Non sono giurista, non sono esperto di mafia, ma sono stato solo un manovale che in concorso con altri, ha cercato di costruire le fondamenta di Legalità del paese chiamato Italia. Gli altri costruttori impegnati nell’arduo compito di erigere il bene comune di libertà e giustizia equa, ahimè non li possiamo annoverare tra le “morti bianche”: non sono precipitati da un impalcatura. Ma sono stati ammazzati e il loro brutale e becero assassinio, aveva come unico scopo d’impedire che l’opera di costruzione giungesse a termine e ad impedirlo sono stati coloro che per soddisfare il coacervo d’interessi tra Stato – mafia, hanno di fatto sospeso la Democrazia in questo Paese. Le stragi del 92/93 sono un dato di fatto. La memoria si sa, non è un vanto dei politici italiani. Spesso si dimenticano che quei “costruttori di Legalità”, cito solo tre nomi per tutti, Chinnici, Falcone e Borsellino, sono morti proprio per consentire a costoro di pavoneggiarsi e sedersi negli scranni più alti. E si dimenticano, dolosamente che per raggiungere quegli interessi che accennavo prima, taluni si sono serviti di trattative coi mafiosi e che solo in un Paese in mano a degli opportunisti ciò poteva accadere. La sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione, sollevato dal capo dello Stato, contro la Procura di Palermo, mi è parsa una partita tipicamente italica, che vediamo nei campi di calcio: un tifo tipicamente calcistico pro Quirinale, ostentatamente esibito con gaudente gioia a sentenza emessa. Ho udito persino dichiarazioni davvero allucinanti. Come quella di Violante che ha affermato: “Certi magistrati hanno perso la lucidità”, Vorrei ricordare a Violante che sono espressioni che venivano indirizzate a Giovanni Falcone ch’era considerato, a torto, “Toga Rossa” ed ha perso la sua lucidità quel 23 maggio del 1992 a Capaci.
Ma nessuno, dico nessuno di questi festanti paladini della Legalità, si è chiesto di cosa avessero parlato Mancino e Napolitano nelle famose 4 telefonate intercettate. Non credete, egregi cari cultori di un Diritto a senso unico, che milioni di italiani onesti potessero avere interessi a conoscere il contenuto di siffatte telefonate, peraltro, dopo aver letto quelle tra Mancino e il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio? Noi non possiamo permetterci il lusso di far finta di nulla, giacchè nelle telefonate tra Mancino e D’Ambrosio, si è fatto riferimento proprio al processo di Palermo, relativo alla trattativa Stato-mafia e nel quale il medesimo Mancino è coinvolto. E nell’occorso, lo stesso Mancino in spregio ad ogni qualsivoglia assunzione di responsabilità, ha rovesciato addosso a D’Ambrosio un piagnisteo, col fine d’essere protetto dai magistrati palermitani. Ed è facile supporre che anche nei confronti del capo dello Stato abbia fatto altrettanto. Sono d’accordo con la signora Agnese Borsellino quando afferma che Mancino “…è il protagonista di una triste storia” e che non avrebbe dovuto coinvolgere il capo dello Stato. Epperò, sento la necessità di andare oltre, ovvero che il capo dello Stato si è fatto coinvolgere volutamente, atteso che la telefonata non è solo una, ma bensì quattro e quindi è plausibile supporre che Mancino ha avuto “udienza”, esternando le lagnanze già fatte a D’Ambrosio. In punto nodale sta proprio qui! Non sarebbe utile al Paese far conoscere il contenuto delle quattro telefonate, al fine di mettere a tacere quello che oramai è insito nell’opinione pubblica, ossia che nel nostro Paese ci sono the untouchables?
Pippo Giordano

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