di Pippo Giordano – 25 aprile 2017
Questo assunto l’ho scritto sulla base di un convincimento maturato nell’ambito della mia pregressa attività investigativa, avulsa da pregiudizi di sorta. Il mio intento è far rilevare due moventi che diedero luogo agli omicidi eccellenti e alle stragi del 1992, rispetto alle stragi nell’anno successivo. Ritengo che la genesi del movente degli attentati del ’92 sia da ricercare nella volontà specifica di Riina e dell’intera Cosa nostra, come la risposta violenta per l’onore ferito a seguito delle decisione della Cassazione di confermare le condanne del maxiprocesso. E conclusa l’operazione “pulizia” coi suddetti omicidi e stragi, il movente odio/vendetta potrebbe aver subito un mutamento in corso d’opera, dando la stura alla trattativa Stato-mafia: trattative verosimilmente intensificatesi di seguito all’arresto di Riina e che videro l’apice violenta con gli attentati del ’93. Recentemente, quando sui media è rimbalzata la notizia che Salvatore Riina era disposto a “parlare” al processo trattativa Stato-mafia, mi è caduto il mondo addosso. Mi son chiesto: ma allora non avevo capito nulla di Cosa nostra? Rimarco, che da ragazzo, quando per motivi di lavoro frequentavo parte del gotha mafioso degli anni 50/60, mai avrei immaginato una “cantata” con lo Stato. Nooo!!! – mi ripetevo – non è possibile che Totò u curtu, come suo cognato Luca Bagarella, possa “parlare” allo Stato. Poi, invero Riina ha desistito sulla volontà di rispondere ai PM e quindi la mia opinione sui “corleonesi” doc era ampiamente salvata.
La maggior parte dell’opinione pubblica non sa che ancor prima del mancato attentato dell’Addaura (1989), Cosa nostra aveva pianificato l’uccisione di Falcone. L’agguato sarebbe dovuto avvenire sulla strada interna al Parco della Favorita, che porta a Mondello. Quindi, il progetto di eliminare il dottor Falcone risale appunto ai primi anni ’80. La decisione della Cassazione fece miseramente fallire le aspettative di Totò Riina e lo mise alla berlina nei confronti della consorteria mafiosa da lui capeggiata. In buona sostanza, Riina diventò come un’anatra azzoppata: ferito nell’orgoglio, ma desideroso di dare risposte violente verso Falcone e Borsellino, ritenuti responsabili dell’impianto accusatorio dell’intero maxiprocesso e verso alcuni che avrebbero dato assicurazioni sull’esito favorevole da parte della Cassazione. Trascorsero 42 giorni dalla sentenza della Cassazione, e la rabbia di Cosa Nostra, si materializzò con l’omicidio di Salvo Lima e poi a seguire con le stragi di Capaci, via D’Amelio, sino a chiudere il cerchio con l’omicidio di Ignazio Salvo. Pertanto, vi è il ragionevole dubbio, che i delitti eccellenti, così come le stragi del 1992, possano essere ascritti al movente dettato da odio finalizzato a ristabilire la supremazia sia territoriale che di potere di Cosa nostra. Del resto la circostanza fattuale, che avvalora il movente della vendetta, si evince dall’accelerazione della strage di via D’Amelio, dopo quella di Capaci. I 57 giorni intercorsi tra le due stragi, dimostrano, semmai ce ne fosse bisogno, un comportamento atipico del modus operandi di Cosa nostra. E’ pur vero che nella storia di Cosa nostra, vi furono due attentati con autobomba compiuti nel medesimo giorno, ovvero il 30 giugno 1963. Infatti, in quella notte fu fatta esplodere un’auto a Villabate per colpire Giovanni Di Peri (da me conosciuto si da bambino) che non venne nemmeno sfiorato: morirono due persone innocenti. Mentre nella seconda esplosione, avvenuta a Ciaculli (ricordo il boato della deflagrazione), morirono sette appartenenti tra carabinieri, militari e polizia. Si dice che Falcone potesse essere agevolmente ucciso a Roma. Chi afferma tale ipotesi non ha ben compreso la mentalità di Totò Riina, specialmente dopo aver subito la beffa delle condanne definitive. Riina, a causa del retaggio violento, non poteva certamente “vincere facile”; aveva necessità di riaffermare il proprio potere, una sorta di “ca cumannu io” (qui comando io). Tant’è, che gli uomini di Cosa nostra fecero il provino dell’attentato di Capaci. Scelsero una strada di montagna nel territorio della “famiglia” di Giovanni Brusca, non del tutto disabitata, imbottirono una cunetta di tritolo e la fecero saltare in aria (chi scrive localizzò il luogo esatto delle prove dell’attentatuni).
Dal contesto funesto, emerge a chiare lettere un episodio davvero ripugnante, meschino e riprovevole. Il furto dell’Agenda rossa del dottor Paolo Borsellino. Per una volta dimentico di essere appartenuto alle Istituzioni e affermo di non essere stato d’accordo con la Cassazione, che non diede peso alle dichiarazioni dei congiunti di Paolo Borsellino, i quali affermavano l’esistenza dell’Agenda proprio nella borsa di Borsellino. Sono estremamente convinto che Paolo Borsellino annotasse in quell’Agenda nomi e indagini delicati, compreso il riferimento a quel traditore, confidato ai magistrati Camassa e Russo. Gli stessi raccontarono che Paolo Borsellino: “….. A un certo punto lui si alzò, si stese sul divano e cominciò a lacrimare e disse: non posso credere che un amico mi abbia tradito’”. Non so chi sia quel traditore a cui fece riferimento Paolo Borsellino, ma posso immaginare che tanti nomi di traditori erano segnati in quell’Agenda. Accorerebbe investigare su quante volte Borsellino incontrò o si mise in contatto telefonico con Giovanni Falcone nel periodo antecedente la strage di Capaci. E’ noto che Paolo Borsellino aveva un’altra agenda di colore grigio, e guarda caso fu ritrovata sol perchè a nessuno interessava conoscere le annotazioni delle spese per sigarette, caffè ed altro. Parimenti, quella Rossa, ahimè è sparita e se l’allora capitano Arcangioli e l’ex magistrato Giuseppe Ayala avessero usato l’abc comportamentale dell’ufficiale di polizia giudiziaria o dell’ex pm, oggi non saremmo qui a certificare, dopo 25 anni, la negata verità sulla fine dell’Agenda rossa: bastava redigere un verbale di rinvenimento e sequestro della borsa con relativa annotazione del contenuto.
Ora vorrei parlare del movimento Agende rosse, fondato dal fratello di Paolo Borsellino, Salvatore. A me spiace leggere frasi di questo tipo “Quando finirà lo show delle agende rosse?” Tale affermazione è davvero offensiva verso chi da anni spende il proprio tempo libero, col fine di conoscere la verità non solo sull’Agenda rossa, ma sulla strage di via D’Amelio. Rispetto tutte le opinioni ma mi si deve permettere di opinare su quell’ingiusta frase. Dico questo non per aver partecipato due volte, parlando dal palco di via D’Amelio, ma solamente per rispetto a chi fa parte del Movimento: io non ne faccio parte. Mi piacerebbe leggere, anche, la latitanza dei palermitani in via D’Amelio: si sa i palermitani a luglio preferiscono “u villinu”. Il che è tutto dire.
Pippo Giordano

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