Questo post è dedicato ai miei concittadini palermitani, ai quali va tutta la mia riconoscenza per il ritrovato senso civico dimostrato col profuso impegno, giorno dopo giorno, a favore del ricordo delle vittime della mafia. Sono stato testimone del cambiamento; sono lontani i tempi in cui le vittime della violenza mafiosa, venivano tumulati in silenzio e nel disinteresse generale. E, ahimè, ogni qualvolta uno di noi, un poliziotto, giudice o carabiniere, veniva assassinato a me sembrava di vivere, non in una deliziosa, quanto magnifica città, ma in un paesetto le cui persiane erano ermeticamente chiuse. Si doveva scrutare, si doveva sbirciare, ma non si poteva guardare in faccia la realtà. Rimembrando la Palermo degli anni 80, simile a Beirut, mi riesce davvero difficile colpevolizzare i miei concittadini o denigrare le mie radici, la mia terra. Mai! E, mi chiedo quali sapienti mentori hanno illuminato il popolo palermitano? E, come si poteva trarre giovamento da una classe politica indaffarata a costruire e rafforzare i legami con Cosa nostra, piuttosto che spendere il mandato ricevuto, nell’interesse della collettività? Per non parlare poi dell’arroganza mafiosa: arroganza tramutata in spavalderia per “tutti assolti per insufficienza di prove” e che dava linfa allo strapotere sul territorio con la compiacenza di chi amministrava Palermo per scopi personali e degli “amici degli amici”Poi, vennero le stragi di Capaci e via D’Amelio e il popolo palermitano, tutto intero, si è ribellato: l’atto notarile, crudo, vero, drammatico si è iscritto con gli sputi, spintoni e calci indirizzati verso coloro che rappresentavano il potere. La rabbia finalmente era esplosa ed aveva varcato la soglia delle persiane chiuse. Ed ora tutti noi dovremmo chiederci se quei calci, invero, non dovevano essere indirizzati ad altri: a coloro che in realtà resero possibili le stragi medesime o che comunque adottarono un silente assenso. Un giornale on line di destra mi ha dato il là per questo post, giacché in un articolo si negava persino l’esistenza dell’Agenda Rossa e che l’esibizione plateale dell’Agenda, innalzata a dimostrazione della sua esistenza non sarebbe altro che un rito sterile. Vorrei far notare che Salvatore Borsellino, così come i giovani del movimento delle Agende Rosse, tutte le volte che innalzano l’Agenda, un urlo squarcia il silenzio, ossia “resistenza, resistenza” alla verità negata da supposti depistaggi e trattative. E per far un paragone, è ben cosa diversa, come alzare in cielo un ampolla riempita dalle acque di un fiume padano. Parimenti, giova evidenziare, che non è vero che il 19 luglio rappresenta una rituale passeggiata. Evidentemente l’articolista non è informato e non segue le “cronache” giornaliere che descrivono il reiterato impegno verso le scuole e con conferenze e dibattiti, che durano tutto l’anno. Il 19 luglio via D’Amelio rappresenta la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo, per dare l’apporto necessario a più incisive iniziative per abbattere il muro di gomma, che ancora oggi impedisce di conoscere la verità.
Amici palermitani, sfatiamo questo luogo comune che noi agiamo per ritualità o omertà. Dimostriamo che il 19 luglio, in via D’Amelio ci sia una città che chiede giustizia, che chiede verità. Sono certo che Palermo chiederà “il saldo del conto”, per essere stata offesa, oltraggiata e ferita, e che la partecipazione non si esaurirà nella sola giornata di via D’Amelio. Quindi, dimostriamo d’essere una comunità onesta, lavoratrice e che pretende, dopo il silenzio e le menzogne di Scarantino, che il buio non attanagli la nostra mente: abbiamo arsura di giustizia.

Be First to Comment