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Stato/mafia e trattative. Non sogno più, oramai sono diventato grande.

Non vorrei seminare scoramento né tanto meno pessimismo, ma poiché sono diventato davvero grande, non ho più voglia di sognare. Il mio pensiero sui fatti di mafia è noto e l’ho ribadito sino alla nausea. Quando le nebbie, dissolvendosi, lasciano spazio alla luce della verità, ecco che insieme alla nebbia, evaporano le certezze che la longa mano della Giustizia riteneva aver fatto proprie. E’ l’aleatorio mondo mafioso che da sempre è prodromo d’illusione cocente: le prove, le prove e le prove sono necessarie per emettere una sentenza di condanna. E, mediante le condanne che si ha una verità processuale. A proposito di prove, mio padre fu fermato per omicidio e portato in quella che decenni dopo diveniva la mia sede d’investigatore: la Squadra Mobile di Palermo. Fecero una retata su segnalazione di un uomo che in verità accusò una quindicina di persone, poi tutti rilasciati perché estranei all’omicidio: omicidio non maturato in ambito mafioso.

Ma, quando si parla di cose di Cosa nostra tutto è diverso, non bisogna mai farsi fuorviare da teoremi, e spesso uno dei grossi errori è stato voler “leggere” le cose difficili mentre, invero, la risposta stava nella banalità. Le minuzie, le semplicità come l’ordinarietà, sono l’anello debole di Cosa nostra. L’organizzazione Cosa nostra, compie riti e gesti promanati sin dalla genesi e nonostante il cambiamento dei quadri dirigenti, la gestualità e se vogliamo l’atipica mentalità, riflettono i dogmi ancestrali della mafia. Se nel nostro Paese avessimo avuto in seno all’Intelligence, una struttura che avesse studiato la ritualità di Cosa nostra, di certo la Piovra non sarebbe diventata forte, come purtroppo è divenuta. Ma c’era o c’è nella politica italiana la vera volontà di distruggere la mafia? Penso di no!

Segmenti della politica hanno giocato un ruolo non secondario sulla crescita di Cosa nostra e sulle mafie in generale, talchè, in taluni casi, il sodalizio tra mafia/politica era talmente avviluppato, che era persino difficile scindere i contorni strutturali. Ora si parla di “trattative” tra Stato e mafia. Si ipotizza, dalle varie affermazioni di alcuni pentiti, che finanche un partito sarebbe nato per volontà condivisa tra uomini d’onore e alcuni politici. Le indagini ci daranno le risposte, semmai giungeranno a conclusione.

Le uniche certezze che sinora si hanno, sono i tanti innocenti ammazzati, i tanti leali servitori periti e spesso seppelliti proprio da quella classe politica che con tanta ipocrisia blaterava parole di circostanza durante le e esequie.

Un’altra amara certezza è che in un paese come l’Italia, Cosa nostra si è potuta permettere impunemente di effettuare un provino per realizzare la strage di Capaci, facendo saltare in aria un tratto di strada, testando effetti e potenza dell’esplosivo.

Ora le luci della ribalta sono tutti per quegli attori che a vario titolo hanno avuto un ruolo nella presunta trattativa. Uomini importanti, uomini che hanno ricoperto posti di primo piano, sia nella politica che nelle istituzioni: i PM scriveranno fiumi e fiumi di parole, ma alla fine, coniando il pensiero gattopardiano di Tomaso di Lampedusa, si scriverà di tutto per non leggere nulla. Gli unici che potrebbero dare certezza su quella nefasta stagione del dopo guerra, ossia le stragi del 92/93, non parlano: i Graviano, i Riina e i Provenzano, non hanno nessun interesse a farlo. Figuriamoci se lo faranno i politici, escussi di recente dai PM palermitani sulla presunta trattativa. Ma un forte segnale è stato mandato dal generale Mori, che intervistato da Antonello Piroso, ha dichiarato “Probabilmente le trattative ci sono state, ma queste non potevano essere gestite da un colonnello dei carabinieri: sono ad alto e a maggiore livello, e forse un giorno salteranno fuori”.

Non salterà fuori proprio un bel nulla, come non salteranno fuori i documenti “prelevati” dalla cassaforte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

In questo Paese non è solo proibito avere delle verità, ma è anche proibito sognare per avere giustizia ed equità, quali fondamenta del vivere sociale.

Ed io, nel frattempo sono diventato troppo grande, per sognare.

Pippo Giordano

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