Non mi si venga a dire che “le sentenze si devono rispettare” e non si possono commentare: io le rispetto ma esprimo in libertà il mio pensiero. Già altre volte mi sono espresso in tal senso evidenziando, semmai qualcuno non l’avesse capito, che alcune mie opinioni sono supportate da elementi di fatto. Aggiungo, altresì, che a me piace essere partigiano, talchè l’indifferenza non fa parte del mio dna, anzi mutuando il pensiero gramsciano, ribadisco che “odio” gli indifferenti e sovente l’indifferenza uccide più della lupara.
Dopo la lettura della sentenza d’assoluzione emessa dalla Corte d’Appello di Milano a carico di Giuseppe Ayala, imputato del reato di diffamazione nei confronti di Salvatore Borsellino, sono rimasto incredulo e basito. Nella sostanza i giudici hanno ribaltato la sentenza emessa dal Tribunale Ordinario di Milano in data 18 ottobre 2013, che condannava Giuseppe Ayala, per aver commesso il reato di diffamazione, al pagamento di 2000 euro di multa più le spese processuali e al risarcimento di 15 mila euro nei confronti di Salvatore Borsellino.
Giova che faccia una premessa. Conosco personalmente sia il dottor Ayala che l’ing. Salvatore Borsellino. Il primo lo conobbi allorquando prestavo servizio alla Squadra mobile di Palermo, diverse volte ci incontrammo proprio per motivi di investigazioni. Anzi, ricordo perfettamente che una volta, di seguito a un omicidio, andai a prelevarlo a casa sua, accompagnandolo alla Mobile: era PM di turno. L’ultima volta che lo rividi fu nel 1987, quando testimoniai al maxiprocesso nell’aula bunker di Palermo.
Il secondo, ovvero Salvatore Borsellino, l’ho conosciuto alcuni anni orsono a causa dei numerosi incontri nelle scuole sparsi sul nostro Territorio.
L’assoluzione mi ha costretto a rivedere il video dell’intervista di Ayala, condotta dall’amica Giulia Sarti, acclarando che le parole di Ayala, rivolte appunto a Salvatore Borsellino, sono di una chiarezza disarmante. Le frasi pronunciate da Ayala nei confronti di Salvatore, proprio per il loro tenore, risultano a mio avviso chiaramente offensive. E poiché la Corte d’Appello è stata di parere contrario, non ci rimane altro che attendere le motivazioni che hanno dato luogo all’assoluzione.
Più di una volta ho detto a Salvatore che non posso fare a meno di vedere in lui la figura di suo fratello Paolo, col quale trascorsi l’ultimo venerdì della sua vita: era venerdì 17 luglio 1992. Pertanto, cerco di immedesimarmi nel dolore di Salvatore per l’atroce fine di suo fratello: dolore reso ancor più insopportabile per le inadempienze di uno Stato che, a distanza di cinque lustr,i non riesce tuttora a rompere il muro di omertà che grava attorno alla strage di via D’Amelio. E proprio partendo da via D’Amelio, con riferimento all’Agenda rossa del dottor Paolo Borsellino, registro un comportamento opinabile non solo da parte di Ayala, ma anche dell’ex ufficiale dei carabinieri presente in loco. L’ho scritto sino alla noia e lo ribadisco ancora adesso. Immediatamente al ritrovamento della borsa di Paolo Borsellino, gli unici atti che gli intervenuti avrebbero dovuto compiere erano quelli di repertare e sequestrare tutto il contenuto della borsa. Il non aver compiuto questa elementare operazione, fa sorgere il sospetto che l’Agenda sia stata trafugata intenzionalmente da persone allo stato rimaste ignote. A mio modesto parere, sarebbe equo e direi indispensabile, che si riprendessero le indagini sulla sottrazione dell’Agenda, proprio col fine di identificare gli autori del furto e recuperare l’Agenda stessa. E, proprio la presenza di Ayala sulla scena di via D’Amelio immediatamente dopo la strage, per essere venuto in possesso della borsa di Paolo Borsellino, e le diverse dichiarazioni rese dal medesimo Ayala nei vari interrogatori ai magistrati, verosimilmente indussero Salvatore Borsellino ad esprimere pubblicamente perplessità sull’operato di Ayala. La storia tra Ayala e Salvatore è nota e quindi non mi prolungo.
Poi, negli anni a venire e segnatamente nel 2014, nel corso del processo Borsellino quater, Gaspare Mutolo, rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici, definì Ayala, “una figura ambigua”, arricchendola di particolari episodi. Le affermazioni di Mutolo furono ritenute da Ayala calunniose e quindi lo denunciò. Ma la denuncia fu archiviata dal GUP, che scrisse “il fatto non costituisce reato”.
Questi i fatti, che mi inducono a stare accanto al supposto fratello di Abele, ossia Salvatore Borsellino, tenendo ben presente che, gli uomini si distinguono tra loro per le parole che pronunciano, per le azioni che compiono e per le omissioni. E le omissioni, coi corpi maciullati e fumanti dall’esplosione in via D’Amelio, furono davvero tante.
Pippo Giordano

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