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Salvatore Borsellino, l’eredità di Paolo e la trattativa Stato-Mafia

di Redazione Spezzano Albanese – 30 maggio 2014

SPEZZANO ALBANESE – «Per molti, oggi, entrambi i giudici sono degli eroi, eppure ieri c’era chi accusava Giovanni Falcone di aver inscenato un attentato nei propri confronti e chi Paolo Borsellino di essere un carrierista». Sono parole cariche di amarezza e malinconia, ma anche di rabbia se vogliamo, quelle pronunciate da Salvatore Borsellino (fratello dell’ex magistrato) nel corso di un incontro-dibattito sul tema “La bellezza del fresco profumo di libertà – L’eredità morale di Paolo Borsellino” promosso dalla biblioteca comunale “Giuseppe Angelo Nociti” in collaborazione con il Settore IV – Area socio-culturale del Comune di Spezzano Albanese. Presenti gli studenti delle scuole locali e di Castrovillari. Assenti ingiustificati buona parte degli intellettuali spezzanesi e del comprensorio, nonché i politici ed i candidati delle ben otto liste in campo per le elezioni amministrative. Nel corso dell’evento, presentato e coordinato dall’operatrice culturale Alessandra Pappaterra (protagonista di alcuni momenti molto intensi e toccanti insieme allo stesso Salvatore Borsellino), sono intervenuti anche la bibliotecaria Domenica Milione e la responsabile dei servizi sociali comunali Angela Guida. Protagonista, a suo modo, anche “L’Ora della Calabria” e la sconcertante vicenda che ha portato alla messa in liquidazione del quotidiano prima e alla sospensione della pubblicazione subito dopo. Tra cinghiali permalosi e incazzati, e rotative incontinenti ed isteriche. A raccogliere la solidarietà e la vicinanza espressa ai giornalisti che da oltre un mese hanno occupato la redazione centrale di Rende e quella di Reggio Calabria al posto del direttore Luciano Regolo, assente per un improrogabile impegno che lo ha trattenuto più del previsto a Catanzaro, c’era l’ex corrispondente Giuseppe Montone.

Libertà di stampa, trasversalismo politico della peggior specie, interessi e collusioni – ma, soprattutto, voglia di riscatto e di libertà e determinazione a tornare al più presto in edicola. Alla faccia di tutti, festeggiando con una succulenta cena a base di cinghiali e banane. Anche il fratello del giudice Borsellino condivide ed applaude al coraggio e all’orgoglio della «grande squadra» de “L’Ora della Calabria”. E il suo intervento, lungo e appassionato, è un fiume in piena che non risparmia niente e nessuno. Neanche sé stesso. Parlando di Giulio Andreotti: «Cosa ne sapete? Ecco, la verità è tutto il contrario. Si salvò dalla condanna per concorso esterno in associazione mafiosa solo grazie alla prescrizione – come se fosse comprensibile la prescrizione per questo tipo di reati. Non è finito in galera né fu estromesso dal Senato: allora non c’era ancora la legge Severino». E sempre sull’ex leader della Dc: «L’uccisione di Lima frenò l’ascesa di Andreotti verso la Presidenza della Repubblica: se non abbiamo avuto un Presidente condannato per mafia, dobbiamo ringraziare proprio la “giustizia” della mafia che intervenne con questo omicidio perché lo considerava ormai un traditore. E oltre a Lima c’era una lista lunghissima di persone che sarebbero dovute essere eliminate. Cosa avvenne? Per evitare che tutto questo accadesse si intavolò la cosiddetta trattativa Stato-Mafia: pezzi deviati dello Stato vanno a trattare con Ciancimino (che fu il mediatore di questa operazione) per scongiurare che altri politici venissero ammazzati. Fu così che, ad esempio, si evitò l’attentato allo stadio “Olimpico” di Roma che avrebbe dovuto fare centinaia di vittime. Ma ovviamente la mafia presentò condizioni pesantissime per fermare le stragi. E di fronte a tutto questo la rabbia e l’indignazione di mio fratello cresceva giorno dopo giorno». Una pagina disgustosa ed amara che Salvatore descrive così: «Dovettero ucciderlo in fretta per impedirgli di denunciare l’esistenza della trattativa Stato-Mafia e di testimoniare sulla strage di Capaci al processo di Caltanissetta». L’accusa del fratello di Borsellino – che non dimentica le stragi del ’92, la trattativa della vergogna né la scomparsa misteriosa della famosa agenda rossa dell’ex giudice – è durissima: «La nostra Repubblica ha le fondamenta bagnate di sangue. E se non si lava questo peccato originale non ci potremo mai definire un Paese civile. Gli equilibri politici sono frutto di un equilibrio determinato e costruito a forza di stragi di Stato: questa è la vera storia del nostro Paese». L’ira di Salvatore, che ribadisce il proprio rispetto verso le istituzioni ma non per coloro che le occupano in maniera indegna, tuttavia, va oltre: «Negli ultimi anni sono state fatte tutta una serie di leggi che non aiutano in alcun modo a combattere la mafia e che, anzi, aiutano la mafia a sopravvivere». Sulla legalità ha, poi, aggiunto: «Non partecipo a temi su questo argomento, perché non ci credo più. Come si può, ad esempio, depenalizzare il falso in bilancio che permette di accumulare grossi capitali illeciti? L’illegalità so cos’è; mentre no più cos’è la legalità». Sull’onda dei ricordi: «Dopo la morte di Paolo tutto stava di nuovo scivolando nel puzzo del compromesso morale. Mio fratello era stato ottimista fino all’ultimo, senza mai perdere la speranza. E questo anche dopo aver saputo del tritolo arrivato per lui. Nella sua ultima lettera ad alcuni studenti scrisse appunto: “Sono ottimista”. E io – che ero scappato per fuggire da quella realtà, con quell’indifferenza che Paolo mi ha più volte rinfacciato – mi sono chiesto più volte come questo fosse possibile. L’ho capito solo vent’anni più tardi, quando finalmente ho smesso di fuggire: la sua speranza erano i giovani. Ed è per questo che oggi sono qui». Salvatore, quindi, ammette: «Oggi non parlo più solo per rabbia, ma con la speranza ritrovata, quella vera, non egoistica. Non so quanto mi resti ancora da vivere, ma so per certo non riuscirò a vedere la giustizia trionfare. Ma so che domani, quando non avrò più la forza di gridare, ci saranno altre voci che continueranno a gridare e a chiedere giustizia. Non si può scappare dalle cose che non ci piacciono: io ci ho provato, ma invano. Certo, non tutti possono morire per lo Stato, ma possono almeno lottare». Cosa possono fare i giovani? Salvatore, che non ha voluto parlare da dietro il tavolo di presidenza bensì stando a contatto diretto con gli studenti, consiglia loro: «Combattere il bullismo, stare vicino agli emarginati e ai diversi, rifiutare le droghe che creano assuefazione e rendono schiavi». E ancora: «Internet è un grande strumento di libertà, ma va usato bene. Diffidate di ciò che dice l’informazione ufficiale: tentano di condizionarvi». Sollecitato dalle domande dei presenti confessa: «Ho peccato di indifferenza e di scarso amore per la mia terra. Questo è il vostro Paese – e so che ve lo riprenderete. Non ho nulla da insegnarvi. Tutto quello da cui sono fuggito oggi me lo trovo a due passi da casa sotto un’altra forma». Infine, sulle commemorazioni: «Non vi partecipo danni: sono solo passerelle per i politici». 

Giuseppe Montone

da: weboggi.it

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