L’annotazione è stata resa nota pochi giorni durante il processo a carico di Mario Mori. Viene inviata il 10 agosto 1993 al ministro dell’Interno Mancino. Gli investigatori avvertono: non cedere sul carcere duro. Due mesi dopo viene annullato il regime carcerario per 373 mafiosi
Il riferimento a quello spunto d’indagine è contenuto in una relazione che la Dia invia il 10 agosto del 1993 all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino. Un rapporto illuminante che per quasi vent’anni è stato catalogato come “Riservato” dal Viminale, prima che la commissione antimafia lo declassificasse nella seduta dello scorso 20 luglio.
Un rapporto tirato fuori integralmente dal sostituto procuratore della Dda di Palermo Nino Di Matteo proprio durante la deposizione dell’ex ministro Mancino all’ultima udienza del processo contro Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra.
Sono 24 pagine di analisi investigativa quelle redatte dalla Dia che decriptano quasi in diretta le dinamiche dell’aggressione allo Stato che Cosa Nostra mette in atto nel 1992 – 1993. Un attacco che si divide in almeno due periodi separati da una data fondamentale: il 19 luglio 1992, ovvero la strage di via d’Amelio. “La strage di Capaci e l’omicidio di Salvo Lima sono da interpretare come due momenti significativi di una strategia a difesa di Cosa Nostra –si legge nella relazione – dopo la strage di via d’Amelio, Cosa Nostra è divenuta compartecipe di un progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato”.
Quelle bombe hanno un duplice obbiettivo: da una parte l’alleggerimento delle condizioni carcerarie per i boss detenuti; dall’altra il raggiungimento di una nuova pax tra mafia e Stato. È la trattativa, e gli stessi analisti della Dia ne parlano nella nota. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. È solo il 10 agosto del 1993 ma gli analisti della Dia la definiscono proprio così: “trattativa”, forse per la prima volta nella storia.
Ma c’è anche dell’altro: “Verosimilmente – continua la nota – la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo.”
A questo punto, fanno notare gli investigatori della Dia al Ministro dell’Interno, la situazione del pugno di ferro tra lo Stato e Cosa Nostra potrebbe anche essere recuperata, nonostante la gravità dell’analisi. Ma a una condizione: non cedere di un millimetro proprio sull’oggetto che ha scatenato la violenza mafiosa, ovvero il carcere duro. “È chiaro – avvertono gli investigatori antimafia – che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. E infatti nel novembre successivo, appena due mesi dopo l’arrivo della nota sulla scrivania di Mancino, il Ministro della Giustizia Giovanni Conso lascerà scadere il regime di 41 bis per 373 detenuti mafiosi. Proprio il segnale di cedimento che lo Stato non avrebbe mai dovuto dare in quel momento.

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