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STATO-MAFIA, LABOCCETTA: PISANU TIRI FUORI MEMORIALE DI AMATO


Secondo l’ex direttore del Dap Cosa Nostra chiese la sua cacciata e lo Stato la concesse

Roma – “Ho nelle mani il nuovo memoriale inviato dal dottor Nicolò Amato un mese fa al presidente Pisanu con il quale chiedeva di essere sentito dalla Commissione Antimafia”. Così il deputato PDL Amedeo Laboccetta, membro della Commissione Antimafia e componente dell’ufficio di Presidenza del partito. “E’ un documento clamoroso – continua il parlamentare – che non può rimanere nascosto nei cassetti della Commissione Antimafia. Ne cito alcuni passaggi a riprova dell’urgenza dell’audizione in Antimafia dell’ex direttore del DAP. Scrive infatti Amato: ‘Ora sono, dunque, in grado di indicare vari fatti, che dimostrano come, nel corso del 1993, cosa nostra abbia esercitato sullo Stato una illecita pressione,basata sulla commissione di alcune stragi e sulla implicita minaccia di commetterne altre, al fine di ottenere la mia destituzione e,conseguentemente, la eliminazione o, quanto meno, una considerevole riduzione del carcere duro; e come, dalla parte dello Stato, nel desiderio, in sé del tutto legittimo, che le stragi avessero fine, si sia concesso, seppure unilateralmente, alla mafia, con una sorta di tacito scambio, quanto essa chiedeva’”.
Laboccetta spiega che l’ex Direttore del DAP aggiunge poi: ‘E’ un fatto che, subito dopo la strage di Capaci, sono stato io a riaprire le più temute delle carceri di massima sicurezza, quelle di Asinara e Pianosa, per destinarvi i detenuti di mafia più pericolosi. E’ un fatto che tutti i trasferimenti di detenuti mafiosi nelle carceri di Asinara e Pianosa, così come nelle altre carceri ad essi destinate, sono stati disposti direttamente ed autonomamente dal D.A.P. da me diretto.Con la sola eccezione di 55 detenuti, trasferiti il 20 luglio 1992 da Palermo a Pianosa, con provvedimento a firma del Ministro Martelli, il quale mi aveva detto di voler compiere, subito dopo la morte del dott. Borsellino, un gesto politico e mi aveva, quindi, chiesto di fargli predisporre un elenco di detenuti, che abbiamo concordato con il direttore dell’Ucciardone, come risulta da un fax da questi inviato lo stesso giorno al D.A.P.. Mente, dunque, chi afferma che Martelli abbia dovuto firmare i trasferimenti per supplire ad un rifiuto o ad una inerzia da parte mia. E, d’altra parte, come potrebbe un Ministro della giustizia, senza la piena collaborazione del D.A.P., trasferire detenuti, dei quali non ha i fascicoli personali, non conosce neppure i nominativi, e non sa, né in quali carceri stiano, né in quali carceri possano andare?”.

“Altre clamorose circostanze emergono dallo scritto di Nicolò Amato – sottolinea ancora Laboccetta”, che precisa altri fatti che la Commissione Antimafia deve assolutamente conoscere e approfondire. “Amato infatti continua affermando che: ‘addirittura, con un appunto del 30 luglio del 1992 e con un appunto del successivo 24 agosto, io ho chiesto, insistendo, a Martelli la firma su un decreto che applicasse il 41 bis a 121 carceri e sezioni di carcere a cui intendevo assegnare tutti i detenuti di mafia allora presenti nel circuito, circa 5.000, e quelli che vi avrebbero via via fatto ingresso; ma egli ha rifiutato di firmare, seguendo due pareri contrari al mio, espressi dall’Ufficio legislativo e della Direzione generale degli Affari penali. Con ciò confermandosi, documentalmente, che sulla via della più intransigente risposta del carcere alla criminalità organizzata, io stavo più avanti, sia degli altri Uffici del Ministero della giustizia, sia dello stesso Ministro; che, con un appunto del 6 marzo del 1993, io ho proposto al Ministro Conso, succeduto a Martelli, di introdurre, con una nuova legge, due misure che avrebbero reso il regime carcerario per i detenuti della criminalità organizzata più severo, più efficace e tale da garantire una sicurezza assoluta e da svuotare del tutto il prestigio criminale e l’influenza dei boss in prigione”.

“Una delle misure – continua il testo del memoriale di Amato, citato d Laboccetta – consisteva nel sostituire, per la partecipazione alle udienze dei detenuti di mafia, il collegamento audiovisivo tra le aule e il carcere di assegnazione alla traduzione nelle medesime aule, con il connesso trasferimento nel carcere della città dove si svolgeva il processo. Con il che si sarebbe azzerata l’importanza criminale di tali detenuti e se ne sarebbero resiimpossibili eventuali contatti con l’ambiente di provenienza. Esattamente quanto ha stabilito, quasi otto anni dopo, la legge n.4 del 2001 diconversione del d.l. n.341 del 2000. L’altra misura consisteva nel disporre che i colloqui dei detenuti di mafia, a prescindere dalla riduzione del loro numero e della loro durata, di per sé non decisiva ai fini della sicurezza, fossero sottoposti, non soltanto a controllo visivo, come la legge allora prevedeva, ma anche a controllo auditivo ed a registrazione. Perché soltanto questo più penetrante controllo, unito alla censura sulla corrispondenza, avrebbe potuto impedire radicalmente qualsiasi illecita comunicazione, qualsiasi scambio non consentito di messaggi, notizie, ordini fra detenuti e organizzazioni criminali esterne, troncando del tutto l’appartenenza attiva dei primi alle seconde e alzando un muro insuperabile fra l’interno e l’esterno del carcere.Esattamente quando hanno stabilito, quasi dieci anni dopo la legge n.279 del 2002, e oltre sedici anni dopo la legge n.94 del 2009′”.

“Le precisazioni del dottor Amato non si fermano qui – prosegue Laboccetta -. Egli infatti tiene ancora a precisare che: ‘con una circolare del 21 aprile del 1993, ho istituito un circuito penitenziario di massima sicurezza, accuratamente organizzato e severamente disciplinato, per tutti i 5.000 detenuti di mafia allora in carcere e per quelli chesarebbero stati in seguito arrestati, che comunque, fino al 4 giugno del 1993 nessun detenuto di mafia di uncerto livello si è sottratto al regime del 41 bis e nessuno dei decreti 41 bis emanati è stato revocato o lasciato decadere.L’unica eccezione è stata rappresentata da un decreto 41 bis che, su mia proposta, il Ministro Martelli aveva applicato il 9 febbraio 1993 alle carceri di Poggioreale e di Secondigliano e che il Ministro Conso ha, in larga misura,revocato il 21 successivo, ma non su mia proposta, bensì su sollecitazione del Prefetto di Napoli, come ho voluto ricordare e puntualizzare nel mio citatoappunto del 6 marzo del 1993, nel quale ho pure menzionato talune “riserve sulla eccessiva durezza” del regime penitenziario del 41 bis, formulate dall’allora Capo della Polizia, prefetto Parisi”. Ci sono poi una serie di ulteriori passaggi – conclude Laboccetta – che confermano che non è più rinviabile l’audizione di Nicolò Amato in Commissione e che il Presidente Pisanu farebbe bene a convocarlo immediatamente”.  

(ilVelino/AGV)

 

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