e insieme l’amara constatazione di vedere come intanto quel cancro fosse entrato in metastasi corrompendo l’intero nostro paese.
Ho ricevuto oggi da Benny un messaggio con dei (supposti) versi della cantata “La barunissa di Carini”.
Ho cercato in tutte le 392 varianti di questa cantata raccolte da Salamone Marino, ma quelli che Benny mi riporta non si trovano in questa sequenza in nessuna di esse.
Penso quindi si tratti di versi estrapolati da varianti diverse e messe insieme su qualche sito in rete secondo un ordine piuttosto vago.
Chianci Palermu, chianci Siracusa
A Carini c’è lutti in ogni casa.
Attornu a lu casteddu di Carini
Ci passa e spassa un beddu cavaleri.
Lu Vernagallu si sangi gintili.
Amuri che mi teni lu cumannu
Inni mi porti duci amuri, unni ?
Per parte mi ritengo che la variante più completa e attendibile sia la 392, raccolta nel 1908 a Palermo (e dove se no ?) dalla voce di Maria Agnese Attardi.
“Questa vecchierella che vive tranquilli giorni in casa della nuora, la ricamatrice Concetta Di Cristina, seguì da piccola il patrigno Vito Li Fauci, un cantastorie di professione che peregrinava di continuo da paese a paese della Sicilia. Li Fauci era cieco di un occhio e claudicante e godeva molta popolarità per la sua sonora e chiara voce e per il ricchissimo repertorio che teneva a mente di canzoni e di storie. Cantava Orlannu, Conti Ruggeri, La prisa di la gran Surdana, La Rigina di li Fati, La pesti di Palermu, Lu Casu di Sciacca, ed altre molte storie, che la Attardi ricorda appena frammentariamente o solo per il contenuto.
Quella della Barunissa, che era una delle più ricercate, ma che ordinariamente non si cantava in pubblico, bensì in private riunioni e a pagamento prestabilito, la Attardi imparò e poi ha sempre ritenuto con vera passione. Ella ritiene che esatta e intera nessuno la sapesse, altro che il suo patrigno; ma conviene che altri pure la cantavano, con precauzione, perchè era proibita dal re“
(dal libro “La Baronessa di Carini”, di Aurelio Rigoli edito da Flaccovio).
Estraggo da questa variante 392, dopo la quale Salamone Marino non elenca più alcuna variante, a mio avviso perchè ritenne questa la più completa e fedele all’impianto originale, i versi a cui si ispirano quelli che Benny ha riportato.
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Chianci Palermu, chianci Siragusa
chianci Carini chist’amaru casu
ca fu ‘na petra di l’ariu dulurusa
ca fu ‘na dragunara impia e marvasa.
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Lu casu amaru successi a Carini
‘Ntra ddu casteddu so cci stava beni
la barunissa ch’era un ciuri d’aprili
chi lu spannia l’oduri e lu meli.
Lu Vernagallu, di sangu gintili
chi di la giuvintù l’onuri teni
cci va d’attornu galanu e gintili
comu la lapa abbramata di meli.
E meli cci surbi, ‘mmenzu li so frunni
pircì prontu lu ciuri ci rispunni:
e sira e matina cci va puntuali
c’un cavadduzzu chi vola senz’ali;
cci va sicuru cu tantu d’arduri
ca tuttu vinci e domina l’amuri.
Amuri domina e lu tuttu vinci:
vinci li cori e l’attacca a la so rota
cu ‘na catinedda chi li ‘ngrana e strinci
e battiri li fa supra ‘na mota.
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Debbo allora purtroppo rispondere a Benny, parafrasando dei versi di un’altra variante della “Barunissa” che per il momento
“La to varcuzza resta fora portu,
la vila rutta e lu pilotu mortu“

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