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Stato-mafia, Sgorbi Quotidiani: “Riina complice di Di Matteo”

di Claudio Forleo – 03 gennaio 2014

Non se ne sentiva affatto la mancanza, ma Vittorio Sgarbi è tornato ad occuparsi di argomenti che nulla hanno a che fare con l’arte, se non quella della mistificazione. “Quando la mafia si combatte solo a parole”, il titolo dell’ ultimo ‘saggio’, visibile sul sito del Giornale.

Intervento che va a braccetto con quello di Filippo Facci, sostenitore sia a Linea Gialla (La7, qualche settimana fa) che su Libero di tesi che fanno tornare alla mente quelle già ascoltate dopo l’Addaura (giugno 1989), quando Giovanni Falcone veniva accusato di “farsi gli attentati da solo”. “Le minacce al pm Nino Di Matteo non sono certe manco per niente” scriveva Facci un mese fa. Lui, come Sgarbi, nell’ultimo anno ha vissuto sulla Luna.

Ma torniamo al critico d’arte. “La persona minacciata (Nino Di Matteo, ndr) rilascia interviste, stuzzica lo Stato, pretende solidarietà e convocazioni. Se Napolitano tace è perché è il garante dell’innominabile patto Stato-mafia, anzi della trattativa – scrive Sgarbi – Non lo dice un facinoroso, ma il fratello di un magistrato ucciso dalla mafia, che non conosce limiti e pudori, e tanto meno senso dello Stato. È tollerabile che su un quotidiano nazionale Salvatore Borsellino dichiari: «Napolitano è garante di quella trattativa Stato-mafia sulla quale è oggi in corso un processo che si vuole fermare»? Naturalmente il processo è quello voluto da Di Matteo, che ha comunque ragione perché è stato minacciato. E Borsellino può continuare affermando: «Abbiamo un capo dello Stato che da più di 20 anni copre la congiura del silenzio sui patti scellerati tra Cosa Nostra e le istituzioni”.

E ancora su Di Matteo: “Se Riina è reso inoffensivo dallo Stato che lo ha arrestato, perché dobbiamo ritenerlo pericoloso e potente anche in carcere? Perché dobbiamo alimentarne la leggenda? Riina non è, se non nelle intenzioni, nemico di Di Matteo. Nei fatti è suo complice. Ne garantisce il peso e la considerazione”. Sgarbi ignora o fa finta di ignorare che il magistrato che “rilascia interviste” e che non avrebbe nulla da temere dall’ininfluente Riina, è sotto minaccia da oltre un anno, ben prima che trapelassero le notizie sulle intercettazioni ambientali nel carcere di Opera con Alberto Lorusso. Nell’autunno dello scorso anno ha ricevuto un dossier anonimo che lo avvertiva di essere spiato da “uomini delle istituzioni”. In primavera ancora un anonimo, l’ennesimo Corvo, che scrive della sua eliminazione (o di Massimo Ciancimino) voluta “dagli amici romani” di Matteo Messina Denaro, boss di Trapani latitante dal 1993. Esaltati? No, il Corvo conosceva gli spostamenti del magistrato e i punti deboli della protezione a cui veniva sottoposto. Ignora o fa finta di ignorare il furto avvenuto in casa di Roberto Tartaglia, componente del pool che a Palermo indaga sulla trattativa: i soliti noti si sono introdotti nell’abitazione del magistrato rubando una chiavetta Usb contentente documenti non ancora depositati. Ignora o fa finta di ignorare le rivelazioni di un confidente delle forze dell’ordine, che questa estate aveva parlato del tritolo giunto a Palermo per Di Matteo, in una riedizione dell’estate di sangue del 1992, quando anche Paolo Borsellino venne avvisato che in città era arrivato l’esplosivo per lui e la sua scorta. Chissà se Sgarbi ricorda com’è andata a finire. Ignora o fa finta di ignorare le minacce al pm di Caltanissetta Nico Gozzo, che indaga sul depistaggio della strage di via d’Amelio (leggi)Il tutto senza che Riina entrasse mai in scena con intercettazioni o messaggi. Di Matteo ‘pretende’ solidarietà? Le istituzioni di un paese normale, con la coscienza pulita e niente da nascondere, avrebbero da tempo ‘soffocato’ Di Matteo e colleghi con la loro solidarietà e vicinanza attiva. Avrebbero smosso mari e monti per dotare la scorta del jammer. Ma in un paese normale non ci sarebbe stata alcuna trattativa, il Presidente della Repubblica non avrebbe umiliato la Corte Costituzionale pretendendo la distruzione contro-legge delle sue intercettazioni con Nicola Mancino, il Csm non avrebbe tenuto sulla testa di Di Matteo per un anno e mezzo la minaccia di una ridicola azione disciplinare e avrebbe evitato di recarsi a Palermo per esprimere solo a mezzo stampa solidarietà ai magistrati del pool, ma non guardando in faccia i diretti interessati.Tutti fatti che Sgarbi ignora o fa finta di ignorare. Libero di pensarla diversamente da Salvatore Borsellino e dal suo giudizio su Napolitano, ma anche in questo caso dimostra di non conoscere l’argomento: il fondatore delle Agende Rosse ripete questo concetto da mesi. Evidentemente il critico d’arte era distratto. Distrazioni che durante la sua ‘carriera’ non sono mancante. 15 anni fa conduceva su Canale5 Sgarbi Quotidiani. Nel 1995 diede spazio alla lettera di un anonimo (curioso che oggi non dia peso al Corvo) che aveva raccolto le presunte confidenze di don Pino Puglisi, assassinato da Cosa Nostra nel settembre 1993 e che non poteva smentire, il quale avrebbe rivelato all’anonimo delle ‘pressioni’ ricevute da Giancarlo Caselli (dal gennaio 1993 procuratore capo di Palermo) per rivelare i fatti di mafia di cui era a conoscenza. Per questo ‘servizio’ Sgarbi è stato condannato per diffamazione, deve risarcire Caselli con 100mila euro. Quello di lanciare accuse contro Caselli è un vecchio vizio del critico. Luigi Lombardini, magistrato sardo, si è tolto la vita nell’agosto 1998 dopo essere stato interrogato dai magistrati di Palermo sul sequestro di Silvia Melis. Sgarbi, intervistato da Renato Farina (che da vicedirettore di Libero collaborerà con i servizi segreti, pubblicando anche false notizie su commissione) punterà il dito contro “le inchieste politiche di Caselli”, arrivando a chiederne “l’arresto”. Tra i tanti fatti sfuggiti a Sgarbi la pronuncia dell’avvocato di Lombardini, che ringrazierà Caselli per la correttezza dell’interrogatorio. Sgarbi viene condannato per diffamazione. Anche su Andreotti, pochi giorni la scomparsa del sette volte Presidente del Consiglio, continuava ad ignorare cosa fosse stato scritto nella sentenza definitiva. “Come imputato, per lui come per tutti, dico che la prescrizione di un reato non corrisponde alla certezza di una condanna”. Un gran peccato che al critico d’arte siano ancora sfuggite due paroline “reato commesso” fino alla primavera del 1980. Come dimenticare infine la sua permanenza a Salemi (Trapani) in qualità di sindaco? Conclusasi a febbraio 2012 con le dimissioni. Il Comune verrà sciolto un mese più tardi per infiltrazioni mafiose. Anche in questo caso Sgarbi non si era accorto di nulla.

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