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Scarcerato Domenico Papalia. Dal delitto Mormile alla mafia dei sequestri, chi è il «capo delle cosche»

17 luglio 2026 – «Mi presento: sono Domenico Papalia, di Platì, “esiliato” dal consorzio civile ormai da circa cinquant’anni a seguito di quella che ritengo un’ingiusta condanna all’ergastolo». Due anni fa, a Natale 2024, il boss aveva iniziato così una lettera dal carcere di Parma rivolta agli studenti della scuola media De Amicis di Platì, paese arrampicato sulle montagne d’Aspromonte e roccaforte delle cosche più potenti della ‘ndrangheta: «Nonostante la mia forzata assenza, sono molto legato al mio paese, soffro per il degrado in cui si trova e desidero ardentemente che i ragazzi studino e, un domani, si occupino di Platì come merita, migliorandolo con atti positivi».

Nella sua terra, ma in tutta la Calabria e anche in Lombardia, Micu Papalia, 81 anni compiuti ad aprile, è quasi una figura mitologica. «Un papa della ‘ndrangheta», racconta un investigatore. Che per la prima volta, dopo 49 anni, ieri ha lasciato la cella dopo che il Tribunale di sorveglianza di Bologna gli ha concesso i domiciliari per ragioni di salute. Malato di tumore da diverso tempo, i giudici dopo anni di tentativi, hanno accolto l’istanza presentata dai legali, gli avvocati Annarita Franchi, Rosa Martino e lo storico difensore Ambra Giovene. Papalia era in carcere ininterrottamente dal 1977.

Da quando era stato arrestato per l’omicidio a Roma del boss emergente Antonio D’Agostino e condannato all’ergastolo. Delitto dal quale è stato poi assolto nel 2017 dopo una processo di revisione dalla Corte d’appello di Perugia. Poi era arrivato il carcere a vita come mandante per il delitto dell’educatore di Opera Umberto Mormile. Ma anche decine di indagini e informative che indicavano nel più vecchio dei tre fratelli Papalia (Antonio è all’ergastolo, Rocco vive a Buccinasco dopo essere stato scarcerato nel 2017) una sorta di «capo assoluto» della ‘ndrangheta. Per il pentito Annunziato Romeo, nella sua testimonianza nell’inchiesta «‘ndrangheta stragista», Domenico Papalia è «un Giano bifronte»: «Massimo referente della ‘ndrangheta di Platì da una parte e, per altro verso, rappresentante nazionale della ‘ndrangheta tutta!».

Sui social, tra i ragazzi di Calabria affascinati dalla vita malandrina e dalle regole di potere e morte delle cosche, oggi l’immagine di Micu Papalia «rubata» nei colloqui via smartphone durante il Covid viene condivisa come una reliquia. Ma negli anni, fin dall’appello del ‘93 dal palco del Maurizio Costanzo show del giudice Ferdinando Imposimato, alle ultime campagne dei Radicali, di Nessuno tocchi Caino, dell’associazione Yairaiha, del Dubbio e del Riformista, sono state molte le richieste di liberare il vecchio boss. Mai accolte, finora. Anche perché le più recenti informative sulle cosche d’Aspromonte continuano ad indicare in Micu Papalia «una delle figure più autorevoli dell’intera organizzazione». E sono stati in molti in questi anni a sostenere che nonostante la carcerazione il boss abbia continuato a «sovraintendere» gli affari delle cosche e soprattutto i suoi equilibri. Intervenendo, si disse, anche attraverso il cugino Francesco Barbaro, per mettere fine alla faida di San Luca.

La nobiltà di ‘ndrangheta la eredita dalla madre Serafina Barbaro (classe 1918) figlia dei capostipiti della famiglia, sposata da suo padre Giuseppe detto ‘u Carciutu, classe 1905. Quando nel 1964 suo fratello viene ucciso lui si trasferisce a Milano insieme a Rocco e Antonio che diventeranno i boss dei rapimenti e della droga. Finisce in carcere per rapina, poi inizia la sua leggenda criminale. Anche per via di una «chiacchierata» frequentazione con i Servizi segreti. «È uomo che ha onorato ”l’onorata società” anche in carcere, essendo persona che anche lì ha aiutato i detenuti e si è preoccupata di non far mancare niente a nessuno», lo racconta il pentito Giacomo Lauro. In cella ha imparato a leggere e scrivere. Poi le scuole medie, e a Opera il diploma di litotipografo, un corso di informatica e uno da cuoco. Infine, dopo un diploma di manutentore elettrico, quello di ragioneria. Un percorso senza macchie, una «redenzione» come dicono di lui i tanti volontari che lo hanno accolto nei loro progetti in cella. Papalia sconterà la sua pena ai domiciliari. Ma (per ora) lontano dalla Calabria.

Cesare Giuzzi (Il Corriere della Sera)

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