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Sciacchitano, nomina inopportuna all’antimafia

L’inserimento alla DNA di Giusto Sciacchitano, definito dai media “pm chiacchierato”, mi sconcerta e mi disorienta a tal punto che sto davvero pensando di mollare tutto e ritirami, ovvero non recarmi più nelle scuole, non partecipare più a convegni su Cosa nostra. Quello che sto provando in questo momento è un forte disagio e nel volgere lo sguardo al passato, mi sto rendendo conto che davvero io non ho capito nulla di mafia e antimafia. Sia ben chiaro, l’inserimento in via Giulia di Sciacchitano è del tutto legittima. Epperò, talvolta la legittimità dovrebbe contenere motivi di etica istituzionale, perchè l’immagine di un Giudice assegnato alla Direzione Nazionale Antimafia, dovrebbe essere cristallina e avulsa da qualsivoglia sospetto. D’altronde, è notorio che in questi ultimi tempi, l’etica e la morale sono stati collocati in cantina piuttosto che in un solaio. Abbiamo visto, sempre più frequente, nomine e incarichi Istituzionali di persone la cui specchiata onorabilità lasciava desiderare. Il mio linguaggio è identico a quello di Falcone, Borsellino e di Ninni Cassarà, ossia non può esserci commistione o frequentazione, o addirittura la semplice stretta di mano col mafioso, no! Se dipendesse da me punirei anche il semplice ammiccamento del pubblico ufficiale all’uomo d’onore. Altro che filosofeggiare sulla bontà del concetto di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il dramma del nostro Paese sta proprio nell’accettare comportamenti discutibili e che guarda caso vengono etichettati come frivoli ed insignificanti. Invece dovrebbero essere duramente colpiti. Non si può amministrare la Giustizia, o fare l’investigatore, e nel frattempo tenere rapporti disdicevoli col mondo criminale. Uno dei motivi che mi ha legato profondamente a Cassarà, è stata la mia sincerità in ordine ad una indagine che stava per assegnarmi. Appena ho intravisto i nomi dei destinatari delle investigazioni, immediatamente ho chiesto di essere esonerato: si trattava di due fratelli. Racconto a Cassarà che appena giunto a Palermo, mio padre con aria tipicamente seriosa mi fa promettere che mai avrei compiuto indagini a carico dei due fratelli. Illustro a Ninni che conoscevo bene i due per essere cresciuto nella loro abitazione. Cassarà si alza dalla sua poltrona, mi viene incontro e in presenza di un mio collega mi abbraccia e dice: ‘Lo sapevo già!i Il cognome dei due fratelli apre la lista degli imputati al maxi-processo. In altra occasione, un padre di un mafioso di spessore è venuto a trovarmi a casa per chiedere la restituzione di alcuni documenti rinvenuti in occasione dell’arresto del figlio. Anche in questa circostanza, ho informato Cassarà ed ho invitato lo sgradito ospite a recarsi in ufficio. Ho voluto narrare i due episodi per far comprendere che non sono ammessi “tradimenti” al proprio ruolo Istituzionale, anche se nei fatti raccontati non c’è nulla di illegale.

Invero, a quanto pare Sciacchitano sarebbe andato a cena con Angelo Siino, mafioso e ministro dei lavori pubblici di Totò Riina. Inoltre, ci sono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e quindi mi chiedo se è davvero opportuna questa nomina all’antimafia.

Indubbiamente, la mia visione del mondo mafioso è diversa da tanti cultori e voglio dire con orgoglio che la mia crescita adolescenziale è avvenuta non solo nel territorio dei due fratelli, ma anche nelle case di personaggi, ahimè, famosi di Cosa nostra e se avessi soltanto voluto, altro che cene. La dirittura morale di un uomo non può e non dev’essere scalfita da comportamenti opinabili, anche se ritenuti leciti. In ogni azione dell’uomo non dovrebbero trovare residenza comportamenti giudaici.


Pippo Giordano

 

Giovanni Falcone con il collega Giusto Sciacchitano durante un’operazione in un covo della mafia ad Altarello.
Palermo, 17 giugno 1980

 

 

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