Ogni uomo può esprimere la proprio opinione. Può finanche emettere giudizi su altri uomini, ma a nessun è permesso di paventare in altri malattie mentali se non si hanno circostanziati e precisi indizi clinici. Come non è permesso accostare e paragonare un altro uomo al ben noto biblico Caino se non vengono citati fatti e circostanze precisi.
Ho guardato con stupore l’intervista di Giuseppe Ayala, raccolta dal “Movimento 5 stelle di Bologna”. L’ex magistrato, che ho avuto modo di coadiuvare in alcune indagini, allorquando era PM a Palermo, mi ha letteralmente lasciato basito. Infatti, Ayala afferma pubblicamente che Salvatore Borsellino ” è un caso umano…. e non lo dico solo io”. Siffatta affermazione sottintende che Borsellino sia disturbato mentalmente. Lo stesso magistrato, nel corso dell’intervista, accusa Salvatore Borsellino di essere il “Caino” di suo fratello Paolo. A mio giudizio sono affermazioni gravi, che un uomo che ha servito per anni la Giustizia, non avrebbe dovuto nemmeno accennare.
L’affermazione di Ayala è precisa e diretta al punto che non lascia equivoco alcuno. Egli esprimendosi come si è espresso da per certo che la supposta malattia mentale di Salvatore Borsellino non è affatto latente. Anzi, rafforza il suo pensiero accompagnandolo col tipico gesto della mano: gesto usuale per indicare chi soffre di disturbi mentali.
Ancor più grave è l’affermazione che indica Salvatore Borsellino il “Caino” di suo fratello Paolo, attribuendone valenza davvero inquietante, tipica del fratricida. Ma l’aspetto raccapricciante e se vogliamo brutale è che per dissentire dall’opinione espressa da Salvatore, Ayala arrivi persino a pronunciarsi in siffatto modo, paventando malattie o responsabilità inesistenti. Ritengo che Ayala dovrebbe cercare il “Caino” nelle file di chi ha contribuito a rendere possibile la strage di via D’Amelio, Non tralasciando persino colui che rubò l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino. In buona sostanza, l’ex PM, ha fatto due gravi affermazioni e ora dovrebbe assumersi le responsabilità di dire pubblicamente su quali basi ha tratto il suo convincimento. Non si può impunemente dare del “matto” o dare del “Caino” se non si è in grado, poi, di corroborare con elementi inconfutabili, ciò che pubblicamente è stato affermato.
Le parole di Giuseppe Ayala, oltre a calpestare il dolore e la rabbia di Salvatore Borsellino, per non aver ancora ottenuto giustizia, mette in dubbio il rapporto sanguinio tra Paolo e Salvatore, negandogli addirittura l’onore, il rispetto e l’amore per suo fratello.
“”No! Non sarà di certo una sentenza della Cassazione che potrà farmi cambiare opinione e non saranno nemmeno le astruse dichiarazioni rilasciate da tutti gli attori intervenuti in quel teatro ove si è consumato uno dei tanti “misteri” italiani. Anzi, i non ricordo, le dichiarazioni ballerine, le memorie dimenticate, tipiche della scuola di pensiero mafioso, “non ho visto, non ho sentito e non c’ero”, mi lasciamo perplesso e rafforzano la mia convinzione.
Come si fa a non ricordarsi cosa si è fatto, attimo dopo attimo, nel luogo ove era stata appena consumata una tragedia e con i corpi resi a brandelli da una violenza inaudita? Come è stato possibile aggirarsi, magari facendo slalom sui corpi martoriati di Paolo e dei miei colleghi di scorta, per raggiungere uno spregevole fine? Rubare l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.””
Con Salvatore Borsellino mi lega una profonda stima e tutte le volte che lo vedo o che ci parliamo al telefono, mi ricorda il periodo trascorso insieme a suo fratello Paolo: periodo che mi è mancato tanto dal 17 luglio 1992. Di alcuni magistrati che ho conosciuto non posso affermare altrettanto.
A Salvatore Borsellino va tutta la mia solidarietà.
Pippo Giordano

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