Si susseguono e si accavallano le dichiarazioni di Nicola Mancino e di Giuseppe Ayala ma quello che in ogni caso ne emerge è che Nicola Mancino sotto la spinta di quanto trapela dalle indagini in corso presso la Procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta, dalle frammentarie notizie che trapelano sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino e di Giovanni Brusca, dalla notizia delle tre ore di interrogatorio a cui è stato sottoposto Salvatore Riina nel carcere di Opera, sembra essere passato, da uno stato di amnesia profonda, prima a sprazzi di memoria che gli hanno fatto tornare in mente particolari che prima non ricordava, poi a ricordi frammentari che riguardano, guarda caso, persone ormai morte o perché vittima di stragi o per cause naturali, poi ad uno stato confusionale che lo porta a fare affermazioni in contrasto con quanto precedentemente dichiarato o in contrasto con quanto affermato da Giuseppe Ayala che, nell’intenzione di fornirgli un aiuto, spontaneo o richiesto, lo ha cacciato ancora di più in un vicolo cieco di menzogne e parziali ammissioni dal quale gli riesce sempre più difficile tirarsi fuori.
Potrebbe essere questo il motivo per cui i Magistrati di Palermo e di Caltanissetta non lo hanno ancora convocato per interrogarlo: non essendo a conoscenza di quanto le due procure hanno già in mano grazie alle deposizioni di quanti sono stati interrogati o hanno deposto prima di lui, Nicola Mancino è costretto a giocare al buio e si sta avviluppando in una serie di parziali affermazioni, di parziali smentite, inverosimili “non so” e “non ricordo” che alla fine non potranno fare altro che ritorcersi contro di lui. Davanti a un Magistrato o in un’aula di Giustizia e molto più difficile usare l’espediente del “sono stato frainteso” tanto caro al nostro Presidente del Consiglio.
Sintomatici sono alcuni punti chiave.
Potrebbe usare a sua discolpa ( ? ) la giustificazione di conoscere così poco quello che succedeva in quel tempo in Italia da non aver visto le riprese del funerale di Giovanni Falcone e quindi di non essersi chiesto chi era quel Giudice che trasportava a spalle la bara del suo amico Falcone e di poter credere, come affermò subito dopo la strage che “via D’Amelio non poteva essere considerata un obiettivo a rischio“, tanto da non aver ritenuto che fosse necessario predisporre il divieto di sosta davanti al palazzo. Antonino Vullo, l’autista di Paolo scampato alla strage mi ha detto in questi giorni che in Via D’Amelio, quel pomeriggio, non era neppure stata fatta la “bonifica”.
La trattativa : L’esistenza di questa trattativa è stata fino ad ieri sempre negata da Nicola Mancino, che la ha sempre definita come una ipotesi fantasiosa e irreale. Ora che le rivelazioni di Ciancimino e di Brusca concordano nel confermare l’esistenza di questa trattativa e ne fanno risalire l’inizio ad una data antecedente alla strage di Via D’Amelio, non può più continuare a negarne l’esistenza ma, continuando ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni, dice in una prima versione che una proposta di trattativa da parte della mafia ci fu ma che fu respinta da parte dello Stato, in una seconda versione che non ne ha mai saputo nulla ma se ne avesse avuto notizia la avrebbe sdegnosamente respinta, così come, dice, “avrebbe fatto Paolo“. Nella versione definitiva, davanti ai magistrati forse sarà costretto a dire “come ha fatto Paolo” e a dirci quale siano state le conseguenze di questo rifiuto.
L’agenda : A fronte dell’esibizione dell’agenda di Paolo Nicola Mancino, in una sua intevista a LA7, ha mostrato fugacemente un planning in cui, alla data del 1° luglio non c’è annotato niente, come se questo fosse sufficiente a smentire quanto scritto di pugno nello stesso Paolo, nella sua agenda grigia.
Che quella mostrata possa essere l’agenda di Mancino è inverosimile, il 1° luglio era il giorno dell’insediamento di Nicola Mancino al Viminale e, per una persona che ci teneva tanto ad essere “omaggiato” dalla folla di persone che dice fosse presente quel giorno nella sua stanza e nei corridoi del Viminale, il non avere quel giorno neanche un appunto nell’agenda é cosa al di fuori del credibile. Dalle dichiarazioni, concordate o meno, con Ayala, sembra emergere l’esistenza di un’altra agenda zeppa di appunti e in questa agenda, a quanto sostiene Ayala Mancino gli ha mostrato in quel giorno anche una annotazione relativa a Paolo Borsellino.
Sempre che di queste agende non ne esista tutta una serie da mostrare a seconda delle occasioni, Nicola Mancino farebbe bene ad esibire almeno anche questa seconda fantomatica agenda. Noi non abbiamo altre agende da esibire, quella più importante, quella rossa, in grado di inchiodare tutti i traditori che si annidano all’interno dello Stato e delle Istituzioni è stata sottratta e non sicuramente dalla mafia e su di essa si basano di sicuro i ricatti incrociati che reggono questa nostra disgraziata seconda repubblica.
Il pericolo è che venga utilizzata per far nascere una terza repubblica ancora più disgraziata di questa.
Borsellino/ Mancino: Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso
“Possibile stretta di mano, ma in mia agenda non c’è incontro”
Mancino: «Mori non mi disse degli incontri con Ciancimino»
«Nessun colloquio con Borsellino». Alcuni l’hanno indicato come referente politico della presunta trattativa
Era un ex sindaco della Dc, il suo partito.
«Ma nel ’92 era già sotto processo con l’accusa di essere un mafioso, nelle mani dei corleonesi».
«Non lo so. A parte la presenza dell’ufficiale nelle mie non poche visite in Sicilia, nell’aula-bunker di Palermo partecipammo a una trasmissione televisiva sulla mafia. L’incontro fu molto formale, distaccato: mi accorsi che tra me e lui non c’era feeling . Una freddezza confermata il giorno della cattura di Riina».
Perché, che accadde?
«Quella mattina, il 15 gennaio del ’93, ero in Consiglio dei ministri e fui chiamato dal presidente della Repubblica Scalfaro. Dai complimenti e dall’entusiasmo intuii che era accaduto un evento straordinario, ma non sapevo ancora quale. Anche il capo della polizia Parisi si congratulò, ma solo quando rientrai nella sala del Consiglio, dall’applauso e dalle parole di Amato, seppi che Riina era stato arrestato. Chi l’aveva preso non pensò di informarmi, eppure credo di aver dato un impulso politico decisivo per la cattura».
Lei però, nei giorni scorsi, ha fatto capire che un tentativo di trattativa tra Stato e mafia ci fu, ma fu respinto.
«Non è così. Dopo la morte di Falcone, di sua moglie e della scorta, uno Stato predisposto alla trattativa sarebbe apparso fragile e alla mercè dei criminali mafiosi. Per quanto mi riguarda non ci fu, né ci furono trattative. Parlo naturalmente di dopo il mio arrivo al Viminale: nessuno ha mai proposto, a me e allo Stato nei suoi vertici istituzionali, impossibili trattative con la mafia».
Ma allora che cosa avete respinto?
«Mi riferivo al fatto che, a partire dal capo della polizia fino ai direttori dei Servizi, quando qualcuno avanzò l’ipotesi che la mafia aveva alzato il tiro contro le istituzioni per ottenere un’attenuazione dei provvedimenti di contrasto già assunti dal governo o ancora all’esame del Parlamento, questa eventualità fu immediatamente scartata».
Lei esclude contatti avuti a sua insaputa?
«Io parlo di quello che so. Se pezzi dello Stato, rappresentanti delle forze dell’ordine o dei Servizi, di propria iniziativa, hanno avuto rapporti illeciti con la mafia, ne rispondano all’autorità giudiziaria».
Ora però sappiamo che, tramite Mori, Ciancimino voleva incontrare Luciano Violante, presidente dell’Antimafia ed esponente dell’opposizione. Che senso avrebbe avuto contattare lui in assenza di una copertura politica anche governativa?
«Le logiche dei mafiosi sono di difficile decifrazione. Io posso affermare che sul versante governativo coperture non furono richieste e non ci furono».
Uno dei misteri di questa vicenda riguarda il colloquio che lei avrebbe avuto con Paolo Borsellino, di cui c’è traccia sull’agenda del giudice alla data del 1˚luglio 1992.
«Quel colloquio non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: ‘Avrebbe qualcosa in contrario se Borsellino venisse a salutarla?’. Naturalmente risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto. Aggiungo di non poter escludere che sia stato tra le decine o centinaia di persone a cui ho stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio del Viminale, zeppo di gente, di cui sinceramente non ho un preciso ricordo».
Altrettanto sinceramente, è questo eventuale non ricordo che risulta poco credibile, giacché dopo la morte di Falcone tutti indicavano Borsellino come suo erede.
«Io le dico che è così, e ho anche buona memoria. Del resto su quel giorno esiste la testimonianza del pentito Gaspare Mutolo alla corte d’assise di Caltanissetta, il quale afferma che Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale, e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada, che di lì a qualche mese fu arrestato per collusioni con la mafia».
Il magistrato ed ex parlamentare Ayala afferma che lei le disse che quell’incontro, seppur casuale, ci fu…
Da elementi investigativi risulta plausibile che Borsellino sia venuto a conoscenza della trattativa a cui era contrario. Di qui l’accelerazione della sua esecuzione.
Perché all’indomani della strage di Capaci, con un’emergenza mafia così drammatica, fu deciso di cambiare il ministro dell’Interno sostituendo Scotti con lei?
Giovanni Bianconi
25 luglio 2009 (Corriere.it)

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