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“Strage di Bologna, dalle indagini al processo mandanti: parlano i magistrati” – Prima puntata

2 agosto 2026 – Intervista ai magistrati della Procura generale di Bologna che hanno condotto l’inchiesta ai mandanti. Materiale di approfondimento rispetto al podcast “Lampi – 2 agosto 1980”, scritto e narrato da Sara Poledrelli e prodotto da Piombo Podcast.

Link al podcast.

Timescore del video:

  • 0 – 58’’ Introduzione
  • 58’’ – 5’42’’ Dott. Alberto Candi (già Avvocato generale della Procura Generale di Bologna) sulle ragioni dell’avocazione delle indagini ai mandanti che la Procura della Repubblica di bologna voleva archiviare.
  • 5’43’ ’- 6’55’’ Dott. Umberto Palma (già Sostituto procuratore generale della Procura Generale di Bologna) sull’analisi dei flussi finanziari e la delega alla Guardia di Finanza nella figura del Maggiore Cataldo Sgarangella, ospite della 6° puntata del podcast “Strategia parallela”.
  • 6’56’’ – 11’30’’ Dott. Palma e Dott. Nicola Proto (già Sostituto procuratore generale della Procura Generale di Bologna) sul rinvenimento dell’originale del “Documento Bologna”.
  • 11’31’’ – 15’34’’ Dott. Palma sulla scoperta del “Documento Artigli” e sul suo significato e sul suo potere ricattatorio.
  • 15’35’’ – 17’50’’ Dott. Proto, ulteriori osservazioni sul “Documento Artigli”.
  • 17’51’’ – 29’48’’ Dott. Palma sul “processo ai morti”, sul diritto alla verità e diritto alla difesa. Considerazioni sulla condanna per millantato credito di Gelli nel Processo P2, elemento fondamentale nella decriptazione del “Documento Bologna”.

Redazione 19luglio1992.com

 

Introduzione e contesto dell’inchiesta

L’intervista inedita, che verrà pubblicata in tre puntate suddivise per capitoli, fa parte del podcast divulgativo “Lampi – 2 agosto 1980”, scritto e narrato da Sara Poledrelli [1]. L’obiettivo è approfondire temi rimasti sullo sfondo del progetto attraverso la testimonianza diretta dei magistrati della Procura Generale Alberto Candi, Umberto Palma e Nicola Proto [1], che hanno condotto l’inchiesta sui mandanti della strage alla stazione di Bologna.

I temi toccati nella prima parte dell’intervista.

L’avocazione dell’inchiesta (Alberto Candi)

Il dottor Candi spiega che l’inchiesta fu avocata dalla Procura Generale nel settembre 2017 [2]. In quel periodo, la Procura della Repubblica, pur rinviando a giudizio Gilberto Cavallini come quarto esecutore materiale, aveva richiesto l’archiviazione per il filone cd. “ai mandanti”, ritenendo che dalle indagini eseguite sul “documento Bologna” (un appunto trovato addosso a Licio Gelli nel 1982) non emergessero elementi utili a individuare chi potesse aver organizzato e finanziato la strage [2, 3]. La Procura della Repubblica sosteneva inoltre che la tesi dello “spontaneismo armato della destra eversiva”, ovvero terroristi che agiscono in proprio in totale autonomia, fosse sufficiente a spiegare la strage, escludendo l’esistenza di mandanti esterni [3].

Tuttavia, la Procura Generale decise di avocare le indagini (atto legittimo e straordinario) convinta che ci fosse ampio margine di approfondimento sulla base di diversi elementi:

**La sentenza di Brescia:** Una sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano sulla strage di Brescia indicava un “filo unico” tra le stragi italiane (Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Bologna) che passava per **Ordine Nuovo** [4].

**Rivalutazione di vecchi collegamenti:** Erano emersi legami tra esponenti di Ordine Nuovo Veneto (come Massimiliano Fachini, già condannato nella sentenza d’Assise del 1988, seppur assolto nei seguenti gradi di giudizio) e Gilberto Cavallini che era appena stato rinviato a giudizio (elemento utile a far crollare la mistificazione dello spontaneismo come svincolato dal neofascismo della prima ora colluso coi servizi segreti, emergeva al contrario continuità fra ON e NAR) [4, 5].

**Delega alla forza di polizia specializzata, ovvero la Guardia di Finanza:** Per analizzare i flussi finanziari del “documento Bologna”, i magistrati decisero di affidarsi alla Guardia di Finanza (nello specifico al maggiore Cataldo Sgarangella) anziché ai Carabinieri o alla Digos, per avere una competenza tecnica specifica su movimenti bancari complessi tra Perù, Svizzera e il Banco Ambrosiano Andino [5, 6]. La GdF viene officiata dopo che la PG ha fatto le proprie analisi per avere conferma definitiva.

 

Il ritrovamento del “Documento Bologna” (Nicola Proto)

Il dottor Proto descrive il ritrovamento materiale dell’originale del “documento Bologna” presso l’Archivio di Stato di Milano [6, 7]. Grazie all’aiuto del personale di cancelleria e delle segretarie, fu individuato in un faldone degli atti del processo per il crack del Banco Ambrosiano [7, 8].

Il documento fu rintracciato seguendo dei bollini arancioni apposti dalla polizia svizzera al momento del sequestro a Gelli nel 1982 [9]. Proto racconta di aver trovato il portafoglio originale di Gelli e di averne estratto un foglietto a quadretti ripiegato in quattro parti di pochi centimetri [9]. Sul frontespizio c’era scritto chiaramente “Bologna” seguito da un numero di conto corrente [9]. Questo ritrovamento fu fondamentale perché permetteva di contestualizzare i flussi finanziari annotati all’interno del documento (l’unica parte su cui aveva fatto le indagini la Procura della Repubblica): la “confezione” di quel documento parlava da sola [9, 10].

Digitalizzazione e il “Documento Artigli” (Nicola Proto e Umberto Palma)

La svolta nelle indagini è stata favorita dalla digitalizzazione di oltre un milione di pagine di atti, che ha permesso ricerche testuali per parole chiave [10, 11]. Attraverso questo sistema, è stato possibile:

* Ricostruire la rete di contatti di personaggi chiave come Giorgio Di Nunzio, Marco Cerruti e Francesco Pazienza [11].

*   Scoprire il “documento Artigli” tramite la ricerca del nome dell’avvocato Dean (difensore di Gelli) associato a quello del suo assistito [11].

Il “documento Artigli” è un appunto del 1987 in cui si riferisce di una visita dell’avvocato Dean alla Direzione Centrale di Polizia di Prevenzione (ex Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, già diretto da Federico Umberto D’Amato) [11, 12]. In quell’occasione, Gelli per il tramite del proprio avvocato, Fabio Dean, lanciò una minaccia: se, interrogato sui documenti sequestratigli (tra i quali spiccava il “documento Bologna”), non gli avessero fatto le domande giuste, avrebbe certamente potuto “tirare fuori gli artigli”. Nonostante la gravità di questa minaccia, un vero e proprio ricatto, rivolta a funzionari dello Stato e indirettamente al ministro Fanfani [12], il documento non fu mai trasmesso all’autorità giudiziaria né di Bologna, né di Milano [13-15].

Il “processo ai morti” e il ruolo di Licio Gelli (Umberto Palma)

Riguardo alla critica da molti rivolta alla Procura Generale di Bologna di celebrare un “processo ai morti” (Gelli, D’Amato, Tedeschi, Ortolani), il dottor Palma chiarisce che:

*   È necessario indagare le condotte di persone decedute se queste sono in concorso con quelle di un imputato vivo (come Paolo Bellini) [16, 17].

*   L’inchiesta ha rivelato che la strage è stata finanziata e organizzata dalla P2, e che gli esecutori materiali avevano livelli superiori a cui rispondere [17, 18].

*   Gelli fu interrogato quattro volte sul “documento Bologna” quando era in vita, fornendo risposte elusive o fantasiose (parlando di “prestiti” o negando di conoscere figure come “Zaf”), esercitando così il suo diritto di difesa [19, 20].

* Gelli era già stato condannato per millantato credito nel processo P2. Si trattava dunque di un fatto consolidato e semplicemente acquisito agli atti del nuovo processo.

I flussi finanziari e il depistaggio (Alberto Candi)

L’indagine ha decriptato un flusso di 15 milioni di dollari provenienti dal Banco Ambrosiano Andino [21] (consociata estera del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi). Gelli utilizzò questi soldi facendo credere a Roberto Calvi di poter aggiustare i suoi processi a Milano e Roma attraverso la corruzione di magistrati e apparati giudiziari (operazione di millantato credito) [21, 22].

In realtà, gran parte di quel denaro fu intascato da Gelli e Ortolani. Solo 1.900.000$ fu invece destinato all’attuazione della strage di Bologna [22]. Le contabili bancarie mostrano che tra l’anticipo delle somme (Gelli a luglio anticipa di tasca propria il denaro) e il saldo finale (avvenuto il 22 agosto 1980) si inserisce esattamente l’evento del 2 agosto [23].

Ulteriore dettaglio: Gelli, per convincere Calvi dell’efficacia del suo intervento presso i magistrati che dovevano giudicare il banchiere, falsificò una ricevuta bancaria per far credere di aver pagato Ugo Zilletti, allora vicepresidente del CSM, piduista [23, 24].

 

 

 

 

 

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