Press "Enter" to skip to content

Stefano Mormile su assoluzione Salvatore Pace: ‘Bisognava evitare che si aprisse il vaso di Pandora sulle responsabilità istituzionali’

10 settembre 2025 – Quando termina l’intervista, Stefano Mormile è solo un po’ stanco. Per oltre due ore, due ore di ininterrotto dialogo – è mercoledì 20 agosto – ha narrato, con il tono appassionato, ironico, indignato che gli è proprio, la complessa vicenda che, l’11 aprile 1990, ha toccato lui e la sua famiglia. È il fratello di Umberto, educatore carcerario a Milano Opera, che, la mattina di quel lontano aprile, venne avvicinato mentre si recava al lavoro da una motocicletta. Un uomo scese, gli scaricò addosso il caricatore.

Un omicidio che ha segnato e segna in profondità la vita dei familiari della vittima. A partire dalla compagna di Umberto, Armida Miserere, all’epoca direttrice del carcere di Lodi, che si attivò per dare giustizia a un uomo il cui delitto prese una china processuale, se possibile, ancora più dolorosa della morte. Perché, a partire da quell’anno, il calvario giudiziario non è mai cessato ed è stato segnato, a lungo, da un’ombra, una terribile incrostazione su Umberto, quella del corrotto, quella di chi era stato ucciso perché, dopo aver intascato dei soldi dal boss Domenico Papalia – detenuto in quel carcere – al fine di fargli avere un permesso premio, a cui lo ‘ndranghetista era abituato, si era tirato indietro. Per questo, a dire di un collaboratore di giustizia, era stato ucciso.

L’ombra su Umberto è dura a morire. Ci sono voluti anni, con indagini ufficiali latitanti e inerziali e indagini private – quelle condotte da Armida Miserere –, per giungere, tramite collaboratori di giustizia più attendibili, a un’altra verità. Umberto non era stato ucciso perché corrotto, ma, al contrario, perché incorruttibile. E perché avrebbe dovuto farsi corrompere? Perché aveva intuito e scoperto che, all’interno del carcere in cui lavorava, vi erano frequentazioni illecite tra membri dei servizi segreti e boss mafiosi, a partire, appunto, da Domenico Papalia.

Un’ombra gettata sulla vittima, come capita non di rado nelle storie di mafia e non solo mafia in questo Paese. Si muore per storie di corna, si muore per un caffè avvelenato, si muore indotti al suicidio. Umberto morì perché sapeva ciò che molti addetti ai lavori sanno: le carceri sono un luogo ideale di incontro tra crimine e apparati segreti dello Stato. È lo stesso Stefano a ricordare, nel corso dell’intervista, che, qualche anno prima dell’omicidio del fratello, lo Stato andò a trattare con Raffaele Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno la liberazione dell’assessore regionale campano della Dc, Ciro Cirillo. Ma in carcere, giusto per fare un altro luminoso esempio, morì anche Gaspare Pisciotta, il braccio destro di Salvatore Giuliano, avvelenato con una tazzina di caffè alla stricnina, il 9 febbraio 1954, dopo aver minacciato di rivelare le collusioni tra crimine e Stato, forse la prima trattativa repubblicana tra i due poteri che si contendono e contrattano il controllo del territorio. Trentadue anni dopo, era marzo, toccò a Sindona; stavolta, il caffè sapeva di cianuro di potassio. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993, è la volta di Antonino Gioé, boss di Altofonte; in cella, il cosiddetto “boia di Capaci”, che aveva probabilmente maturato l’intenzione di collaborare con la giustizia, viene trovato impiccato, in circostanze che hanno aperto più di un dubbio e che, ancora, restano velate d’ombra.
Quanto a Umberto, ci vollero anni, decenni, per cominciare a vedere qualche luce, a veder riabilitata la sua memoria e la sua persona, anni e decenni che non passarono indenni per Armida; nel 2003, sempre ad aprile, dopo essere stata oggetto di minacce e intimidazioni, di telefonate e proiettili nelle lettere, Armida si suicidò o, forse, fu indotta a farlo. Il ricordo di Stefano, il ricordo che tratteggia del fratello e della cognata, è affettuoso, delicato, carico di sentimento, un sentimento di tenerezza che si affianca, invece, alla profonda rabbia, mai sopra le righe, con la quale contrappunta emotivamente il racconto dell’iter giudiziario. Ricorre, a volte, all’ironia, una qualità umana che dice di aver tratto da Umberto e dalla madre, l’ironia che, in alcuni casi, può sciacquare quanto di torbido avvertiamo nella realtà.

E di torbido, in questa vicenda, c’è molto, dall’ostruzionismo dell’amministrazione penitenziaria del carcere Opera, nelle prime fasi delle indagini, a una certa inerzia delle inchieste negli anni successivi, talvolta rivitalizzate da inchieste o processi apparentemente estranei alla vicenda Mormile, ma legate a questa dalla presenza di una sigla, la Falange armata, che corre lungo un crinale di quattro anni, a partire proprio dall’omicidio di Umberto per arrivare a delitti eccellenti di magistrati, avvocati, per approdare alle stragi del 1992, 1993, 1994. Una sigla minimizzata, dice Stefano, negletta, non presa in considerazione, a dispetto della lungimiranza sospetta dei suoi comunicati, che preannunciano, con precisione chirurgica, la stagione stragista, indicando città, numero di attentati, finalità.

Umberto muore in un contesto politico aggrovigliato, muore in una fase di trapasso, di graduale trasformazione della prima in seconda Repubblica, con tutte le implicazioni, anche e spesso violente, che tale passaggio comportò. L’eloquio appassionato di Stefano – la cui ricchezza si potrà apprezzare nell’intervista qui allegata – allarga la cornice, passa dalla vicenda personale a quella collettiva, snocciola dati, fatti, uomini e vicende, e costruisce uno scenario fitto di stranezze e misteri, denso di omissioni e silenzi, di figure ricorrenti, i soliti noti nelle solite faccende sporche. Stefano dipinge un’altalena di sentimenti, la speranza di veder riabilitato il fratello e che fosse fatta giustizia, lo scoramento e l’impotenza, davanti alla morte di Armida, davanti a sentenze così contraddittorie che potevano tenere insieme, a dispetto della logica, la corruttibilità e l’incorruttibilità del fratello.

Vale la pena entrare nello scenario ricostruito da un uomo che, insieme ad altri familiari, ha cercato e cerca tutt’ora di veder scalfita l’omertà attorno a un punto: esecutori e mandanti mafiosi del delitto sono stati rintracciati e condannati, a partire da Domenico Papalia, ma ci sono altre responsabilità, osserva il mio interlocutore, responsabilità istituzionali, dei servizi segreti, del carcere, della magistratura di sorveglianza, responsabilità che non sono mai state sondate.

Che l’onda lunga del caso di Umberto sia tutt’altro che rifluita, lo dimostra un caso a noi vicino, molto vicino. Perché quel Carmine Gallo, morto d’infarto prima dell’udienza che lo vedeva coinvolto nel caso Equalize, era un uomo che aveva la gestione di alcuni collaboratori di giustizia al carcere Opera di Milano, al tempo di Umberto Mormile. E uno degli uomini che ha confessato di aver fornito armi e mezzi per l’omicidio, Salvatore Pace, è difeso da un avvocato, Salvatore Verdoliva, che è stato anche il braccio destro di Gallo nella vicenda Equalize. Detto per inciso, la Corte d’Appello di Milano, nel marzo di quest’anno, ha assolto Salvatore Pace, che era ricorso contro la sentenza di condanna del primo grado.

Una sentenza vergognosa, commenta Stefano. Il velo si chiude nuovamente. Come se tutto fosse tornato nella condizione silenziosa e nebbiosa con la quale, per decenni, abbiamo convissuto, camminando fianco a fianco con strutture di potere inaccessibili, invisibili ai più, alla gente comune, tranne quando un educatore arguto e onesto ne scorge la fisionomia. Ma è un attimo. Poi, torna il silenzio. Durato trentacinque anni e destinato, forse, a permanere.

Franco Plataroti (www.girodivite.it)

D (Franco Plataroti) Partiamo dalla prima domanda, Stefano. In che modo la mafia è entrata nella tua vita?
R (Stefano Mormile) Intanto, una considerazione di carattere generale. Le mafie sono destinate, comunque, a irrompere nelle vite di tutti, anche se facciamo finta di nulla, se le ignoriamo. Per quanto mi riguarda, ho iniziato a conoscerla negli anni Ottanta, perché Umberto, per me, non era solo un fratello, era anche un modello di vita, un modello lavorativo e, quindi, l’ho seguito, ho cercato di imitarne anche il percorso lavorativo. Quindi, ho fatto anch’io il servizio di leva come fece lui nella polizia penitenziaria e ho cominciato a conoscere, in tal modo, le carceri. Sto parlando degli anni 1977-78. Seguendo le sue orme, poi, ho fatto anch’io l’educatore carcerario, l’educatore per minori, all’inizio degli anni Ottanta, nella prigione scuola di Firenze. Qui, ho iniziato ad avere dimestichezza con la mafia siciliana, con la ‘ndrangheta, con la camorra, ma anche con l’eversione di destra, con l’eversione nera; erano gli anni della strage di Bologna, si respirava quell’aria.
Quindi, diciamo che la mafia, già nella nostra giovanissima età, ha pervaso le nostre vite, abbiamo cominciato a farci i conti, ben prima che accadesse quanto è successo a Umberto.

D) Arriveremo presto a parlare di Umberto, dando concretezza al suo nome e alla sua storia. Sono d’accordo con te sul fatto che le mafie scorrano parallelamente alle nostre vite e noi non ce ne accorgiamo o, forse, facciamo finta di non accorgercene, a seconda dei punti di vista. Ma prima che accadesse la tragedia di Umberto, la mafia, al di là di averla vista nelle istituzioni a cui hai fatto riferimento, rappresentava, per te, un elemento d’allarme, la percepivi come un fattore d’allarme?
R) Nella prigione scuola di Firenze, ho incontrato giovanissimi mafiosi, personaggi efferati, nonostante la giovane età, avevano alle spalle omicidi, rapine a mano armata. Ma, prima di questa esperienza, la percezione delle mafie, della criminalità, è stata sempre molto labile, molto distante. Certo, era percepita come un fenomeno violento, arrogante, fatto di prepotenza e sopraffazione; queste erano le immagini che affioravano se si parlava di mafia o quando si sentiva notizie a riguardo. Però, restava una cosa distante, che non ci riguardava, un fatto locale, un fatto siciliano. Siciliano anche perché emergeva uno stereotipo rafforzato dai mass media, quello, cioè, di un siciliano che o era mafioso o era omertoso. Questa era l’immagine che se ne ricavava.
Tuttavia, per quanto labile fosse questa percezione, due aspetti mi hanno segnato in modo particolare, ben prima dell’omicidio di Umberto e della vicenda che mi ha toccato personalmente: uno è l’uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa; il secondo – forse ti sembrerà sciocco – è la fiction “La piovra”, con Michele Placido, sulla Rai. Questi due aspetti, che si accavallavano nel tempo, mi hanno aperto gli occhi, improvvisamente, nel senso che cominciai a comprendere che la mafia non era un fatto locale, non era un fatto siciliano, ma ci riguardava tutti, veramente tutti. Da lì, di fatto, ho cominciato a interessarmi attivamente, effettivamente del fenomeno mafioso e dei suoi addentellati, di cui parleremo in seguito.

D) Ne parleremo diffusamente, certo. Fatta questa parentesi, questa premessa, entrerei, un po’ per volta, nella vicenda di Umberto. Ma, prima di arrivare alla sua attività professionale, ti chiederei un elemento più privato, quello legato a Umberto, il fratello. C’è qualcosa che porti con te di Umberto? Prima hai detto che era un modello; cosa portava a te questo fratello, cosa aveva di carismatico o di affascinante?
R) Ci separavano un paio d’anni, io ero più piccolo di lui; circa due anni e mezzo. Da adolescenti, sembrano tanti, poi le distanze, a mano a mano, si avvicinano. Umberto, secondo me, aveva tre caratteristiche, tre qualità che lo connotavano in maniera precisa: innanzitutto, aveva una capacità d’ascolto straordinaria; in secondo luogo, un’empatia travolgente. La terza caratteristica – che io ho preso da lui e lui aveva preso da nostra madre – è il senso dell’ironia, un profondo senso dell’ironia, anzi dell’autoironia. Sapeva ridere di sé stesso, il che è una caratteristica fondamentale per poter sopravvivere ed è, sicuramente, una forma di intelligenza assoluta.
Ecco, queste tre qualità, queste tre caratteristiche, mescolate insieme, formavano una miscela esplosiva, che attiravano le persone verso di lui in maniera spontanea. Tu hai parlato di carisma. Lui possedeva questa capacità, quella di attirare naturalmente, genuinamente le persone ed era una capacità talmente innata che lui stesso non si accorgeva d’avere, lo faceva spontaneamente, insomma.

D) Grazie. Entriamo adesso, Stefano, nella sfera professionale di Umberto, dove immagino abbia portato le qualità umane che hai appena descritto. Puoi darmi dei ragguagli su quale fosse il suo mestiere, su qual è stato il suo percorso professionale?
R) Per prima cosa, direi che Umberto è stato un pioniere, uno tra i pionieri nella sua attività, perché l’educatore carcerario era una nuova figura professionale, introdotta proprio in quegli anni dalla legge Gozzini, che recepì e attuò, finalmente, il dettato costituzionale, il quale parlava di una pena che non doveva essere soltanto afflittiva, non doveva solo emendare una colpa, ma doveva guardare e rivolgersi all’educazione del detenuto, alla sua rieducazione in vista della sua risocializzazione . Fu introdotta, così, la figura dell’educatore carcerario, ma non fu, al contempo, scritto un manuale di comportamento; era, quindi, un mestiere del tutto nuovo, bisognava inventarlo completamente. Ed è quanto fece Umberto, insieme ad altri pionieri; qualcuno l’ho anche conosciuto, sono persone in gamba, che hanno, di fatto, inventato quel mestiere. Mio fratello non ha dovuto faticare molto, in realtà; veniva, infatti, dall’esperienza di poliziotto penitenziario, che l’aveva introdotto nel difficile, misterioso mondo del carcere e, attraverso quell’esperienza, aveva cominciato a imparare le dinamiche e i segreti della realtà penitenziaria.
Ma, come immaginabile, portò dentro il carcere sé stesso, portò le sue idee, le sue passioni, le sue convinzioni e trasformò tutto ciò in strumenti professionali. Provo a spiegare meglio. Umberto aveva alcuni princìpi fondamentali, che erano i cardini della sua vita: uno era, sicuramente, la legalità, l’altro era il lavoro e, ancora, l’educazione e, soprattutto, l’arte; l’arte intesa a 360°. Per quanto riguarda il primo, la legalità, lo tradusse, in quella realtà, con il regolamento carcerario: si tratta, parlando di quest’ultimo, di un documento molto, molto articolato, molto strutturato, che lui riteneva fondamentale. Dentro al carcere, così come all’interno di ogni società e in qualunque ambito, Umberto riteneva dovessero esserci delle regole e queste andavano rispettate. Dentro il penitenziario, dunque, insegnava il regolamento carcerario, non solo ai detenuti che gli erano stati affidati – che invogliava a leggere quel documento, anche al fine di fornire loro uno strumento in grado di salvaguardarli, l’insieme dei loro diritti e dei loro doveri –, ma lo insegnava anche agli agenti. Lo fece per anni, finché visse, era talmente in gamba che lo insegnava alla scuola per allievi agenti di polizia penitenziaria della Certosa di Parma; lo faceva anche perché era convinto che le regole dovessero valere per tutti, per il detenuto come per chi era chiamato a controllarlo.
Il lavoro, agli occhi di mio fratello, era uno strumento formidabile per affrancare le persone dalla schiavitù del bisogno; a maggior ragione, se quelle persone sono recluse. Anche in questo caso, spingeva i detenuti ad accettare, a cogliere ogni occasione lavorativa fosse loro offerta. Anzi, le procacciava lui stesso. All’interno delle carceri, ci sono laboratori professionali, di pelletteria, di falegnameria, ci sono calzaturifici, ci sono alcune occasioni lavorative, oltre al classico “scopino”, quello, cioè, che fa le pulizie all’interno delle celle. Per non parlare poi del lavoro all’esterno. Quando esistevano i presupposti, quando era possibile, spingeva i detenuti a lavorare, perché il lavoro è un ulteriore strumento di risocializzazione e di elevazione.

D) Stefano, scusa, ti interrompo un attimo per una precisazione. Noi stiamo parlando della realtà penitenziaria, ma in quale carcere esattamente lavorava Umberto?
R) Il servizio di leva l’ha svolto al carcere di Civitavecchia, poi ha iniziato la carriera da educatore al carcere di Parma, alla Casa di reclusione di Parma, sino all’87, se non ricordo male. Dopodiché, si trasferì al carcere di Milano Opera fino a che … fino al ’90, insomma. Stavo parlando degli aspetti qualificanti della sua professione, appunto la legalità, il lavoro. Poi, c’era anche l’educazione, che Umberto riteneva un volano di crescita intellettuale, ma anche comportamentale. Per lui era fondamentale che i detenuti almeno completassero la scuola dell’obbligo, perché nelle carceri c’è la possibilità di frequentare sino alla terza media, ci sono dei corsi organizzati ad hoc per i detenuti affinché completino la scuola dell’obbligo. Ma li esortava anche a continuare, perché no? Il liceo, l’università. E, talvolta, c’è riuscito.
Sopra ogni cosa, lui amava l’arte, in tutte le sue declinazioni, a partire dalla letteratura. Leggeva molto, soprattutto era molto bravo a scrivere, era veramente un portento, da questo punto di vista; vinse anche un premio letterario a scuola. Ma l’arte l’amava tutta, la pittura, la scultura; in modo particolare, profondo, amava la lirica e il teatro. Per lui, l’arte, in tutte le sue espressioni, rappresentava non soltanto un mezzo per elevare lo spirito, ma anche uno strumento di “evasione”: un’evasione naturale attraverso l’arte, senza dover segare le sbarre. Una metafora bellissima.
Se l’arte aveva funzionato per lui, perché non avrebbe dovuto funzionare anche per chi era recluso, per chi non era più in grado di sognare? Da ciò derivò che, prima a Parma e poi a Opera, lui diresse sempre le biblioteche delle carceri, dove curava la raccolta di volumi e spronava i detenuti a leggere i libri. C’è un aspetto di cui vado particolarmente fiero – e di cui dovrebbe andare fiera l’amministrazione penitenziaria italiana – ed è il fatto che Umberto fu il primo a creare in Italia, all’interno di un carcere, dei laboratori teatrali. Sembrava, all’inizio, un’idea folle, pazzesca quella di far recitare i detenuti e, oltretutto, di far loro recitare non commedie banali, ma testi molto impegnativi. Penso, ad esempio, a Ibsen, Eduardo De Filippo, Shakespeare. Nella settimana in cui fu ucciso, stava provano con alcuni carcerati uno dei monologhi di Shylock, perché stava allestendo “Il mercante di Venezia” di Shakespeare, appunto. Lo dico per darti un’idea di ciò che Umberto portava dentro il carcere con convinzione, con passione, con amore. E funzionava, funzionava alla grande.
Già a Parma aveva avuto un successo incredibile, tant’è che avevano allestito degli spettacoli all’interno della casa di reclusione, ma anche – se non ricordo male – fuori dal penitenziario, non so se al Teatro Regio o in qualche altro luogo. Oggi, soprattutto i grandi istituti penitenziari – a partire da Rebibbia a Roma –, hanno delle compagnie teatrali di detenuti; ma il pioniere, il primo, l’antesignano fu proprio Umberto, lui introdusse il laboratorio teatrale all’interno dell’istituzione carceraria. Per tale ragione, ho detto che, a mio parere, dovrebbe andarne fiera anche l’amministrazione penitenziaria.

D) Arriveremo a parlare anche dell’amministrazione, Stefano. Adesso, ci hai, un po’ per volta, condotti in prossimità di un giorno, l’11 aprile 1990, giorno in cui quel giovane, vitale, vivificante educatore carcerario vide chiudersi tragicamente la sua vita. Puoi, per favore, parlare brevemente di quel giorno; cosa accade l’11 aprile che chiuse la vita di Umberto e che aprì un periodo complesso, difficile, doloroso per te e la tua famiglia?
R) Intanto, vorrei contestualizzare. Umberto aveva 36 anni, nel 1990. Era separato e aveva una bimba, Daniela, di 10 anni, che viveva con la madre a Parma. Mio fratello era legato sentimentalmente e conviveva con Armida Miserere (nella foto, ndr), direttrice del carcere di Lodi, che aveva conosciuto a Parma, dove aveva iniziato la carriera da educatore carcerario. Armida era arrivata a Parma come primo incarico da vice-direttrice. Umberto aveva già chiuso il suo matrimonio, si innamorarono e si misero insieme. Poi, Armida andò a dirigere il carcere di Lodi e Umberto colse l’occasione – anche perché c’erano stati degli episodi che lo avevano ferito a Parma, sui quali magari tornerò – e chiese… anzi, gli chiesero di andare a Opera, perché avevano bisogno di un educatore di spicco, di esperienza che affiancasse gli altri cinque educatori destinati al nuovo carcere di Milano Opera. Questa casa di reclusione nacque, infatti, nell’87, e, nella mente dei vertici dell’amministrazione penitenziaria – al tempo, c’era Nicolò Amato alla “Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero della Giustizia” –, avrebbe dovuto rappresentare un modello di riferimento, ispirato alla Gozzini.
Avevano, quindi, bisogno del miglior personale possibile, persone in grado di portare avanti e attuare quel modello, quella “casa di vetro”; almeno questa era l’idea, l’idea spacciata per tale. Poi, in realtà, si è verificato tutt’altro. A ogni modo, Umberto colse l’occasione e si trasferì a Opera. Perché questa premessa, questa contestualizzazione? Perché l’11 aprile del 1990 eravamo nella settimana di Pasqua [quell’anno, la domenica di Pasqua cadeva il 15 aprile]. Assieme ad Armida, Umberto aveva affittato una villetta a Montanaso Lombardo, praticamente a metà strada tra Lodi e Milano, ossia i loro rispettivi luoghi di lavoro. La mia famiglia e io avevamo già il biglietto del treno per raggiungerli il venerdì precedente la Pasqua e avrebbe dovuto esserci anche Daniela, la figlia di Umberto, proprio perché questi voleva passare, dopo tanti anni, la Pasqua in famiglia.
Invece, quel mercoledì, andò diversamente. Mentre si recava al lavoro, fu affiancato da una Honda 600 con due motociclisti a bordo, avevano entrambi il casco integrale. Lo affiancarono, dunque; quello dietro scese e gli scaricò il caricatore addosso. Così, finì tragicamente quella giovane vita, come hai detto tu.
Ecco il fatto. È questo.

D) Questo è il fatto. Al di là di tutte le enormi ripercussioni che questa vicenda ha avuto sulle vite di molti, di voi famigliari, di Armida e altri, ti chiedo se puoi fornirmi alcune indicazioni su ciò che accadde, dal punto di vista delle indagini, immediatamente dopo l’assassinio di Umberto. Puoi fornirmi, per favore, una sintesi delle fasi iniziali del lavoro inquirente?
R) Ti ho spiegato il contesto, l’antefatto – l’invito per Pasqua – per sottolineare come non ci fossero state delle avvisaglie, dei segnali che potessero allarmare, neanche minimamente, qualcuno di noi, né noi famigliari né la sua compagna, Armida. È stata una cosa improvvisa e, come tutte le cose improvvise e inaspettate, le indagini furono particolarmente difficili. Provo a sintetizzare. Le indagini iniziali furono affidate a un sostituto procuratore livornese, Carlo Cardi (nella foto, ndr), giovane, ma molto capace, molto esperito, che si avvaleva della collaborazione di un capitano dei carabinieri, il capitano Davide Bossone, anche lui molto competente. Li ricordo benissimo, perché furono gli unici, in pochi mesi, a mostrare capacità professionali nello svolgere delle indagini. Io andavo su ogni quindici giorni, per parlare con loro, per capire l’andamento delle indagini. Quanto a queste, in mancanza di un movente vero, si mossero a 360°, senza escludere nulla, a partire dalla pista terroristica.
Apro, a tale proposito, una parentesi: non ti ho detto che, lo stesso giorno in cui Umberto fu ucciso, arrivò una telefonata inquietante all’Ansa di Bologna, che, con poche battute, rivendicava l’omicidio dell’educatore e chiedeva l’estensione dell’amnistia anche ai detenuti politici . In quei giorni, infatti, si stava discutendo in Parlamento di un’amnistia che avrebbe dovuto essere applicata a tutti i detenuti comuni; legge che, di fatto, entrò in vigore un giorno dopo la morte di Umberto. La prassi di svuotare le carceri parte da lontanissimo; e ciò la dice lunga sulla volontà di arrivare davvero a risolvere il problema dei penitenziari anziché utilizzarli strumentalmente ogni volta per scopi politici, e non solo.
Tornando alle indagini, arrivò quella telefonata; poche, secche parole, una telefonata ripetuta, nei giorni successivi, anche ad altre strutture carcerarie, ad esempio a San Vittore, in cui si rivendicava l’omicidio dell’educatore. La firma, la sigla arrivò dopo qualche mese, era la “Falange armata”, all’inizio era “Falange armata carceraria”, poi diventò solo “Falange armata”. Se avremo tempo, parleremo di questa sigla, anche perché è stata sempre, troppo trascurata, come fosse semplicemente il parto di un gruppo di burloni, di fantomatici profittatori che volevano appropriarsi di fatti feroci che avvenivano in Italia, ponendo, appunto, quella firma.
In realtà, non è così, ma non voglio divagare, voglio restare sul tema principale. Cardi ha fatto quello che, credo, chiunque dotato di buon senso avrebbe fatto in quelle circostanze. Non c’è un movente chiaro; allora, intanto cominciò a conoscere tutto l’ambiente che circondava Umberto, la vittima, e quindi s’informò sui parenti, sugli amici, su tutte le persone che avevano frequentato o erano prossime a Umberto. Soprattutto, si mosse sul piano della verifica della loro situazione patrimoniale, perché, di solito, il patrimonio posseduto può ispirare, dare qualche idea sul movente. Cardi fece tutte queste indagini, accurate, accuratissime, lo so, me lo confermò pure il capitano Bossone; credo abbia investigato pure sulla figlia Daniela, di dieci anni. Dico ciò per dare conto della misura della professionalità e dell’accuratezza con le quali Cardi si mosse.
Ma non venne fuori nulla di significativo. Anche perché il sostituto procuratore si scontrò con un muro di gomma, impenetrabile. Proprio per la necessità di conoscere le persone vicine a Umberto e l’ambiente che lo circondava, una realtà importante, forse la più importante per lui, era quella lavorativa di mio fratello, ossia il carcere, che, peraltro, era un ambiente pericoloso, un ricettacolo di reati, di criminali. Quindi, cercò di perforare quella barriera, ma non vi riuscì. Si frappose a lui una volontà ostinata, incredibile, che non lasciava penetrare nessuno all’interno. Pensa che a Cardi non davano nemmeno le notizie o, perlomeno, arrivavano con molto ritardo. Quali notizie? Beh, a Cardi serviva, ad esempio, sapere quali detenuti erano affidati a Umberto, perché, in un penitenziario grande, è chiaro che i carcerati vengono suddivisi tra gli educatori per quota-parte; bene, faticò a ottenere pure quella lista.
Ma tutte le notizie! Ti faccio un esempio tra i tanti. C’è un aspetto che ha colpito profondamente e pesantemente Armida Miserere. Armida venne a conoscenza – poiché aveva attivato delle sue indagini personali –, venne a sapere da “radio carcere” – così viene definita la circolazione di informazioni all’interno dei circuiti penitenziari – che, all’indomani dell’omicidio di Umberto, erano stati trasferiti numerosi detenuti. Quando dico numerosi, parlo di decine e decine di persone; trasferite improvvisamente. Ma la cosa ancora più strana è che furono trasferiti anche numerosi agenti di polizia penitenziaria, quasi a volerli allontanare da un’indagine, da un interrogatorio, da domande scomode.
Tutto ciò a Cardi non fu detto, non lo disse nessuno. Eppure, queste cose Armida le scrisse, quando le venne a sapere, le scrisse; erano episodi avvenuti a ridosso della morte di Umberto. Ma nessuno lo disse a Cardi.
Armida riuscì a scoprire questa vicenda e stilò una lista accurata, precisa; fu talmente brava da ricavare non soltanto il numero dei detenuti e del personale che era stato allontanato dal carcere di Milano Opera, ma anche i loro nominativi, le date dei trasferimenti e le destinazioni in cui erano stati mandati. Scoprì qualcosa di interessante, ad esempio che i poliziotti erano stati tutti mandati nelle loro città d’origine, vicino alle loro case; erano, cioè, trasferimenti graditi, allontanamenti graditi ai destinatari, i quali li accettavano di buon grado, non avrebbero mai protestato.
Ma a Cardi, tutto ciò, non fu detto. E l’atteggiamento palesemente ostile, indispettì il magistrato. Gli educatori furono gli unici che provarono a collaborare, però non sapevano molto, testimoniarono dell’onestà indiscutibile di Umberto, della sua grande professionalità; lui era un punto di riferimento, era ascoltato da tutti. Ma il resto del personale, il direttore, il comandante del carcere non collaboravano, non collaboravano affatto; quando proprio venivano incalzati dalle domande, allora, insinuavano dei sospetti velenosi su mio fratello e affermavano che Opera era un luogo inattaccabile, non c’erano elementi per indagare, non c’erano sospetti. Era inutile, quindi, cercare là dentro, che gli investigatori cercasse di penetrare. Secondo loro, non c’erano segreti; valeva, invece, la pena indagare sul passato di Umberto, sarebbe stato più interessante. Se vuoi, ti dico anche qual è il passato a cui alludevano.

D) Sì, voglio, e non per una pruderie, ma perché mi pare importante per ciò che comportò.
R) Assolutamente, perché poi ci hanno costruito i depistaggi su questo. Umberto aveva iniziato la sua carriera a Parma, con quei princìpi fondamentali che prima ho cercato di elencare; lì, trovò immediatamente la giusta atmosfera, trovò la sintonia con l’ambiente, si immerse con entusiasmo nel nuovo lavoro, che lo assorbì completamente. Tra le altre cose, si era molto legato al direttore del carcere, Raffaele Panico; forse, perché gli ricordava nostro padre, in qualche maniera si era affezionato a lui. Scoppiò uno scandalo, in quegli anni: il direttore, Panico, e un paio di poliziotti del carcere di Parma furono accusati e, poi, condannati per corruzione, per atti corruttivi. Raffaele Panico, se non ricordo male, si era fatto sistemare da alcuni detenuti una sua casa, una villa a Parma; aveva, insomma, approfittato del suo ruolo e aveva portato, senza autorizzazioni, i detenuti a lavorare all’esterno, con la complicità di alcuni poliziotti penitenziari. Lo scandalo scoppiò, anche perché c’era un chiacchiericcio anomalo, perché, fra l’altro, il direttore, per compensare i detenuti dei loro servigi, li faceva lavorare negli uffici della direzione, acquisendo, così, un potere importante. In realtà, devo essere onesto, non si trattava di carcerati “importanti”, almeno da quanto emerse.
A ogni modo, scoppiò lo scandalo e si aprirono due procedimenti, uno penale e uno amministrativo all’interno del carcere. L’ispettorato delle carceri inviò i suoi ispettori per compiere delle indagini; del resto, quando ci sono fatti corruttivi acclarati, c’è molta enfasi attorno alla vicenda, anche sui giornali, motivo per cui bisogna chiarire con precisione chirurgica i contorni di quanto accaduto, per comprendere se si tratta o meno di un episodio limitato e, successivamente, per far partire i provvedimenti del caso.
Quindi, indagarono su tutti, su tutto il personale, per vedere se esistevano delle collusioni, indagarono, ovviamente, anche su Umberto, che aveva un ruolo importante all’interno del carcere di Parma. Umberto ne uscì completamente pulito, mentre furono condannati, sia penalmente sia amministrativamente, il direttore, Raffaele Panico, e due agenti della polizia penitenziaria; tutti gli altri, furono dichiarati completamente estranei alla vicenda. Per Umberto, fu un brutto colpo, perché, fra le altre cose, coinvolse quello che lui riteneva il suo mentore; saperlo corrotto, lo deluse enormemente, anche in virtù di quella legalità che, per lui, era una bandiera, un valore importantissimo, forse il valore più importante in assoluto. Fu un dolore immenso che accoppiato a un altro dispiacere, cioè quello della separazione dalla moglie, lo indusse, come dicevo prima, a cogliere l’offerta che gli era stata proposta di andare nella nuova struttura di Milano Opera. Peraltro, era anche l’occasione per raggiungere di nuovo Armida.
L’episodio di Parma, relativamente al quale i documenti ufficiali attestano l’estraneità totale di Umberto, la sua limpidezza nel comportamento, restò, però, come un’ombra e fu utilizzato, in seguito, come una mannaia per calunniare, per infangarne la sua memoria, ma anche per sviare le indagini.

D) Scusa, Stefano. La direzione, l’amministrazione penitenziaria milanese di Opera, in quel caso, ebbe un atteggiamento ostruzionistico nei confronti delle indagini di Cardi. È vero, o ricordo male, che questi, a un certo punto, decise anche di fare una perquisizione dentro il carcere? È corretto?
R) È corretto. Non me lo confidò Cardi, perché professionalmente era molto corretto e non parlava con me di queste cose; mi fu detto dal capitano Bossone, che osservò come, davanti a quell’ostracismo, alle difficoltà di raccogliere informazioni, alla fine decisero di, come si dice in gergo, fare ammuina, cioè di fare confusione. Neanche loro sapevano bene cosa cercare, non ne avevano idea; pensarono, perciò, di fare un po’ di scena davanti a quel muro di gomma, sperando che, l’ispezione, potesse portare qualcuno a collaborare. Decisero, quindi, di fare questo blitz, questa perquisizione straordinaria; ne parlarono con il procuratore generale, a cui chiesero l’autorizzazione. All’epoca, il procuratore generale era Adolfo Beria di Argentine (nella foto, ndr); inizialmente, accordò l’autorizzazione per questa operazione interna al carcere, ma, non so se due giorni prima o il giorno prima, improvvisamente cambiò idea e la bloccò.
Poi, bloccarono proprio le indagini. Anche se può apparire o essere maliziosa la mia interpretazione, è strano che, a settembre, ossia pochi mesi dopo l’inizio delle indagini e dopo la richiesta del blitz, a Cardi, esattamente come ai poliziotti penitenziari trasferiti nelle proprie terre, fu offerto di andare a lavorare alla procura di Livorno, che era la sua città natale. Cardi, ovviamente, accettò e, a quel punto, le indagini cessarono completamente, perché il procuratore capo di Lodi – la procura di Lodi era la titolare delle indagini – che, se non ricordo male, era Petrosino [Roberto], prima nicchiò, si prese mesi e mesi di tempo, nonostante io andassi a rompere continuamente le scatole e malgrado le insistenze di Armida Miserere, e, alla fine, nominò quale titolare dell’indagine un novellino, un nuovo sostituto procuratore appena assunto, che non aveva certo idea di dove mettere le mani. Era già un caso, di per sé, molto difficile; inoltre, riguardava le carceri, dove quasi nessun procuratore, quasi nessun magistrato ha esperienza per potersi orientare.
Quindi, di fatto, si certificò la volontà di archiviare quell’inchiesta scomoda. Archiviazione che, un anno dopo l’inizio delle indagini, fu richiesta formalmente, perché, come recita la legge, non c’erano elementi validi per proseguire. Ma lì intervenne Armida, Armida Miserere, la compagna di Umberto che, praticamente, inondò letteralmente la procura di carte, di documenti, di relazioni, in cui non solo dimostrava che esistevano dei fatti incontrovertibili che avrebbero dovuto essere esplorati, che meritavano di essere indagati, ma cominciava già a parlare di possibili implicazioni di Domenico Papalia, il boss della ‘ndrangheta, che, anni e anni dopo, sarà condannato come mandante – almeno il mandante criminale – dell’omicidio di Umberto. Lei l’aveva individuato subito. L’aveva individuato subito.

D) Entriamo, allora, in questo aspetto importante della vicenda successiva alla morte di Umberto. Tu ci hai portato sino al momento dello stallo delle indagini da parte dell’autorità giudiziaria. Armida Miserere, invece, donna volitiva e compagna di vita di Umberto, decide che bisogna muoversi parallelamente, cioè portare avanti una propria indagine parallela. In che modo si mosse Armida, Stefano?
R) Traccio, prima di tutto, un breve ritratto di Armida. Lei aveva una formazione militare; il papà, che lei adorava, era ufficiale della Marina. Per lei, il padre era un simbolo e da lui ereditò un’impostazione molto coerente, molto pignola, precisa, rispettosa delle leggi, legalitaria. Inoltre, aveva alle spalle degli studi da criminologa, quindi era particolarmente esperta nell’analizzare le situazioni, i contesti. Per lei fu, quindi, abbastanza naturale e facile rendersi immediatamente conto che non c’era la volontà di indagare, di perseguire e di individuare le precise responsabilità legate all’omicidio del suo compagno. Si rimboccò, così le maniche, come aveva sempre fatto nella vita, e decise di indagare lei. Attivò la sua rete di informatori, innanzitutto. Rete che era formata da agenti della polizia penitenziaria. Aveva fatto la vice-direttrice a Parma, poi era stata direttrice a Lodi e, ovunque avesse operato, si era fatta amare dalle persone che lavoravano con lei. Gli agenti la adoravano, ne erano innamorati, anche perché lei – e questo è un tratto che la distinguerà sempre – era una di loro, spesso si vestiva con la tuta mimetica, andava a lavorare in carcere, si sporcava le mani, come si dice in gergo, non era una semplice burocrate.
Per questo, era molto apprezzata dai suoi uomini, che collaborarono in modo spontaneo con lei, facendole arrivare le notizie a cui mi sono riferito parlando di “radio carcere”. Quelle notizie, appunto, arrivarono dai suoi agenti, che l’informarono: «guardi, dottoressa, che, nei giorni successivi, c’è stato un movimento strano e inspiegabile, c’è stata un’ondata di detenuti che sono stati trasferiti, lontano, e numerosi altri poliziotti sono stati anche loro trasferiti, sono stati rimandati a casa e, qualcuno di loro, non aveva neanche fatto la domanda di trasferimento».
Questo era un aspetto clamoroso, particolare. Non avevano fatto domanda di trasferimento. Devo precisare un aspetto per chiarire meglio la particolarità di questa scoperta. Nell’amministrazione penitenziaria, all’epoca, c’era un’incredibile penuria di personale, non è come adesso, che c’è una maggior richiesta, c’è la crisi del lavoro e, quindi, si cerca un’occasione lavorativa. All’epoca, invece, c’era penuria di personale, quello del poliziotto penitenziario era considerato un lavoro povero, un lavoro non dico squalificante, ma certamente non pregevole. E molti degli agenti provenivano dai paesi più remoti del Sud Italia, dove si cercava quest’occasione lavorativa. Quindi, l’amministrazione, di solito, li inviava al Nord, dove c’era maggior necessità di personale, e, prima di 5-10 anni, non si parlava affatto di un riavvicinamento a casa. I poliziotti trasferiti da Milano Opera, quindi, non avevano fatto la domanda proprio perché sapevano che non sarebbe stata presa in considerazione. Invece, improvvisamente, arriva la piacevole sorpresa per loro.
A ogni modo, ti dicevo di Armida, che si mise subito al lavoro, raccolse informazioni; quelle che non arrivavano sulla scrivania di Cardi, a lei arrivavano, anche se, ovviamente, arrivavano in maniera informale. Grazie alla sua brillantezza, in pochissimo tempo, Armida redasse una mappa del carcere di Milano Opera, con tutte le gerarchie criminali: chi comandava, quali erano le famiglie, quali i legami, quali le alleanze. Fece tutto da sola. Ecco perché arrivò quasi subito a Domenico Papalia. Papalia era il capo indiscusso, quello che regnava, anche quando non c’era, quando fu trasferito. Trasferito, capito? Solo per crearsi l’alibi per l’omicidio di Umberto.
Papalia era quello che comandava, insomma. Ma Armida non individuò solo lui; individuò anche Franco Coco Trovato e altre importanti figure, insieme alle alleanze che si erano create nel penitenziario. A mano a mano che scopriva le cose, le metteva insieme, poi scriveva il tutto e inviava alla procura. Quei documenti, ancora conservati in un fascicolo, sembrano dettati da Nostradamus, da qualcuno che faceva delle profezie per quanto si rivelarono, in seguito, esatti. Però, la procura li accantonò, le inseriva nel fascicolo, ma non le utilizzò, nessuno se ne fece carico. Ed è andata avanti a lungo così, con la disperazione di Armida.
Sino a che, anni e anni dopo, le indagini non presero un’altra piega. A Milano, quindi una procura diversa da quella di Lodi, i magistrati stavano svolgendo una maxi inchiesta, che si chiamava “Nord-Sud” e che cercava di analizzare le infiltrazioni mafiose in Lombardia . Era un’inchiesta enorme. Un pentito di ‘ndrangheta, Saverio Morabito, aveva già raccontato molti fatti ed era ritenuto attendibile; insieme ad altre dichiarazioni, parlò anche, incidentalmente, dell’omicidio dell’educatore Umberto Mormile. Non è che raccontò tantissimo, non ne sapeva molto, però raccontò il “giusto”, ossia accostò l’omicidio di quell’educatore a Domenico Papalia e ciò fu sufficiente alla procura di Milano per avocare a sé l’indagine della procura di Lodi che giaceva, ormai, sommersa dalle scartoffie e la portarono all’interno di quella maxi-inchiesta.
Tutti noi, a partire da Armida, respirammo un po’, ci illudemmo che fosse finalmente arrivato il momento di dare giustizia a Umberto, anche perché la procura di Milano si stava muovendo con vigore; l’inchiesta era molto importante, aveva già portato alla sbarra molti criminali e aveva svelato tantissimi misfatti, centinaia di omicidi, rapine e così via. Insomma, ci illudemmo. In realtà, la procura milanese si muoveva, quasi esclusivamente, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Almeno nel caso di Umberto, non svolse delle indagini approfondite. Inoltre, appena l’inchiesta fu trasferita a Milano, per paura che si indagasse sul carcere di Opera, si palesò, si fece avanti un nuovo collaboratore di giustizia, che si chiama Antonio Schettini, che, poi, è il killer di mio fratello. Davanti alla procura di Milano, Schettini raccontò la sua verità. Va, però, fatto un breve inciso: nella prima dichiarazione che rese, Schettini non si autoaccusò dell’omicidio di Umberto, calunniandolo e raccontando un movente inverosimile. La prima dichiarazione che rese fu veramente sorprendente e clamorosa, perché disse: «i proventi del 50% dei sequestri di persona dei gruppi calabresi confluiva verso apparati deviati dello Stato. La Falange armata nasce con l’omicidio Mormile, con la finalità di trovare un nuovo sfogo agli stessi apparati deviati». In sostanza, Schettini rivelava che la Falange armata era un escamotage dei servizi segreti e che questi ultimi erano collusi con la ‘ndrangheta, nello specifico con Domenico Papalia.
Si trattava di dichiarazioni, appunto, clamorose, ma non furono credute. Alle affermazioni di Schettini non seguì nessun approfondimento, nessuna ulteriore indagine. Fu una dichiarazione ritenuta inattendibile. Del resto, Schettini era già conosciuto dalle procure per precedenti indagini ed era stato ritenuto un teste solo parzialmente affidabile, nel senso che, sicuramente, sapeva alcune cose, ma altre le nascondeva o le mistificava per proteggere i suoi capi. Ciò è quanto è stato affermato e scritto da alcuni giudici, che l’avevano ascoltato in precedenza.
A ogni modo, la sua prima dichiarazione, per quanto sorprendente ed esplosiva – una bomba, un’osservazione che può far deflagrare un sistema – non fu presa in considerazione. E, allora, ne fece un’altra. Poche settimane dopo, nel successivo incontro sempre con lo stesso procuratore, Alberto Nobili (nella foto, ndr), disse altro, disse che a Umberto Mormile aveva sparato lui e che a guidare la moto era Antonino Cuzzola. «Perché è stato ucciso e chi vi ha ordinato di farlo»? Schettini rispose che era stato ucciso perché era un corrotto. Spiegò che, sin dai tempi di Parma, era nel libro paga di Papalia; Mormile, cioè, concedeva dei permessi premio a Domenico Papalia in continuazione e, per questo, veniva profumatamente pagato, prendeva denaro, ma anche regali molto costosi. Era una pratica abituale, nelle parole di Schettini, e anche quando Mormile ritrovò a Milano Opera Domenico Papalia – che era stato trasferito là per uno strano gioco del destino – ritennero possibile reiterare quella pratica. Quindi, avevano consegnato a Umberto Mormile trenta milioni di lire – all’epoca una cifra altissima – al fine di concedere un ulteriore permesso premio a Domenico Papalia. Umberto aveva accettato il denaro, ma, all’ultimo momento, si era tirato indietro, non aveva rispettato il patto e il permesso non era stato concesso. Per questo – conclude Schettini – era scattata la vendetta.
Queste le dichiarazioni di Schettini. Già questo, Franco, è molto inverosimile; poi, ti spiegherò perché. Alla successiva domanda del magistrato – «quindi è stato Domenico Papalia a ordinare l’omicidio dell’educatore»? – Schettini rispose: «no, Domenico Papalia non ne sapeva nulla»! E aggiunse che tutto fu organizzato dal fratello di Domenico, Antonio, e da Franco Coco Trovato insieme a un altro boss della ‘ndrangheta. Insomma, Domenico Papalia come il ministro Scajola, te lo ricordi?

D) Il ministro “a sua insaputa”…
R) … esatto, a sua insaputa. Papalia, secondo le dichiarazioni di Schettini, non ne sapeva nulla. Quindi, gli hanno fatto un regalo. Qui, ci sono tantissimi elementi che stridono; anche un investigatore non bravo, anche il più dilettante sarebbe in grado di accertare con facilità questi elementi. In primo luogo, il fatto che Domenico Papalia non era un detenuto assegnato a Umberto: quest’ultimo, non poteva redigere alcuna relazione su Papalia, non era, appunto, un suo detenuto. In secondo luogo, anche se fosse stato assegnato a Umberto come a Parma, mio fratello, in qualità di educatore, non aveva alcun potere per concedere un permesso né altri benefici carcerari; questa è una facoltà del magistrato di sorveglianza. Semmai, il magistrato può chiedere un parere all’educatore che ha in carico un determinato detenuto; se ha dei dubbi sul concedere o meno un permesso, può chiedere per iscritto un parere all’educatore, ma quest’ultimo non ha alcun potere di concessione dei benefici carcerari. Non si capisce, quindi, la necessità di foraggiare un educatore con tantissimi soldi per un ruolo che non gli compete, che non rientra nelle sue attribuzioni. Un terzo elemento ha a che vedere con la risata che abbiamo fatto su “all’insaputa”. Non sta né in cielo né in terra che un omicidio avvenga in quel modo, all’insaputa del boss.
Ci sono tanti fatti che stridono fortemente. Ancora, i trenta milioni; ma è facile trovare traccia di trenta milioni, non sono bruscolini. Lo ripeto: all’epoca, era una cifra davvero consistente; se non ricordo male, nel 1990, il compenso lordo annuo di un educatore non arrivava ai 20-25 milioni di lire. Puoi immaginare, quindi, come sia facile trovare traccia di una somma così cospicua nel conto di un educatore. Invece, non fu fatta nessuna, nessuna verifica. Furono prese per oro colato le menzogne di Schettini.
Io mi sono chiesto come mai un procuratore importante come Alberto Nobili, che ho conosciuto, una persona capace, uno che ha combattuto il crimine, la ‘ndrangheta, e spesso l’ha anche vinta, l’ha debellata, uno considerato quasi un mito a Milano, mi sono domandato spesso perché, perché sacrificare Umberto? L’unica risposta che mi sono dato è che per un procuratore l’importante è arrivare all’obiettivo, ossia, in questo caso specifico, portare alla sbarra e condannare almeno Domenico Papalia, Franco Coco Trovato e qualcun altro, cominciare a smantellare quella rete di criminali. E le dichiarazioni di Schettini, per quanto ricche di menzogne e in alcuni aspetti fuorvianti, conducevano in quella direzione. Quindi, perché andare a fare delle verifiche, che avrebbero, poi, cancellato quelle stesse dichiarazioni. Perché, chiaramente, fare delle verifiche in quel senso, avrebbe reso insostenibili tutte le dichiarazioni di Schettini. Se non fai, invece, degli accertamenti, se accetti per buono ciò che dichiara il collaboratore di giustizia – anche le cazzate, perdonami l’espressione – arrivi all’obiettivo, prendi la direzione voluta. Se, poi, questo significa sacrificare la vittima, sparare addosso alla vittima una seconda volta, chi se ne frega!
Questo me l’ha insegnato, purtroppo in maniera vomitevole, il presidente della Corte che ha stabilito l’assoluzione nei confronti di Salvatore Pace nell’ultimo processo, che si è celebrato a marzo di quest’anno. Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, fra le altre cose c’è scritto che il movente non è importante. Capisci? Il movente non serve; in una sentenza, il movente è un orpello inutile. Quindi, sapere se una persona è stata uccisa perché è corrotta o perché è incorruttibile, non fa nessuna differenza. Cosa importa se, poi, viene messo un marchio di infamia addosso alla vittima.
Scusa la digressione, ma è qualcosa che mi disturba profondamente.

D) Non scusarti, Stefano. Non ti fermo, perché ritengo che non sia il caso di farlo. So bene quanto pesi su tutti voi questa vicenda, che vi tormenta da decenni. Tu hai portato avanti, sino a ora, un discorso lineare, con quest’ultima digressione sul presente. Sul piano del tuo racconto, siamo al momento in cui Schettini viene creduto quanto dipinge Umberto come un corrotto e non creduto quanto fa dei riferimenti piuttosto torbidi alla Falange armata. Ti chiederei se e quando si sblocca l’incrostazione che era stata creata attorno alla figura di tuo fratello e, inoltre, se puoi fare riferimento alle indagini che Armida stava svolgendo.
R) Armida, sì, stava continuando a lavorare incessantemente. Aveva, nel frattempo, anche iniziato la sua vita da globe trotter della legalità, nel senso che, proprio in virtù della sua bravura, delle sue capacità e del fatto che era una persona ferita dentro e non aveva, ormai, più nulla da perdere, i vertici dell’amministrazione penitenziaria le proponevano continuamente di andare a sistemare le situazioni più complicate: se c’era una rivolta nel carcere di Pianosa, mandavano lei; se c’era una protesta all’Ucciardone, mandavano lei in missione; se c’era qualche fatto increscioso a Voghera, a Sulmona, ovunque si presentassero dei casi da sanare, dei casi difficilissimi da sanare, chiedevano ad Armida e Armida accettava. Per lei era diventata, quasi, una catarsi immergersi in queste situazioni.
Però, non smetteva mai di chiedere, di indagare, di catturare informazioni che potessero servire a fare luce, finalmente, sui ruoli istituzionali. Lei aveva già archiviato la pratica Domenico Papalia, lei era certa che fosse stato lui; ma era altrettanto certa che esistesse un livello superiore, blindato, blindatissimo e cercava, in tutti i modi, di scardinare questo muro blindato.
Nel frattempo, accadde che, al processo, le dichiarazioni di Schettini non ressero la prova del giudizio; quando andò in aula, infatti, il collaboratore di giustizia si avvalse della facoltà di non rispondere, non ripeté quelle dichiarazioni e, quindi, tutti gli imputati furono assolti: così fu per Antonio Papalia, per Nino Cuzzola che guidava la moto, per Franco Coco Trovato, cioè per tutte le persone che lui aveva chiamato in causa e che, di fatto, erano effettivamente coinvolte nell’omicidio di Umberto. Tutti assolti.
Ma, poi, accadde il miracolo. Dopo l’assoluzione, uno di loro, ossia Nino Cuzzola, decise di pentirsi e, questa volta, a differenza di quello di Schettini, fu un pentimento genuino, spontaneo, vero, accertato anche dalle procure. Cuzzola dichiarò che, effettivamente, era stato lui a guidare la moto, che Schettini aveva sparato a Umberto. A differenza di Schettini, inoltre, Cuzzola raccontò un’altra versione relativa ai mandanti e al movente: disse, cioè, che l’ordine di uccidere Umberto era arrivato direttamente dal boss, da Domenico Papalia, che era lui il responsabile e che aveva incaricato il fratello Antonio e Franco Coco Trovato di organizzare l’omicidio, perché lui, nel frattempo, era stato… si era trasferito a Bergamo, se non ricordo male, proprio per allontanarsi dalla scena.
Peraltro, va detto che quel trasferimento gli fu procacciato – tanto per darti un’idea della collaborazione del carcere – dal direttore di Milano Opera, Aldo Fabozzi (nella foto, ndr), che era stato direttore, in precedenza, del carcere di Voghera, dove avvenne il famoso “suicidio” di Michele Sindona con il caffè. E, per premiarlo di questo servizio, lo mandarono a dirigere quel carcere “modello” che era Milano Opera. Bene, il direttore, Fabozzi, si adoperò per favorire il trasferimento di Domenico Papalia a Bergamo per allontanarlo da Opera. Non è un’illazione, Franco; ci sono i verbali che lo attestano, ci sono le dichiarazioni dello stesso Domenico Papalia che dice che il trasferimento a Bergamo gli fu suggerito e fu agevolato dal direttore di Opera.
Per tornare a noi, Cuzzola disse che l’ordine era partito da Domenico Papalia. E che era fremente quando ordinò a suo fratello e a Franco Coco Trovato di organizzare, in tutta fretta, l’uccisione di Umberto. Ci sono, a dimostrare l’irrequietezza del boss, le dichiarazioni di Antonio Papalia, a cui il fratello, quando il primo andò a trovarlo a Bergamo [Antonio era libero] aveva intimato: «se entro due giorni non leggo sui giornali che è stato ammazzato Mormile, non voglio più vederti qua e faccio un macello».
Ma Cuzzola, oltre del mandante, dà anche conto del movente. Perché Domenico Papalia aveva quella fretta e aveva dato ordine di uccidere Umberto? Perché mio fratello si era accorto, già dai tempi di Parma e a Opera l’aveva rivissuto in diretta, che nel carcere entravano, non registrati, degli agenti dei servizi segreti e avevano colloqui riservati con Domenico Papalia. Così, era scattato l’allarme.
Poi, qualche collaboratore di giustizia, alcuni anni dopo, aggiungerà qualche particolare a questa versione: ad esempio, fu dichiarato che era stato fatto qualche tentativo di corrompere Umberto, affinché non rivelasse quanto aveva scoperto, offrendogli del denaro, ma lui aveva rifiutato, decretando, con il rifiuto, la propria morte.

D) Stefano, scusa, ti interrompo per porti una domanda, magari poco opportuna o poco sensata. Perché Umberto non ha rivelato ad Armida, alla sua compagna, quanto aveva compreso? Non so se tu ti sia mai posto il problema.
R) Sì, sì, me lo sono posto. Ne ho parlato pure con Armida, perché questi problemi li abbiamo sviscerati a lungo. Intanto, perché Umberto era così, di lavoro, a casa, non voleva parlare. Per lui, la casa era un porto franco dove potersi rilassare, anche se, poi, Armida lo trascinava egualmente in quei discorsi, perché era un vulcano. A ogni modo, in generale, preferiva non confidarsi. Poi, credo che Umberto, per una sorta di protezione, per evitare di coinvolgerla, per lasciarla fuori da una vicenda torbida abbia preferito non parlargliene.
Ma io mi sono posto anche un’altra domanda. Come faceva a restare così tranquillo, dopo quello che aveva scoperto? Aveva organizzato la Pasqua con tutti noi, come ti dicevo prima; se avesse temuto per la propria incolumità, non ci avrebbe messo in pericolo, non avrebbe invitato tutti a casa sua. La risposta che mi sono dato è che, in realtà, avesse già fatto il proprio dovere raccontando dei suoi sospetti e delle sue scoperte a qualcuno, ma alla persona sbagliata.

D) Che era, Stefano?
R) Questa è una cosa che non posso dire.

D) Va bene alla persona sbagliata.
R) Io alla Dda l’ho detto, insieme ad altre cose. Però, senza delle prove, preferisco non dichiarare il nome. È una persona che, poi, ho scoperto… anzi, l’ha scoperto Armida, che era un collaboratore dei servizi segreti, ma nessuno lo sapeva. Questo è il problema. Ed era molto legato a Umberto, erano tanto amici, erano coetanei, si frequentavano. Credo che l’errore principale di mio fratello sia stato quello di ritenersi affrancato da qualsiasi pericolo, di sentirsi al sicuro proprio perché aveva scaricato quella rivelazione, quelle informazioni a chi di dovere.

D) Quindi Papalia ha ordinato l’esecuzione di Umberto in virtù del fatto che quest’ultimo aveva scoperto che esistevano rapporti, relazioni, incontri, ovviamente sottotraccia, tra un boss apicale della ‘ndrangheta ed esponenti dei servizi segreti. Questo è il tema.
R) Diciamo che è un tema non nuovo. Non è una novità assoluta, perché la frequentazione dei servizi all’interno delle carceri; dei servizi deviati, intendo… anche se, poi, è sempre più difficile tracciare il confine tra ciò che è deviato e ciò che è organizzato in quella direzione, visto che l’Italia è intrisa di episodi clamorosi, che riguardano i servizi segreti. Comunque, bastare andare indietro di un decennio, al caso di Ciro Cirillo, ad esempio, l’assessore democristiano rapito dalle Brigate rosse, per la cui liberazione i servizi entrarono dentro il carcere di Ascoli Piceno per concordare, per trattare direttamente con Raffaele Cutolo. Esistono tantissimi di questi esempi, che rimangono, però, sempre sottotraccia, e che sfoceranno, poi, nella vicenda più clamorosa che è il “Protocollo Farfalla”.

D) Tratteremo più avanti la questione relativa al “Protocollo Farfalla”, Stefano. Torniamo a Umberto, alla sua scoperta di incontri e relazioni che avrebbero dovuto rimanere segreti.
R) Quegli incontri non avrebbero dovuto diventare di pubblico dominio. Che entrano a fare i servizi segreti dentro il carcere? Ci entrano per concordare. Proviamo a immaginare che entrino, ad esempio, per pilotare dei pentimenti, delle collaborazioni, per pilotare delle confessioni, per far sì che qualcuno accusi Tizio anziché Caio. Ci sono tante possibili ipotesi. Prima, ho parlato delle dichiarazioni di Schettini a proposizione della spartizione dei proventi dei sequestri di persona – all’epoca molto diffusi e, soprattutto, molto remunerativi – tra servizi e ‘ndrangheta. Dichiarazioni in questo senso, poi, sono state riprese successivamente, da altri collaboratori di giustizia. La componente deviata dei servizi entrava sotto copertura nelle carceri per parlare liberamente con i boss, per concordare con loro, per fare accordi.
Tra le altre cose, ciò implicava anche la complicità di qualcuno tra il personale del carcere, che ovviamente permetteva che entrassero gli esponenti dei servizi segreti nel penitenziario. Ma non solo questo. Perché Umberto, non si era fermato all’osservazione dei colloqui, per così dire, abusivi che avvenivano dentro il carcere; aveva anche scoperto un certo automatismo premiale. Mi spiego meglio: mio fratello aveva notato che, subito dopo i colloqui, a Domenico Papalia venivano concessi dei benefici penitenziari, ad esempio, dei permessi premio o, addirittura, un lavoro all’esterno, che è una misura molto particolare. Ciò significava che qualcosa veniva riconosciuto al boss disposto a prestarsi a quei colloqui e al loro contenuto e che, di fatto, c’era anche la complicità del magistrato di sorveglianza di turno, che concedeva determinati permessi. Sulla base di cosa?
Evidentemente, non si trattava di un fatto episodico, ma c’era un sistema, un sistema ben collaudato, che consentiva tali incontri, in maniera tranquilla, libera e, ovviamente, illegale. Ecco perché era diventata una minaccia la figura di Umberto, la possibilità che raccontasse che accadevano queste cose in barba alla legge. Perché un agente non può entrare in carcere senza essere autorizzato dal magistrato, deve prima precisare le ragioni per le quali intende farlo.
Umberto, insomma, diventa una minaccia, un pericolo e viene spazzato via, affinché non raccontasse quanto aveva visto e scoperto. Fu ucciso e l’ordine partì da Domenico Papalia, che, però, ricevette il nullaosta dai servizi.

D) Parliamo di questo, adesso, Stefano; del ruolo dei servizi in relazione a una sigla che tu hai evocato alcune volte, e giustamente, una sigla fantomatica, non so quanto nota al grande pubblico, ossia la Falange armata. Che, inizialmente, mi pare si firmasse come Falange armata carceraria.
R) Nel maggio 1990, compare la sigla Falange armata carceraria, per la prima volta, sempre riferita all’omicidio di Umberto. Nell’ottobre di quell’anno, diventa Falange armata, sempre in relazione alla morte di mio fratello e insieme ad altri fatti delittuosi. Perché, dall’11 aprile in poi, la Falange armata attraverserà il Paese, accompagnerà, nei quattro anni successivi, tutti i fatti più efferati, tutte le vicende più brutte, più sanguinose e devastanti del nostro Paese, attraverso rivendicazioni puntuali, che sono sempre state derubricate come strumentali, come cialtronerie, addirittura.
Come ho detto prima, questa sigla è stata minimizzata. In realtà, quando parlo di quattro anni, non parlo, ovviamente, soltanto dell’omicidio di Umberto: parlo di omicidi di imprenditori, di avvocati, di magistrati. E, ancora, gli omicidi della “Uno bianca”; buona parte degli omicidi della cosiddetta banda della “Uno bianca”, almeno quelli più feroci – ad esempio quello del Pilastro – furono rivendicati dalla Falange armata. Si arriva, poi, agli anni ’92, ’93, ’94, alle stragi, alle stragi siciliane di Capaci, di via d’Amelio, e ci si sposta sul continente: viene firmato l’attentato a Maurizio Costanzo e alla compagna in via Fauro a Roma, così come la strage di via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano, le bombe di Roma alle basiliche, sino ad arrivare alla mancata strage dell’Olimpico a Roma; mi riferisco alla mancata strage di Carabinieri allo stadio Olimpico, nel gennaio 1994.
Tutte rivendicazioni ritenute farneticanti, non attendibili. In realtà, potrebbe essere interessante e illuminante leggere i loro comunicati – sono circa 1200 –, quelli ufficiali, pervenuti alle agenzie giornalistiche. Si tratta di documenti redatti in un linguaggio colto, forbito, non certo da persone ignoranti; ma ciò che li rende particolarmente interessanti sono i riferimenti al loro interno, elementi che soltanto un addetto ai lavori, una persona che è dentro i gangli vitali dello Stato può conoscere .
Mi spiego meglio, facendo un paio di esempi. Nell’ottobre 1990, accidentalmente viene scoperto in un’intercapedine, durante dei lavori di ristrutturazione in un appartamento di via Monte Nevoso a Milano, il secondo memoriale di Moro . Il secondo plico di documenti viene inviato agli esperti per le valutazioni del caso, per attestarne l’autenticità, l’attendibilità. Arriva, poco dopo, una rivendicazione della Falange armata, con la quale si rivolge al titolare dell’inchiesta, Pomarici [Ferdinando], e dice che alle carte rinvenute in via Monte Nevoso mancavano pezzi fondamentali, mancavano Gladio e altri temi . Questa mancanza verrà attestata soltanto mesi e mesi dopo, a seguito dell’analisi dei documenti da parte degli esperti, i quali sottolineano, appunto, che il memoriale è lacunoso. Come facevano a saperlo quelli della Falange armata?
Un altro esempio, relativo alla Uno bianca. Si stavano svolgendo le indagini in tutti i luoghi in cui erano stati perpetrati degli omicidi, dei delitti legati a quella banda, da Bologna a Pesaro a Rimini. In quest’ultima città, c’era un magistrato, Roberto Sapio, che stava indagando sui fatti della Uno bianca; sui giornali uscì la notizia che aveva in mano la soluzione e che riteneva di aver scoperto i componenti della banda criminale. Tant’è vero che spiccò dei mandati di arresto nei confronti di alcune persone. Bene, arrivò una telefonata all’Ansa di Firenze, a nome della Falange armata, che si rivolgeva direttamente al sostituto procuratore, irridendolo, prendendo in giro, in modo elegante; gli si diceva, in sostanza, che avrebbe fatto bene a riposarsi, ad andare in vacanza e a leggere un libro; non un libro qualsiasi, ma “La lettera rubata”, di Edgar Allan Poe . Se si va a leggere l’opera, si scopre che è un racconto poliziesco, che narra di un’indagine svolta da un investigatore [Auguste Dupin] che si trova alle prese con un rompicapo e che cerca di districare la matassa ingarbugliata, legata, appunto, a una lettera sottratta al destinatario da un astuto e subdolo ministro. Mentre il prefetto di Parigi cerca ovunque la lettera, Dupin scopre che, di fatto, la missiva era ben visibile, sotto gli occhi di tutti, su un portacarte di cartapesta che penzolava dalla mensola del caminetto.
Cosa significava questo riferimento? Che, in quel momento, i fratelli Savi, in particolare Roberto e Alberto, lavoravano vicino a lui . Gli si stava dicendo, in maniera irridente, «guarda che stai prendendo un granchio, stai arrestando le persone sbagliate, non solo loro i colpevoli. I colpevoli che li hai sotto gli occhi».
La storia della Falange armata l’ha scritta la stessa Falange armata, attraverso i comunicati. Se metti in fila questi 1200 documenti e li leggi attentamente, trovi non solo le rivendicazioni, ma anche gli annunci, ciò che stanno annunciando, ciò che faranno, dove e quando lo faranno. È una cosa che fa venire la pelle d’oca e non si capisce la ragione per la quale nessun investigatore, nessun magistrato abbia operato in questo senso. Io non sto dicendo che dietro la Falange armata ci siano gli autori materiali dei fatti, ma che ci sono sicuramente coloro i quali hanno architettato tutto e hanno, poi, scelto la manovalanza; e, oltretutto, l’hanno scelta con la forza del ricatto, esprimendo una pressione veramente notevole. Perché sono stati capaci di aggregare tutto lo scibile della criminalità, nel senso che hanno assoldato per compiere i misfatti la mafia siciliana, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la camorra, ma anche alcune sigle terroristiche di destra e di sinistra. Tutto ciò è certificato da sentenze: i colpevoli o, meglio, gli autori materiali sono stati spesso scoperti e condannati. Le menti, invece, sono rimaste nell’ombra.
Ti faccio un altro esempio illuminante. Abbiamo parlato delle stragi. Una premessa: la Falange armata racconta la sua azione distinguendola in fasi. Dicono che stanno lavorando work in progress, che stanno mettendo a punto il piano di destabilizzazione: attraverso il terrore, il sangue vogliono arrivare alla seconda Repubblica. Questo è il succo della questione. Ma ci arrivo. Dicevo che, nei comunicati, precisano che la loro azione è suddivisa in fasi, in quattro fasi, ognuna delle quali ha un significato ben preciso. Dopo la strage di via d’Amelio, dopo aver consumato le stragi siciliane, annunciano la quarta fase, dicendo che si sposteranno dalla Sicilia per portarsi nel Lazio, in Toscana e in Lombardia. Dettano nei comunicati queste regioni che sono di loro interesse. Ma non basta, successivamente faranno una delimitazione ancora più accurata, ancora più certosina, ancora più chirurgica. Il primo comunicato arriva, se ben ricordo, a settembre 1992; dopo qualche mese, riprendono il comunicato e precisano che le città colpite saranno Roma, Firenze e Milano; in un terzo comunicato, precisano quante azioni saranno consumate. A Firenze avrebbero dovuto essere consumate due azioni, a Roma tre e a Milano una. Guarda caso, a Roma c’è via Fauro, ma ci sono anche la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giorgio a Velabro che salteranno in aria. A Milano c’è via Palestro. A Firenze, noi ricordiamo la strage di via dei Georgofili; ma ci si dimentica, spesso, che, prima dell’esplosione di via dei Georgofili, viene rinvenuto un ordigno, che per fortuna non esplode, ai giardini di Boboli. Anche in questo caso ci fu la rivendicazione della Falange armata.
Posso, a volte, fare un po’ di confusione, ma li ho letti quasi tutti i documenti. Sono raccapriccianti, ti raccontano una storia. Perché bisognava fare tutto questo? Perché bisognava minacciare lo Stato, sciogliere il Parlamento, indire nuove elezioni? Perché passare dalla prima alla seconda Repubblica? È molto semplice. Nessuno di noi ci pensa, ma, tra la prima e la seconda Repubblica, avviene qualcosa di veramente importante. Io ho una certa età, la prima Repubblica la ricordo, ricordo gli Andreotti, i Craxi, i Forlani, ricordo le schifezze che facevano, ma ricordo anche che loro governavano, prendevano delle decisioni, venivano eletti per governare e applicavano il programma che avevano proposto e decidevano, quindi, sulla sanità, sulla scuola, sul lavoro, sull’economia. Erano loro a decidere, nel bene o nel male, si assumevano la responsabilità delle decisioni; poi, l’elettorato decideva se rinnovargli o meno la fiducia, se rimuoverli o meno dall’incarico, perché non era soddisfatto del loro operato.
Ma i protagonisti erano loro, era la politica che decideva, che governava. Dalla seconda Repubblica, non è stato più così; da quel momento in poi, le decisioni sull’economia o sul lavoro non sono più dipese dalla politica, i politici sono diventati dei meri esecutori, perché arrivavano le veline dai poteri economici, da chi comandava veramente, e loro eseguivano. I politici servivano semplicemente per darci l’impressione di essere ancora in una democrazia, perché votiamo; se votiamo, è il popolo che decide. In realtà, noi diamo un voto a chi non decide nulla, ma è un mero strumento di altri.
Lo so, ho semplificato molto, in maniera forse banale, però, in realtà, ci penso spesso, cerco di andare con la mente al passato e trovo, appunto, questa differenza tra prima e seconda Repubblica. Una differenza passata attraverso le bombe, la violenza, la paura e ciò ha determinato lo spostamento di determinati equilibri, degli assetti istituzionali, senza che ci fosse bisogno di riscrivere la Costituzione.
La politica ha perso potere e, come nel sistema dei vasi comunicanti, il potere da lei perso si è trasferito ad altri: sicuramente gli apparti sono esplosi come potere, ma mi riferisco anche ai poteri economici, alle lobbies economiche, alle massonerie deviate, a quelli, cioè, che sono i veri protagonisti del mondo attuale, che determinano il nostro destino, non solo quello italiano, ma quello europeo e mondiale. Tutto ciò è ravvisabile dagli scenari inquietanti di fronte ai quali ci troviamo e che subiamo quotidianamente.

D) Grazie, Stefano. Tu hai allargato, per ragioni comprensibili e logiche, la vicenda di Umberto, che è una vicenda collocata in un sistema estremamente complesso, in anni di grande trasformazione. Non vorrei perdere, però, due aspetti della storia di tuo fratello: uno è quello relativo ad Armida, alla sua storia personale, e l’altro è quello concernente l’iter giudiziario che ci ha condotto nel momento in cui, grazie a Cuzzola, l’immagine di Umberto quale corrotto si scrosta, la vittima si scopre essere tutt’altro che un corrotto, anzi si scopre che muore perché non accetta di farsi corrompere per non svelare un torbido sistema di relazioni dentro il carcere. Partiamo da Armida, se ti va.
R) Armida non ha mai smesso di cercare la verità, anche se lei, la verità, ce l’aveva, aveva delle certezze, a partire dal fatto che Umberto, ai suoi occhi, era la personificazione dell’onestà e, quindi, non poteva assomigliare, in alcun modo, all’immagine calunniosa che gli avevano creato addosso. Ma, in questa incessante ricerca della verità, iniziò un’odissea anche per Armida. Divenne pure lei un bersaglio: minacce e attentati, nel senso che le giungevano, ad esempio, lettere minatorie con dei proiettili all’interno. Nel periodo in cui c’era il pericolo dell’antracite, le giunsero oggetti con quel materiale. Fu un crescendo, sino all’apoteosi, quando, cioè, le fecero sparire i cani che adorava, che erano l’unico bene, l’unico affetto che le era rimasto; i cani sparirono, non furono più ritrovati, credo quand’era a Palermo, quando andava all’Ucciardone e li portava sempre con sé. Ancora: fu oltraggiata la tomba di Umberto, del suo amato Umberto, continuarono ad arrivare telefonate minacciose: «morirai, farai la fine del tuo compagno».
È stata una vita davvero terribile per Armida, ma lei ha continuato imperterrita, sino a una data, al 19 aprile 2003, quando ha ceduto. E si è uccisa. Si uccise nella casa di Sulmona, del cui carcere era direttrice. Si uccise o fu indotta a uccidersi, fu aiutata a uccidersi, perché pure questa vicenda ha lasciato dei dubbi. Ci sono delle circostanze, dei particolari che non tornano, piccole cose che non tornano proprio. Piccole cose. Prima ti ho parlato della sua personalità, del fatto che era una persona molto scrupolosa, molto ordinata e pignola. Spesso, la prendevo in giro per la sua pignoleria, perché non aveva mai nulla fuori posto. Lei si uccise, intanto, con un colpo di pistola sparato alla tempia, sul letto, a casa sua, nella sua abitazione, e si coprì con un cuscino, quasi a voler attutire il rumore. Già questo è un fatto strano. Una persona che decide di porre fine alla propria esistenza, non credo si preoccupi di disturbare i vicini di casa. È già una stranezza. Ma l’altra stranezza, più difficile da spiegare, è perché lei, così scrupolosa, avesse disposto sulla sedia accanto al letto tutto il vestiario con il quale avrebbe voluto essere seppellita; tutto, tutto preciso, il tailleur, le scarpe, le calze, la biancheria intima; tutto, sì, ma non aveva messo la camicetta, mancava la camicetta. La camicetta che era un elemento essenziale, in modo particolare per lei, e che non è mai stata trovata.
Terzo aspetto strano. Armida aveva un solo fratello, gli era rimasto solo quello, perché i genitori erano entrambi morti. Erano legatissimi. Il fratello, Domenico, viveva e vive a Cremona e si sentivano in continuazione; almeno due o tre volte al giorno, si telefonavano. Pure per questo, la prendevo in giro; ho questa natura ironica, che mi deriva da Umberto, quindi la “schiantavo”, le dicevo: «ma che avete da dirvi continuamente»? Questo solo per dirti quanto fossero legati. Nella lettera che Armida lasciò … una lettera strana anche quella, perché era composta da due pagine: nella prima, è Armida, è riconoscibilissima, ciò che scrive, come lo scrive, come si esprime, è Armida, senza ombra di dubbio; nella seconda pagina, c’è una virata molto strana, in cui è davvero difficile riconoscere Armida, per gli incisi presenti, per come vengono redatti. Tra le altre cose, non c’è mai stata una perizia calligrafica. A ogni modo, la cosa ancora più strana è che a margine, in fondo, scrisse un post-scriptum, dove spiegava che avrebbe voluto essere cremata e che le sue ceneri fossero sparse al vento – che, fra l’altro, è il titolo del film che hanno girato sulla sua vita – e che i suoi pochi avere fossero consegnati tutti all’adorato fratello Domenico. Invitava ad avvertirlo e indica il numero telefonico del fratello. Con due numeri sbagliati. Non voglio dire che sia inspiegabile, ma pare difficile immaginare che una persona che chiamava il fratello due volte al giorno possa sbagliare due cifre; peraltro, in una lettera così importante, definitiva.
So che potrebbero essere fisime, le mie. Comunque, la vita di Armida si spense quel 19 aprile. Tra l’altro, a distanza di due giorni, da un’altra morte sospetta, cioè quella di Gabriele Chelazzi, il magistrato, morto di infarto pochi giorni dopo aver interrogato Mario Mori nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi del ’93 .
L’unica consolazione è che Armida si è risparmiata la prima sentenza scandalosa, quella di Milano. Torno, così, alla vicenda giudiziaria, che avevamo interrotto con le dichiarazioni di Cuzzola, che, finalmente, fornì uno squarcio di verità sull’omicidio di Umberto. Per noi, era una gioia incontenibile, si andava verso la verità. La procura, stavolta, al contrario di quanto fece con Schettini – ossia quando non fece nemmeno una verifica –, con Cuzzola si mosse diversamente, fece le pulci, andò a controllare tutto. E, alla fine, scoprirono che era tutto vero.
Cuzzola raccontò anche della Falange armata, spiegò che quella rivendicazione politica era stata suggerita a Domenico Papalia dai servizi segreti. Tutto tornava. Cuzzola era un test attendibilissimo. Ma, subito dopo le sue dichiarazioni, quasi come in un meccanismo oliato di depistaggio, ecco che spunta fuori un altro, clamoroso e insospettabile pentito, Emilio Di Giovine, che rafforzò le dichiarazioni del primo pentito, nel senso che tirò nuovamente fuori la storia del corrotto, Umberto come corrotto. Di Giovine dice: «ma sì, Umberto io l’ho conosciuto a Parma; anzi, sono io che ho messo in relazione Umberto Mormile, l’educatore, con Domenico Papalia». Tu considera che Papalia e Di Giovine erano nemici, appartenevano a clan differenti, ostili l’uno all’altro; quindi, figurati se avrebbe procacciato un favore all’acerrimo nemico. Ma sono dettagli, sono piccoli particolari.
E Di Giovine continuava: «Mormile lo frequentavo a Parma, quando sono arrivato a Parma, Umberto mi faceva tutti i favori possibili e immaginabili, lo pagavo. Certo, era un avido; non era solo un corrotto, ma era proprio avido. Voleva tantissimi soldi, regali; figuratevi che, una volta, ho dovuto regalargli una Golf nera fiammante». Una Golf!? Ora, i trenta milioni non li vanno a cercare; per quanto trenta milioni siano un gran cifra. Però, i soldi possono anche essere regalati o buttati dalla finestra, fatti sparire in qualche modo. Ma una macchina? La macchina si può nascondere, secondo te? Tanto più che Umberto una Golf nera, in quel periodo a Parma, ce l’ha avuta; solo che non gliel’ha regalata Di Giovine, ma un mio carissimo amico, che si chiama Grimaldo Talone; nome e cognome, può ancora testimoniare. Era un mio carissimo amico, patito di automobili, un vero fanatico; quella Golf era vecchiotta, però era tenuta in ottime condizioni. Umberto stava cercando un’auto in buone condizioni e comprò, quindi, quella di Grimaldo.
Questo solo per darti un’idea delle fandonie clamorose e spudorate che venivano dette davanti a un magistrato. E quel magistrato non si preoccupò neanche di fare le verifiche più elementari; in quel caso, sarebbe bastato fare una ricerca al Pra. E che cavolo! Ma, come ho detto prima, bisognava riequilibrare le dichiarazioni pericolose fatte da Nino Cuzzola. Pericolose non tanto perché davano conferma dell’onestà di Umberto, che aveva scoperto quei colloqui a Opera, quanto piuttosto nel fatto che accettare quel movente dell’omicidio avrebbe significato per la procura di Milano dover aprire dei fascicoli di indagine sul carcere, sui servizi segreti e sulla magistratura di sorveglianza. Il che avrebbe significato una cosa enorme; gli conveniva? No, conveniva portare a casa il risultato.
Alla fine, cosa decisero di fare? Decisero di mettere tutti sullo stesso piano. Le dichiarazioni di Cuzzola, che dicono che Umberto era incorruttibile ed era stato ucciso perché testimone scomodo di quegli incontri, furono accettate e sono contenute nella sentenza. Ma, dentro la sentenza, sono presenti e vengono accettate anche le dichiarazioni di Schettini e di Di Giovine, anche se non sono state verificate, anche se stridono fortemente, fanno a cazzotti con quelle altre. Anche se fanno a cazzotti anche con il buonsenso, perché, come ho detto, Umberto non poteva concedere benefici, non possedeva né auto né regali né soldi.
Viene messo tutto nello stesso calderone, perché conta una sola cosa, come ho già detto: portare alla sbarra anche Domenico Papalia, perché le dichiarazioni di Cuzzola lo chiamano in causa come il dominus dell’omicidio e, quindi, è possibile processarlo per questo reato. E un altro capitolo bruttissimo nella sentenza è quello relativo alla Falange armata, che viene completamente disconosciuta, viene derubricata a fantomatica sigla che interveniva soltanto a fatti avvenuti; quindi, non avevano valore quelle rivendicazioni, erano false, non attendibili, la Falange armata non esisteva.
In questa scandalosa sentenza, c’è, comunque, la condanna degli esecutori materiali, Schettini e Cuzzola, e dei mandanti criminali, Domenico Papalia, Antonio Papalia e Franco Coco Trovato, e finisce là. Nelle motivazioni si può leggere, insieme, che Umberto è stato ucciso perché corrotto e perché incorruttibile. La grammatica e la logica italiane vengono così piegati agli obiettivi della procura.

D) Stefano, solo per dare un’indicazione cronologica, questa sentenza quando fu emessa?
R) Siamo nel 2008.

D) Questa sentenza, quindi, giunse a cinque anni dalla morte di Armida e a diciotto anni dall’omicidio di Umberto. Ma il travaglio giudiziario è finito nel 2008?
R) No, no. Per noi familiari non è affatto finito, perché non potevamo accontentarci di quella sentenza acrobatica, per dire così, con acrobazie concettuali. Anche perché noi sapevamo benissimo, a quel punto, che c’erano delle forti complicità e che non erano perseguite; ma non potevamo fare granché. Ciò che succede di provvidenziale è un mio incredibile incontro con Salvatore Borsellino, che avviene nel 2013, se non ricordo male, ossia circa cinque anni dopo quella scandalosa sentenza. Una sentenza che non mi dava pace e, del resto, già la morte di Armida mi aveva dato un colpo micidiale. Dopo la morte di Armida, non avevo più energia, non avevo la grande forza necessaria per lottare contro i mulini a vento; e quella sentenza mi aveva definitivamente fiaccato.
Invece, incontro casualmente – tengo a precisarlo, casualmente – Salvatore Borsellino in una piazza di Roma, lo fermo, ci soffermiamo a parlare, ci diciamo tante cose e lui mi mette in contatto con Fabio Repici, che tu conosci, l’avvocato. Sono stati due incontri che mi hanno aperto nuovamente alla speranza, mi hanno schiuso tante porte, a partire dal fatto che mi hanno permesso di conoscere tante vicende che non conoscevo, se non marginalmente e in maniera errata. Fatti, vicende che sono tutti legati fra loro. E, poi, il lavoro mirabile, le intuizioni straordinarie di Fabio Repici.
Inoltre, fu importante, per noi, anche l’inchiesta di Reggio Calabria “‘ndrangheta stragista”, nata nel 2012-13, per accertare le responsabilità sull’uccisione di due carabinieri, Fava e Garofalo, uccisi vicino a Reggio nel 1994 . A occuparsi delle indagini, è il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo; ogni tanto, si incontrano bravi investigatori. Lombardo scopre, fra le altre cose, che gli omicidi dei carabinieri erano stati rivendicati dalla Falange armata. Mentre altre procure, in altre latitudini, si erano fermate ai fatti, Lombardo si interroga, rileva che quella sigla era già comparsa in altre occasioni, si domanda in quali altre circostanze era comparsa. Fa un percorso, un percorso a ritroso, partendo dalla fine e arrivando sino al primo comunicato, scoprendo che la Falange armata era intervenuta, negli anni, in tanti episodi clamorosi, quelli che ho citato in precedenza. Arriva, così, alla comparsa, per la prima volta, di quella sigla, proprio in occasione dell’omicidio dell’educatore Umberto Mormile, a Carpiano, vicino Milano l’11 aprile 1990.
Mette in fila tutti i fatti, comincia a fornire un contorno a queste rivendicazioni, ai vari episodi, alle stragi, e dà un senso anche all’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo, che rappresenta la prosecuzione di un percorso iniziato anni prima, e a quello di Umberto Mormile. E indaga sulla vicenda di mio fratello, come avrebbero dovuto fare a Milano, ascolta tutti i testimoni, tutti i collaboratori, scopre nuovi collaboratori che emergono e che rendono le stesse dichiarazioni di Nino Cuzzola, magari arricchendole di piccoli particolari, che si muovono, comunque, nello stesso solco . E, alla fine, emerge con chiarezza clamorosa che ci sono i servizi segreti dietro l’omicidio, l’hanno commissionato, hanno governato l’operazione, perché, evidentemente, avevano e hanno un interesse particolare a entrare nelle carceri e a fare accordi con i boss.
Quindi, c’è una prima sentenza, emessa nel 2018 e noi prendiamo quella sentenza – quando dico noi intendo Fabio Repici, perché mi trascina con lui – chiediamo alla Dda di Milano, forti di quella sentenza e di altre evidenze messe in fila da Fabio, la riapertura delle indagini, perché vogliamo che venga chiarito il ruolo svolto dai servizi segreti, il ruolo avuto dalla Falange armata, il ruolo del carcere di Opera, il ruolo svolto, eventualmente, da qualche magistrato di sorveglianza. E la Dda riapre le indagini, per quanto lo faccia lentamente, ma lo fa con cura, sente i testimoni di cui Fabio ha fornito un elenco, così come ha fornito una lista dei documenti da acquisire, delle ordinanze; insomma, di tutto quello che era stato volutamente ignorato nel corso degli anni precedenti. Gli investigatori procedono, magari con indolenza, ma accertano quanto era già emerso a Reggio Calabria, verificano che le dichiarazioni confermano, di fatto, il movente emerso con Cuzzola, ed evidenziano, così, le responsabilità dei servizi segreti e della Falange armata.
Scoprono, poi, dell’altro. Qualcosa di clamoroso. Scoprono i nomi di due agenti, uno era un dirigente del Sisde, De Lucia [Andrea], il quale entrava regolarmente nel carcere di Opera in quel periodo. L’altro, ancora più clamoroso, è Carmine Gallo (nella foto, ndr), che gestiva molti collaboratori di giustizia alla fine degli anni Ottanta, alcuni dei quali aveva eterodiretto, nel senso che ne aveva pilotato le collaborazioni; era stato anche lui un collaboratore dei servizi segreti. Ora, non c’erano più delle dichiarazioni evasive, delle pure ipotesi; c’erano nomi e cognomi di membri dei servizi che frequentavano il carcere. De Lucia, Un dirigente del Sisde! Andatelo a sentire. Invece, non fu convocato per essere interrogato, ci mandarono i carabinieri del Ros, con un foglietto su cui c’erano le domande da rivolgergli. Figurati se un carabiniere, al cospetto di un dirigente del Sisde, ha l’ardire o la capacità di metterlo in difficoltà.
Io ho letto i verbali di quell’audizione; ho letto che risposte ha fornito, sembra, in qualche caso, che voglia prendere in giro. Ci sono risposte evasive, «sì, sì, entravo [al carcere di Opera], ma non forse non venivo neanche registrato, ma perché mi conoscevano». C’è l’obbligo di registrare gli ingressi dentro un carcere; ma a lui lo conoscevano! E ancora: «ma non andavo certo per parlare con i boss, con i detenuti; mi fermavo a parlare con il direttore e, qualche volta, con il comandante del carcere» . E perché parlavi con loro? «Per avere aggiornamenti sulla posizione dei detenuti politici, non certo per altre ragioni». Scuse assurde! Ancora più assurda è la risposta che fornisce quando gli domandano se ricorda dell’uccisione di Umberto Mormile, in quel periodo, l’educatore del carcere di Opera. «Umberto chi? Mai sentito» .
Una risposta così sprezzante. Sei un dirigente del Sisde di riferimento in Lombardia, vai regolarmente là, hai la delega sul carcere di Milano Opera, e neanche ti ricordi – o fingi di non ricordare – che è stato ucciso un educatore a Milano Opera? E finisce così. Gallo non viene neanche chiamato per chiedergli conto delle dichiarazioni che lo chiamano in causa, che lo accusano pesantemente di stabilire accordi con i criminali, di favorire certi processi.
Comunque, la Dda compie questo percorso, che conferma in tutte le testimonianze e in tutti i dati raccolti l’ipotesi della responsabilità dei servizi segreti, del carcere e della magistratura di sorveglianza nell’omicidio di Umberto Mormile. In più, come ho detto, ci sono degli elementi aggiuntivi, nomi e cognomi di possibili protagonisti o, quantomeno, di persone che potrebbero fornire indicazioni più puntuali ai fini delle indagini. Ma si è deciso di non disturbarli, di lasciarli tranquilli. E si chiede l’archiviazione.
Nel 2021, la procura di Milano chiese, infatti, l’archiviazione del procedimento . Per fortuna, il gip [giudice per le indagini preliminari], Natalia Imarisio, rigettò, almeno parzialmente quell’archiviazione. Al giudice per le indagini preliminari erano pervenute tutte le memorie di questa vicenda, una relazione veramente illuminante di Fabio. La rigetta parzialmente perché, fra le tante lacune investigative della Dda, ce n’era una clamorosa, ossia la sottovalutazione delle dichiarazioni, fra i tanti personaggi chiamati a parlare, di Salvatore Pace e di Vittorio Foschini, che erano anche due collaboratori di giustizia. Foschini aveva reso delle dichiarazioni attendibili, scrupolose sul movente dell’uccisione di Umberto. Perché sono informati dei fatti, lui e Pace? Perché hanno partecipato, lo dicono loro stessi, ma l’avevano già detto alla procura di Milano e non erano stati presi seriamente in considerazione. Si erano autoaccusati entrambi di aver fornito i mezzi di appoggio per commettere l’omicidio, la moto, le macchine che hanno preso i due killer dopo aver commesso il fatto. Questi due erano criminali, capobanda, gestivano dei gruppi criminali e si occupavano soprattutto di logistica, di procurare le armi, le moto. L’avevano dichiarato a più riprese, l’avevano detto ripetutamente: «sì, noi abbiamo partecipato, abbiamo partecipato anche ad alcune riunioni per deliberare, per organizzare l’omicidio».
Erano rei confessi e nessuno li aveva mai rinviati a giudizio, nessuno li aveva mai portati alla sbarra. La gip, Imarisio, dice: «va bene, archiviamo la posizione della Falange armata, archiviamo la posizione delle responsabilità del carcere e quelle dei servizi. Ma non posso archiviare anche questo». Insomma, c’è una dignità anche della professione del magistrato. Per cui decise di rinviare a giudizio Salvatore Pace e Vittorio Foschini e, in tal modo, arriviamo ai giorni nostri.
Ciò che ti racconto ora, legato a cosa avviene dopo questo rinvio a giudizio, mi dà l’opportunità di far capire quanto sia ancora attuale la storia della Falange armata, quanto attuale sia ancora la storia di potere che pervade il nostro Paese e non solo il nostro. Rinviati a giudizio Pace e Foschini, c’è il processo, che sembra un processo minore, perché, comunque, alla sbarra sono chiamati due comprimari, che hanno partecipato all’organizzazione dell’omicidio, ma che non sono di certo i responsabili principali. Tuttavia, per noi familiari, che ci siamo costituiti parte civile e che siamo assistiti da quel genio che è Fabio, è l’occasione per portare dentro il processo tutti quegli aspetti che ne sono sempre stati esclusi, che hanno sempre voluto escludere, la Falange armata, ad esempio, il carcere e i servizi segreti, la magistratura di sorveglianza.
E così facciamo. Per fortuna, il gup [giudice per l’udienza preliminare] nominato nel processo a carico di Foschini e Pace ci dà spazio, ascolta, ascolta con attenzione. Anche perché i dati che vengono forniti sono inoppugnabili, incontrovertibili, sono dei macigni, sono delle prove; è davvero difficile fare finta di nulla. Per cui, la sentenza del marzo del 2024 è stata una sentenza storica, clamorosa: condanna i due imputati, reo confessi – e ribadisco reo confessi – a sette anni di carcere ciascuno, proprio per aver fornito i mezzi d’appoggio per l’uccisione di Umberto. Ma non solo. Le motivazioni sono, di per sé, illuminanti, perché parlano del movente, per il gup il movente non è un orpello, è un aspetto importante. Il movente spiega che, oltre ai due imputati, condannati perché hanno fornito le moto, e a chi ha sparato e, ancora, oltre quelli che hanno organizzato l’omicidio, ci sono, senza ombra di dubbio, delle altre responsabilità, a un livello superiore; responsabilità dei servizi, del carcere, ossia quanto noi abbiamo detto per anni e che la motivazione recepisce . È detto con chiarezza, con nettezza; ecco perché è una sentenza storica, perché può schiudere la strada a nuove indagini approfondite, accurate.
Ma non va così. Non va così. È troppo pericoloso aprire nuovi scenari. Cosa succede? Succede che uno solo dei due condannati, Salvatore Pace, fa ricorso, non accetta la sentenza e fa ricorso. Pazienza. Andremo in appello, ribadiremo le nostre ragioni pure in appello. Nossignore, perché, nel frattempo, accadono altri avvenimenti importanti, clamorosi. Accade che, nell’estate dello stesso anno – ossia del 2024 – a Milano e a Roma scoppiano due scandali paralleli, che hanno, però, la stessa natura. A Milano, scoppia lo scandalo Equalize, una società di informazioni che non fa altro che preparare dossier. Una società, appunto, fondata e guidata da Carmine Gallo – la persona che ho citato prima a proposito dei rapporti in carcere con i boss –, un vecchio collaboratore dei servizi segreti, che ha lavorato anche con Marco Mancini, quello dell’incontro in autogrill con Matteo Renzi e, soprattutto, dello scandalo di Abu Omar .
Vicende torbide, dunque, siamo nell’opacità totale. Ma si scopre che, a lavorare con Gallo in Equalize, c’è anche Salvatore Verdoliva, che, guarda caso, è anche l’avvocato di Salvatore Pace. Queste cose le ha scoperte Fabio. Non solo, escono fuori anche dei contatti diretti, e imbarazzanti, tra Gallo e lo stesso Pace: ci sono accordi lavorativi, degli appalti, delle vicende molto strane, anche in odore di mafia. Troppe stranezze e viene messo tutto nero su bianco.
Oltretutto, Carmine Gallo comincia a collaborare con la procura, comincia a raccontare fatti e fattarelli, e Fabio chiede formalmente al giudice che dovrà presiedere la sentenza d’appello di attendere, al fine di poter avere un’appendice con un approfondimento sul caso Equalize, perché è chiaro che ha una relazione, anche stretta, con l’omicidio di Umberto; perché Gallo ha gestito i pentiti, perché ci sono certe frequentazioni, c’è un richiamo alla Falange armata. Invece succede che Carmine Gallo, due giorni prima dell’udienza, muore, muore per un infarto improvviso, provvidenziale; si sa, proprio quando stava cominciando a raccontare … noi lo sappiamo, quando si racconta, affiorano i ricordi, i ricordi portano le emozioni e le emozioni ti fanno…
Lasciamo perdere l’ironia. Non c’è più Carmine Gallo a testimoniare, come aveva chiesto Fabio, ma ci sono gli altri, c’è Verdoliva, ci sono anche i verbali delle dichiarazioni già rese da Carmine Gallo in procura, che possono essere interessanti. Ma la Corte non sente ragioni, bisogna andare a sentenza, bisogna andare oggi stesso. La Camera di consiglio è molto risicata, c’è la giuria popolare, che non è molto esperta. In poco, pochissimo tempo, arriva la sentenza: Salvatore Pace è innocente, non ha fornito lui le armi. Si è autoaccusato più volte? Va beh, che vuol dire!? Sono passati anni, troppi anni, magari ricordava male, magari si era distratto.
Insomma, una sentenza vergognosa. Bisognava assolvere, a tutti i costi, perché bisognava chiudere questa ricerca, bisognava evitare che si aprisse una falla, che si aprisse il vaso di Pandora sulle responsabilità istituzionali, che si parlasse, magari, della Falange armata. Amen.
La procura, l’unica che avrebbe potuto rigettare questa sentenza, non l’ha fatto; e questa vicenda rimane, così, appesa, appesa e sospesa. Eppure, è una vicenda che ci riguarda, ci riguarda tutti, come abbiamo visto, c’è l’ombra lontana di una rete di poteri torbidi.

D) Grazie, Stefano. Mancano, ormai, soltanto cinque minuti alla fine della nostra chiacchierata.
R) In cinque minuti, faccio un accenno al “Protocollo Farfalla”.

D) Certo.
R) Come ho ampiamente raccontato, Umberto è stato testimone scomodo di certi incontri che avvenivano in carcere. Erano incontri sistemici, che avvenivano con una certa frequenza e ciò accadeva a tutte le latitudini, perché il carcere è un ambiente importante per i servizi segreti per stabilire accordi. Tant’è che, tredici anni dopo l’uccisione di Umberto, ossia nel 2003, è stato scoperto, casualmente, un accordo segreto, stipulato tra i vertici dell’amministrazione penitenziaria – il DAP, ossia chi comanda le carceri – e il vertice dei servizi segreti civili . È importante capire chi sono i firmatari di questo accordo, chi c’era ai vertici delle due istituzioni: a vertice del DAP, c’era Giovanni Tinebra, che vi era stato mandato dopo i depistaggi sulla strage di via d’Amelio; depistaggi di cui sono stati accusati lui e Arnaldo La Barbera; per premio, è stato mandato a dirigere il DAP. A capo dei servizi segreti civili, c’era Mario Mori, il generale Mori; i soliti noti che ritornano, tornano sempre. I due stipulano un accordo che dice… ma non voglio essere impreciso, voglio usare le parole di un giornalista che ha scoperto quelle carte [Matteo Bartocci de “Il Manifesto”]. Me lo sono appuntato. Cos’è il “Protocollo Farfalla”? «Una rete di intelligence interna alle carceri per controllare e monitorare in modo continuativo e centralizzato, non solo tutte le attività dietro le sbarre, ma anche i collegamenti dei detenuti con il mondo esterno, le attività del personale e degli agenti di polizia».
Cosa significa? Che i servizi segreti e il carcere si parlano direttamente, attraverso un protocollo, avviando un’intesa proibita, illegale; una convenzione non lecita tra due parti che decidono di scambiarsi informazioni. Il carcere passerà ai servizi direttamente, senza filtro della magistratura, tutte le notizie riguardanti i detenuti, non solo quelli al carcere duro, al 41bis, ma anche quelli ordinari; e non solo notizie sui carcerati, ma anche sui loro parenti; ma non solo, anche sul personale che lavora in carcere: ma non solo, anche sui parenti del personale che lavora nelle carceri.
Una sorta di centrale di dossieraggio, una rete di intelligence fatta dal DAP, anche attraverso delle intercettazioni illegali, con informazioni che arrivavano ai servizi . Un’illegalità clamorosa. Questi sono gli accordi. Una vicenda che avrebbe dovuto suscitare uno scandalo di proporzioni epiche. Furono aperte due indagini, una a Roma e una a Palermo e furono portati alla sbarra Mario Mori, Tinebra, ossia i firmatari, ma anche Siciliano [Giacinto], direttore del carcere di Sulmona implicato in una di queste vicende, e altri funzionari del DAP, come Salvatore Leopardi, che era il dominus, il braccio destro di Tinebra, messo a capo dell’ufficio ispettivo che stava organizzando queste centrali di ascolto, questa raccolta di informazioni. Le due inchieste, appena aperte sono state seppellite. Seppellite da cosa? Dal segreto di Stato. Segreto di Stato che, in questa circostanza, non aveva neanche ragione di esistere; eppure fu apposto.
Fino a che i reati non sconfinarono nell’annullamento, nella prescrizione. Di recente, il segreto di Stato è stato tolto, ma tanto, non avendo svolto le indagini, non si è potuto riscontrare il comportamento illecito da parte dei protagonisti di quelle vicende.
E, visto che manca un minuto, ti dico della sublimazione che c’è nell’articolo 31 del DDL sicurezza. Tra le tante aberrazioni e i tanti enormi poteri illegittimi concessi ai servizi, viene anche concesso il transito, diretto e indiscriminato, degli agenti dei servizi segreti all’interno del carcere. Adesso possono circolare liberamente, possono fare ciò che vogliono. A evitare che possa esserci un educatore ficcanaso che va a scoprire che fanno degli incontri illegali. Beccate questa! Adesso è legale.

Grazie, Stefano.

 

Mormile Stefano
Stefano Mormile è un funzionario della pubblica amministrazione in quiescenza. Per dare conto del grande sforzo profuso da Stefano nel tentativo di trovare giustizia per la morte del fratello Umberto – educatore carcerario nel penitenziario di Milano Opera – l’11 aprile 1990, vale la pena riportare la motivazione con la quale la giuria del Premio nazionale “Lea Garofalo” lo ha insignito del titolo di “testimone del nostro tempo”, insieme ad altri, nel corso della terza edizione, nel novembre del 2024: «Stefano ha dedicato la propria vita per ricordare il sacrificio del fratello e trovare elementi probatori in merito ai tanti filoni giudiziari». È stato tra i fondatori dell’Associazione familiari vittime della Falange armata.
Insieme alla sorella Nunzia, ha collaborato alla stesura di uno dei capitoli del volume curato da Salvatore Borsellino, “La Repubblica delle stragi” (Paper First 2018), ossia il capitolo 5, “Milano, l’autoparco delle mafie in via Oreste Salomone e l’omicidio di Umberto Mormile”.
È fratello di Umberto, educatore carcerario freddato da mani mafiose nell’aprile del 1990, all’età di trentasette anni, per aver scoperto gli incontri, illeciti, che si tenevano all’interno del carcere in cui lavorava, quello di Milano Opera, tra membri dei servizi segreti e boss ‘ndranghetisti. La complessa e lunghissima vicenda giudiziaria dell’omicidio di Umberto ha sancito le responsabilità mafiose del delitto, ma ha lasciato fuori le responsabilità di apparati dello Stato che pure hanno avuto un ruolo non marginale quantomeno nella gestione di quegli incontri illegali.

 

 

 

 

 

 

Comments are closed.