Esiste una frase che in Italia è diventata un testamento civico, una bussola per chiunque creda che la legalità non sia un concetto astratto ma un esercizio quotidiano di resistenza: “Le sue idee camminano sulle nostre gambe”. Era il grido di chi, dopo le stragi del ’92, giurava a Paolo Borsellino che il suo metodo, la sua etica e la sua indipendenza non sarebbero morti in via D’Amelio.
Oggi, all’alba di un 2026 segnato da riforme radicali e referendum costituzionali, quella frase risuona con un’amarezza nuova. Perché se le idee di Borsellino devono camminare, c’è chi, in nome della “sicurezza” e della “riforma della giustizia”, sembra intenzionato a tagliare quelle gambe, o almeno a confinarle in un recinto molto stretto.
Il Referendum: Separare per Indebolire?
Il prossimo marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum sulla separazione delle carriere. Il governo la presenta come la vittoria del “giusto processo”, ma per chi vive la trincea dell’antimafia, il sapore è diverso. Borsellino stesso, in quel famoso intervento a Marsala nel 1987, metteva in guardia contro il rischio di isolare il Pubblico Ministero.
Separare i magistrati che indagano da quelli che giudicano non è solo un aspetto tecnico; è il primo passo verso la “normalizzazione” della magistratura inquirente. Un PM separato dalla cultura della giurisdizione diventa, nel tempo, un super-poliziotto sotto il controllo dell’esecutivo. Proprio ciò che le mafie hanno sempre desiderato: un’accusa meno autonoma, più prevedibile, più sensibile agli umori della politica. I comitati per il NO lo gridano nelle piazze: difendere l’unità della magistratura significa difendere la capacità dello Stato di colpire i santuari del potere criminale.
Il Caso Massa Carrara: Quando manifestare diventa un delitto
Ma la vera contraddizione esplode nelle strade. Mentre si parla di “garantismo” per i colletti bianchi con la riforma Nordio e l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il pugno di ferro si abbatte sul dissenso sociale.
Pochi giorni fa, a Massa, 37 persone — tra cui il presidente provinciale dell’ANPI, Giancarlo Albori — sono state denunciate per un blocco ferroviario simbolico durante una manifestazione per la pace. È il volto feroce del “Decreto Sicurezza”: un reato che trasforma la protesta pacifica in un crimine da galera (fino a due anni di reclusione).
Ecco il paradosso: le “gambe” di chi scende in piazza per dare voce a un’idea vengono messe in catene da leggi che puniscono la resistenza passiva come fosse criminalità organizzata. Si garantisce l’impunità a chi gestisce il potere e si criminalizza chi, con il proprio corpo, cerca di opporsi a un’ingiustizia.
Quali gambe per quali idee?
Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare l’indipendenza della magistratura… si manifestano proprio nel tentativo di isolare il Pubblico Ministero, per sottrarlo alla cultura della giurisdizione e agganciarlo, in ultima analisi, al controllo del Governo. – Paolo Borsellino
Se le idee di Borsellino riguardavano uno Stato capace di guardare in faccia il male senza piegare la testa, la situazione attuale ci dice il contrario. Da un lato si smantella l’architettura giudiziaria che ha permesso i grandi processi di mafia; dall’altro si usa il Codice penale per silenziare i corpi intermedi, ovvero, i sindacati, le associazioni partigiane e, non ultimo, gli studenti.
I comitati per il NO non stanno solo difendendo un articolo della Costituzione. Stanno difendendo il diritto di quelle “gambe” di continuare a camminare liberamente, senza la paura che un binario occupato o un’inchiesta scomoda diventino il pretesto per una “vendetta” legislativa.
Dire NO a questo referendum non è un atto di conservazione, ma un atto di memoria viva. Perché le idee di Paolo non camminano nel silenzio dei tribunali svuotati di potere, né nelle celle dove si rinchiude chi osa ancora protestare. Camminano nella libertà di una magistratura che non guarda in faccia a nessuno e di un popolo che non ha paura di alzare la testa in difesa della nostra bellissima Costituzione.
Di Christina Pacella

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