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Se le parole di Ingroia cadono nel vuoto

Le parole pesano come macigni: «Il Parlamento siciliano e’ lo specchio fedele di una società e di una classe dirigente profondamente inquinata, soprattutto ai piani alti, dalle collusioni con il sistema mafioso».
A pronunciarle, con tutto il rispetto, non è stato un militante di qualche movimento antimafia, ma un procuratore aggiunto del calibro di Antonio Ingroia, uno che di indagini di mafia se ne intende.
Ha risposto così alla domanda su collusioni tra le organizzazioni mafiose e gli ambienti politici siciliani, a margine di un convegno dell’Italia dei Valori. Un’accusa pesante, pesantissima, soprattutto se messa in relazione al fatto che l’Assemblea Regionale Siciliana è composta per quasi un terzo da deputati indagati. 27 su 90 sono infatti gli “onorevoli” che hanno procedure giudiziarie.
E ancor più pesanti diventano le parole di Ingroia se  si  aggiungono a quelle pronunciate quasi contemporaneamente dal sostituto procuratore nonché presidente dell’associazione nazionale magistrati di Palermo Nino Di Matteo, nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario: «C’è ancora da fare nella lotta alla mafia, soprattutto per recidere il nodo fra mafia e politica».
Sembra però che  l’allarme lanciato  da Ingroia sia passato quasi inosservato. Appena qualche trafiletto e qualche “breve” sui giornali a fronte di una dichiarazione di una gravità inaudita. Il procuratore aggiunto palermitano, se qualcuno non l’avesse afferrato, ha detto senza tanti giri di parole che all’Assemblea Regionale Siciliana mafia e politica camminano a braccetto.
In un paese normale un’affermazione del genere, fatta da un magistrato impegnato in prima linea nella lotta contro la mafia e le connivenze della politica, avrebbe causato un terremoto.
Quelle parole invece sono passate quasi sotto silenzio.
Un sinistro segnale di  quell’inquietante processo di normalizzazione delle relazioni tra mafia e politica da tempo ormai in atto.

Franco Cascio

 


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