16 agosto 2025 – Questo è una delle foto di mio fratello Paolo e tra l’altro è la foto che mia madre prediligeva. È per questo che la tengo sempre nel mio salotto dove vivo, perché mia madre certe fotografie di Paolo non poteva sopportarle, ma questo era una di quelle che sicuramente prediligeva e questo è mio fratello. Vedo dietro di lui una persona della sua scorta, deve essere una foto successiva al 1980 quando già Paolo aveva cominciato ad avere la scorta. Non si distingue bene la faccia di quello che gli fa da scorta e che io ho poi ho conosciuto dopo la morte di Paolo, almeno quelli che non sono morti insieme a lui. Paolo ha il suo vestito azzurro, a noi piacciono l’azzurro e le magliette Lacoste, in quello siamo uguali, poi in tante altre cose siamo diversi. Ma non so esattamente in quale occasione gli sia stata fatta la foto, anche perché Paolo, contrariamente a me, era molto formale, vestiva sempre giacca e cravatta. Io sono la pecora nera della famiglia e adopero un altro vestimento. Ed io è da quando l’ho promesso a mia madre che per mio fratello cerco verità e giustizia, anche se adesso ho perso la speranza di vedere quello per cui combatto nel corso di quella frazione di vita che mi resta.
Io sono Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo e questo è Altro.
Benvenuti a questa nuova puntata di Altro. Ospite di oggi è un ingegnere nativo di Palermo, ma trasferito al nord da tanti anni. E’ un attivista che con le sue agende rosse da 30 anni cerca la verità per la morte di suo fratello Paolo. E’ con noi oggi Salvatore Borsellino. Grazie mille Salvatore per aver accettato il nostro invito.
Grazie a voi per darmi voce.
Io vorrei partire da te. Tu avevi tre fratelli, due sorelle e un fratello. Com’è stato crescere nella Palermo di quegli anni e e cosa ti sei portato poi dietro nella tua vita?
Eravamo quattro fratelli, la nostra sorella più grande, Adele, e di 2 anni più grandi di Paolo, poi Paolo, poi io e poi la più piccola Rita 2 anni di più di me. Un’infanzia di difficoltà economiche. Nostro padre è morto a 52 anni, come peraltro anche suo fratello. E 52 anni è un’età limite nella nostra famiglia e mio padre è morto a 52 anni come mio zio medico, fratello di mio padre. Io e Paolo dicevamo da ragazzi: ‘Dobbiamo far presto nella nostra vita perché a 52 anni toccherà anche a noi’. Lui l’hanno ammazzato a 52 anni e Paolo si è trovato a 20 anni, quando è morto nostro padre, a dovere in qualche maniera prendere le redini della famiglia, a cominciare a fare dei lavori. Per esempio, lui si era laureato presto, faceva le tesi per i suoi compagni di corso e le batteva anche a macchina per cercare di guadagnare qualche lira e per aiutare la famiglia. Ha dovuto assumersi a soli 20 anni il ruolo di capofamiglia. Paolo, da ragazzo, era molto attivo anche nel campo della politica, soprattutto dell’impegno politico e associazionistico ed era sicuramente orientato a destra. Anch’io a quel tempo, seguendo in questo mio fratello, ero iscritto al Fuan. Poi le mie prospettive sono cambiate completamente perché sono stato da sempre in qualche maniera un ribelle e venendo a lavorare al nord ho conosciuto tutto un’altra maniera di vivere, un altro mondo per me. A 27 anni sono andato via da Palermo e sono venuto a vivere e lavorare a Milano, ho cambiato completamente la mia prospettiva.
Tu fino a che anno sei sei stato a Palermo? Quando sei venuto via?
Ho fatto il servizio militare per la maggior parte in Sardegna da allievo ufficiale e tornando dal servizio militare mi sono sposato. Insieme con mia moglie abbiamo deciso di lasciare Palermo e di venire a vivere a Milano, cosa che mio fratello non aveva mai accettato pienamente. In tutte le telefonate che mi faceva – mi chiamava Toto da ragazzo – mi diceva: “Toto, ma perché non torni?” E io gli davo delle risposte che mi rendo conto dovevano fargli male perché dicevo: “Paolo, ma cosa torno a fare? Non c’è più la mafia a Palermo, cioè non ci sono più i morti ammazzati per strada?” Quando eravamo ragazzi ancora non c’erano. L’unica strage che c’era stata a Palermo era stata la strage di Ciaculli, ma la mattanza vera e proprio è cominciata dopo, è cominciata negli anni ’70, negli anni ’80 e io ero già andato via da Palermo. Però io vedevo sui giornali quello che succedeva a Palermo e quindi gli opponevo, a Paolo, un rifiuto e gli dicevo: “Perché adesso c’è lavoro a Palermo per un ingegnere?” Dovevano fargli male queste risposte, a Paolo, però lui continuava a dirmi sempre la stessa frase, mi diceva: “Ma perché non torni?”
Gli mancavi, insomma.
Non aveva accettato la mia scelta di lasciare Palermo. Lui era profondamente legato alla sua terra, alla Sicilia e quindi non avrebbe mai accettato questa scelta mia di andare via e la cosa mi pesa per quello che è successo poi poco prima che lo uccidessero. Quando fui io che a telefono gli dissi: “Paolo, per carità, vieni via da quella città, fatti trasferire da Palermo a Torino, a Firenze, a Milano, dove vuoi, ma vieni via da quella città perché se resti lì ti ammazzano”. Tutti sapevamo, dopo la strage di Capaci, quello che sarebbe successo e che poi è successo. E Paolo quella volta mi rispose con quella frase, con una frase che non posso dimenticare. Mi disse: “Io non accetterò mai di fuggire, io presterò fede fino all’ultimo al giuramento che è fatto allo Stato.” E non so se Paolo mi volesse dire questo, però io in quella frase sentì quasi come il rimprovero, come se lui mi dicesse: “Io non accetterò mai di fuggire, tu invece sei fuggito”. Io non sono fuggito. Io, ripeto, a Palermo non avrei mai potuto fare quello che ho fatto a Milano, lavorare ed aprire un’azienda, dare lavoro a della gente. Tutto questo a Palermo non me lo sarei mai sognato.
Quello che mi rimprovero è che venendo a vivere, a lavorare a Milano, nei primi anni ho creduto di avere trovato un altro paese, di essermi lasciato alle spalle tutto quello che non mi piaceva, di avere trovato un altro paese. Invece, poi mi sono reso conto che tutto quello da cui ero fuggito, a poco a poco ho ricominciato a vederlo anche qui in una forma diversa, più pericolosa perché più nascosta. Qui la mafia non si vede, qui la mafia è silente, ma qui la mafia c’è. In particolare, la ‘ndrangheta che ha praticamente colonizzato il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e quindi in qualche maniera quello che mi rimprovero non è di essere fuggito, ma di avere creduto di essermi lasciato alle spalle tutto quello che non mi piaceva e soprattutto di avere pensato che non fosse più affar mio, che era compito della magistratura, delle forze dell’ordine, dello stato combattere quel fenomeno. Invece mi sono reso conto che è necessario che ciascuno di noi faccia la sua parte per quanto piccola possa essere per impedire che ci siano eroi, come li chiamano, che devono sacrificare la loro vita perché gli altri, gli indifferenti, non abbiamo fatto abbastanza, non abbiamo fatto la nostra parte.
E per te, quando stavi a Palermo, c’è stato un momento in cui hai scoperto la mafia? Cioè ti sei reso conto che esisteva la mafia?
Io ricordo che decisi di lasciare Palermo, quando in una sola notte venne abbattuta Villa Deliella. Villa Deliella era una delle più belle ville Liberty che c’erano a Palermo, vicino Piazza Croci, e venne abbattuta in una sola notte perché il giorno dopo sarebbe entrata in vigore una legge che proibiva di abbattere delle costruzioni che fossero antecedenti a una certa data. Quando vidi abbattere villa Deliella, avevo visto lo scempio che stava succedendo a Palermo, il sacco di Palermo, che era già in atto. Io non mi rendevo conto di che fosse la mafia, mi sembrava che fosse normale che succedesse perché ripeto, non vedevo lo Stato. Il sindaco era un mafioso, i politici erano tutti in qualche maniera legati alla mafia, la politica e tutto il resto. Quindi non mi potevo rendere conto che quella fosse mafia, però mi rendevo conto degli effetti della mafia, di quello che c’era, quello che succedeva. La distruzione della Conca d’Oro, per esempio, che è stata completamente cementificata. Da tutto questo io sono fuggito, da quello che ancora non capivo che fosse la mafia, che poi mi sono reso conto invece esserlo.
E quindi tu per gli ultimi anni, prima di lasciare Palermo, ti sei ritrovato con tuo fratello Paolo, il fratello maggiore, che era diventato il capofamiglia. E come com’era la dinamica tra di voi? Perché immagino due figli maschi, uno più giovane, uno più grande.
Io ho sempre sofferto il cono d’ombra che aveva su di me per quello che era mio fratello. Abbiamo sempre fatto lo stesso istituto a scuola, lo stesso liceo classico. Lui era 2 anni più avanti di me e io dovevo sempre reggere il confronto con lui. Lui era molto bravo a scuola, eccelleva in tutti i campi e io in qualche maniera soffrivo di questo cono d’ombra, tanto che questo in qualche maniera ha determinato pure la mia scelta di vita, perché le uniche materie in cui ero bravo più di lui erano la fisica, la matematica. Allora, anche la mia scelta di iscrivermi in ingegneria è stato quella, in qualche maniera, di togliermi da questo cono d’ombra, anche se la mia cultura è prevalentemente classica.
I contrasti con mio fratello li ho avuti quando lui è diventato capofamiglia e pretendeva di far valere su di me la sua autorità di capofamiglia. Io non avevo mai accettato nemmeno l’autorità di nostro padre. Per me l’unica persona a cui mi sentivo di sottomettermi, di rispondere, era nostra madre che aveva avuto sempre un’influenza fondamentale sulla nostra crescita. Vedere che quello che era (ndr) il mio compagno di giochi fino a qualche giorno prima, pretendeva poi di comandarmi, il mio temperamento ribelle è poi sfociato in qualche maniera anche nell’anarchia. Non potevo sottostare e quindi quello ha portato a degli scontri anche fisici con mio fratello, perché l’unica cosa in cui prevalevo con lui era la forza perché facevo molto sport. Paolo ne faceva pochissimo e lui, quando lo mettevo sotto, si metteva proprio fermo e mi diceva: “Dai, vediamo se sei capace di colpire tuo fratello”. E io a questo punto non potevo che desistere.
Però con mio fratello facevamo anche tante bellissime cose. Per esempio, io non posso dimenticare le nostre sfide che proprio per la cultura di entrambi, che era fondamentalmente il classico, consistevano proprio nel recitare i canti di Dante e di recitarne una terzina ciascuno fino a quando qualcuno si fermava. Tanto che io ancora oggi a 80 anni continuo a riprendermi i canti di Dante come se le facessi insieme con mio fratello. Purtroppo ormai ci sono soltanto io a rispondermi.
Invece quando tu vai via e vieni a Milano, continuate a rimanere in contatto con tuo fratello?
Io vado via, è stato a gennaio del ’69, appena sposato. Tra l’altro fu l’anno in cui dei quattro figli di nostra madre, a parte mio mia sorella Adele che si era sposata già da un po’ di anni, ci siamo sposati io, Paolo e Rita nel giro di 4 mesi, da gennaio ad aprile, ci siamo sposati tutti e tre. La casa si è svuotata. Mia madre è rimasta sola, tanto è vero che ha venduto la sua casa e poi, alternativamente, stava con le mie due sorelle, Adele e Rita. Quel giorno, quel 19 luglio, si trovava nella casa di Rita, però viveva alternativamente per alcuni periodi nella casa di Adele e alcuni periodi nella casa di Rita.
E quindi, diciamo, tu a tutti gli anni ’70 sei qui e cominci la tua attività di ingegnere. In che ramo?
Io sono ingegnere elettronico, però il primo lavoro che ho trovato è stato in una ditta di informatica. Bisogna considerare che allora l’informatica non esisteva, l’informatica era un qualcosa che stava nascendo allora. Il primo lavoro che ho trovato è stato una ditta di informatica, la Six data, che era una dipendenza della Siemens tedesca, era stata incorporata dopo la guerra dallo stato italiano. Poi ho lavorato in una ditta americana, sempre di informatica, la Univac. Da allora ho sempre lavorato nel campo dell’informatica. Nel ’92, anzi nel ’91, proprio l’anno prima che uccidessero mio fratello, io lasciai la mia ditta e fondai una società, si chiamava Teleware, una società di informatica nella quale poi ho lavorato fino a quando sono andato in pensione.
Sei sempre stato un po’ quello che si chiama uno smanettone.
Sono stato sempre appassionato dalla logica, dall’informatica in particolare. Io progettavo sistemi informatici a livello di quelli americani. Ho progettato un sistema che si chiamava XCOM, che serviva per l’applicazione dell’informatica alle comunicazioni e che ha trovato applicazioni in grosse ditte come Wind, Banca Intesa e l’ho interamente progettato io.
Bello. E nel frattempo tu iniziavi la tua carriera, la proseguivi, poi fondavi la tua società di informatica e intanto a Palermo tuo fratello Paolo cominciava a fare il giudice e cominciava anche a fare le prime inchieste di mafia grosse.
Paolo era diventato magistrato già a 20 anni, però lui aveva intrapreso la sua, non la posso chiamare carriera, un qualche cosa che finisce troppo spesso dentro una cassa da morto per i giudici siciliani, però aveva intrapreso la sua professione di magistrato per la sua grande passione. per gli studi di diritto civile. Tanto è vero che fino al 1980, fino a quando Rocco Chinnici non gli affida il suo primo processo per mafia per l’omicidio del capitano Basile, lui si occupa esclusivamente di diritto civile perché era quella la sua passione. Quello, tra l’altro, è un percorso che ha fatto anche Giovanni Falcone, perché anche Giovanni Falcone comincia con il civile e fallimentare.
Addirittura Falcone faceva il fallimentare?
Sì, col fallimentare. E’ lì che ha acquisito tante conoscenze che poi gli sono servite nel resto del suo lavoro e fu proprio quando Paolo passa a lavorare al pool, per questo processo che gli affida a Rocco Chinnici, che poi verrà ucciso esattamente come lui con una macchina carica di esplosivo messa davanti al portone di casa. Anche Giovanni Falcone confluisce nel penale e insieme cominciano a lavorare al pool sotto la guida di Caponnetto, che intanto era arrivato dopo l’assassino di Chinnici, e ha fatto quello che avrebbe potuto essere il colpo di grazia dato alla mafia se fosse stato seguito da quello da cui doveva essere seguito. Purtroppo, invece, il successo del maxi processo del pool e le condanne passate in giudicato in Cassazione, furono l’inizio della fine in qualche maniera.
Si dice spesso che Paolo Borsellino e Giovanni Falcone fossero amici da ragazzi. Tu te lo ricordi anche tu amico di Giovanni Falcone, com’era la situazione?
Quando eravamo bambini giocavamo tutti nelle strade del quartiere della Kalsa, quindi sicuramente ci saremo incontrati, ci saremo incontrati anche con Giovanni Falcone. Forse non sapevamo neanche che si chiamasse Falcone perché ci conoscevamo tutti per nome. E poi, in effetti, Giovanni Falcone ha seguito un po’ una strada diversa. La sua famiglia era in qualche maniera più aristocratica, diciamo. Tanto è vero che lui non ha frequentato le scuole pubbliche come abbiamo frequentato io e Paolo, il Francesco Ferrara proprio in piazza Magione. Lui è andato al convitto nazionale, poi è andato all’Accademia Navale prima di ritornare a Palermo e di iscriversi all’università. Quindi sicuramente ci saremo incontrati. Il fatto dell’amicizia specifica tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è un po’ una favola.
Quindi tu non l’hai conosciuto neanche più avanti, neanche da più adulto.
Io forse l’ho conosciuto perché frequentavo una palestra di ginnastica artistica che frequentava anche Giovanni Falcone che era di qualche anno avanti. Lì, mentre un mio amico con cui sono rimasto in contatto da sempre, si chiamava Pierino Leto, era uno dei ragazzi con cui gioca giocavamo per le strade della Kalsa, della via Vetriera, mentre lui che l’ha fatto poi a livello agonistico quello che facevamo in palestra e quindi ha fatto delle gare insieme a Giovanni Falcone, lo ha conosciuto. Io invece probabilmente lì l’ho incontrato, ma ripeto non sapevo neanche che si chiamasse Giovanni Falcone.
Quindi poi da lontano le cose che stavano facendo a Palermo, il nuovo pool di magistrati messo insieme prima da Rocco Chinnici e poi da Antonino Caponnetto, dopo la morte di Chinnici arrivavano fino a qui?
Certo che arrivavano, non potevano non arrivare, però io quello che mi rimprovero è di aver seguito con ammirazione quello che faceva mio fratello, quello che faceva questo pool antimafia. Però come se non fosse più affar mio, come se fosse compito della magistratura fare quella lotta, compito delle forze dell’ordine. Ho dovuto aspettare che mi ammazzassero un fratello per impegnarmi in prima persona, per quel poco che riesco a fare, ma per fare almeno la mia piccola parte. E questa è una cosa che non posso non rimproverarmi.
Certo, immagino che sia molto complicato poi guardare alle cose col senno di poi e diventa tutto molto duro. Ma quindi tu in quegli anni, intanto, hai messo su famiglia e lavoravi. La cosa che mi colpisce sempre in queste cose è che ci sono dei momenti che sono decisivi per la storia d’Italia. Per esempio, il 19 luglio è un momento decisivo per la storia d’Italia, il ’92 è un anno decisivo: il 23 maggio muore Giovanni Falcone, il 19 luglio Paolo Borsellino. Però c’è anche una dimensione che è più personale, cioè Paolo era tuo fratello. Come si come si vive una cosa così enorme, che addirittura ha scosso un intero paese, quando questa cosa riguarda un pezzo della tua vita, un pezzo della tua famiglia?
Guarda, io ero molto assorbito dal mio lavoro in quegli anni. Giravo l’Italia per il mio lavoro e in più avevo già avviato quella che poi è diventata una mia società per impegnarmi direttamente come imprenditore. Quindi ero molto impegnato nel mio lavoro, mi portava in giro per tutta l’Italia e quindi seguivo quello che faceva mio fratello. Però in qualche maniera, ripeto, lo seguivo da lontano e attraverso le telefonate che ci facevamo nelle quali, come ho detto prima, Paolo non perdeva occasione di cercare sempre di farmi ritornare a Palermo. E io ormai vivevo un’altra vita e avevo conosciuto quello che si poteva fare in una città, in una regione non dominata dalla mafia come Palermo, dove fare quello che io ho fatto nella mia vita, anche la parte da imprenditore, non sarebbe stato possibile in nessuna maniera. E quindi ero così assorbito dal mio lavoro che le spinte di mio fratello a cercare di farmi ritornare a Palermo mi sembravano addirittura un’assurdità.
Non ti ha mai convinto? Non c’è stato mai un momento in cui hai detto forse ha ragione?
Assolutamente no. Lui mi diceva: “Vieni, perché sai c’è quel tuo collega che è rimasto lì a Palermo e noi gli diamo qui in tribunale, gli diamo le perizie da fare”. Per me era quasi un offendermi, dirmi che qualcuno mi avrebbe dovuto fare delle perizie e che quello avrebbe potuto essere il mio lavoro. Mi rendevo conto che Paolo parlava da fratello, che mi avrebbe voluto in qualche maniera vicino e che non poteva capire quali erano le mie aspirazioni per questo mondo diverso che avevo conosciuto e trovato qui al nord.
Ma è vero che tuo fratello rimproverava tua madre scherzosamente dicendole che voleva più bene a te, che eri il milanese, e si offendeva?
Abbiamo avuto sempre un rapporto particolare con nostra madre mentre il rapporto con nostro padre è stato quasi inesistente perché pensava e sapeva parlare solo di di farmaci e di medicinali. Il rapporto con mia madre è stato fondamentale perché nostra madre ci ha insegnato tutto. Ci ha insegnato l’amore, ci ha insegnato il rispetto, ci ha insegnato il senso dello Stato, ci ha insegnato anche a leggere, non le lettere dell’alfabeto, perché quelle ce le hanno insegnate a scuola come tutti, ma l’amore per la lettura che è rimasto sempre sia in tutti i figli, in particolare in me, in Paolo, in Rita, forse meno in Adele, è rimasta sempre una passione fondamentale. Abbiamo avuto questo attaccamento così forte con nostra madre che Paolo mi raccontava a 50 anni che andava da nostra madre e le diceva: “Mamma, è vero che vuoi più bene a me e non al milanese?”, come mi chiamava, con un tono di dispregio in qualche maniera. E nostra madre gli dava la risposta che può dare una mamma come lei. Diceva: “Paolo, ma il bene di una madre non si misura in quantità. Ogni mamma dà al figlio l’amore di cui quel figlio ha bisogno. A te do l’amore per quello che fai, per quello che sei. A tuo fratello gli devo fare sentire al telefono, gli devo fare quella carezza che non gli posso fare perché lui non è qui”. E Paolo credo che recepì nostra madre come ha sempre recepito le sue parole, però continuava a chiederle: “Ma è vero che vuoi più bene a me?”
Tu tornavi a Palermo ogni tanto in quegli anni, com’era? Cioè, vedere tuo fratello, fare delle riunioni di famiglia, però magari c’era la scorta, magari c’erano delle limitazioni. Ti sei reso conto un po’ di quello che succedeva?
Io non posso scordare che ogni volta che tornavo a Palermo con la nave, e allora viaggiavo spesso con la nave, trovavo sempre mia madre e mio fratello ad aspettarmi. Mi veniva sempre ad aspettare insieme con mia madre al porto quando arrivavo. E’ una cosa che mi è rimasta impressa nella mente. La scorta di Paolo, i suoi problemi legati alla scorta che lo doveva seguire, non li ho recepiti subito perché lui, quando veniva, è vero che aveva la pistola e la poggiava sul frigorifero – un posto dove i ragazzi, i bambini non potessero arrivare -, però in qualche maniera non mi sono reso conto della pesantezza della vita che ha significato per Paolo essere dal 1980 in poi sotto scorta. L’ho capito dopo dalle sue lettere, dai suoi scritti. È stato una cosa di cui mi sono reso conto dopo la sua morte.
Quand’è l’ultima volta che vi vedete fisicamente?
L’ultima volta che ho visto Paolo, ed è una cosa che non posso dire un regalo di Dio perché io non solo sono anarchico, ma sono anche laico per rifiuto delle autorità anche a quel livello, è stato veramente un regalo di qualcuno il fatto che siamo riusciti a vederci nel Natale del ’91. Non era mai successo che, da quando era andato via, passassimo le vacanze di Natale insieme, perché quando arrivavo a Palermo, anche se mi veniva sempre a prendere al porto, Paolo spesso era preso dal suo lavoro e quindi avevamo poche occasioni di stare insieme. Quella volta successe che Paolo mi telefonò e mi disse: “Toto, guarda che io avevo programmato di fare le vacanze ad Andalo, nel Trentino, con un mio amico, Peppino Tricoli, che però poi si è ammalato. Quindi c’è l’albergo prenotato e se vuoi puoi venire con la tua famiglia.” Io presi l’occasione al balzo e andammo con la mia famiglia. C’erano sia la mia famiglia che la sua e lui era insieme anche con quello che era il suo collaboratore e amico, il maresciallo Canale. Passammo l’ultimo Natale insieme e avevamo programmato addirittura di andare nella prima settimana del ’92 a Innsbruck. Però poi ci fu la strage di Palma di Montechiaro a Palermo e Paolo dovette precipitosamente rientrare in Sicilia. Fu l’ultima volta che lo vidi e che vidi mio fratello come io lo conoscevo, sempre pronto a ridere, a scherzare. Paolo non sciava e quindi erano vacanze in montagna, però quell’albergo era pieno di sciatori e Paolo non perdeva occasione per fiondarsi in mezzo a queste comitive di sciatori: Paolo aveva un rapporto fortissimo con i giovani. Ed era quello mio fratello, come l’avevo sempre conosciuto, ripeto, pronto a ridere, a scherzare, con quel suo sorriso che era quasi un ghigno. Gli si incurvava il naso quando rideva. E fu l’ultima volta che vidi mio fratello così come l’avevo sempre conosciuto. Poi, quando l’ho rivisto nelle interviste e alla televisione dopo che avevano ucciso suo fratello – perché Giovanni Falcone era veramente fratello di Paolo, non io perché essere fratelli vuol dire vuol dire aver avuto gli stessi sogni, avere combattuto le stesse battaglie e se c’è un fratello di Paolo non si chiama Salvatore, si chiama Giovanni, perché loro hanno condiviso anche la stessa morte -, Paolo sapeva che quando hanno ucciso Falcone dopo sarebbe toccato a lui. Ne era assolutamente conscio, infatti cambia anche nell’aspetto, ha degli occhi diversi. Io mio fratello, quando lo vedo in una ripresa televisiva, in una fotografia, capisco immediatamente se è prima del 23 maggio del ’92, quando Giovanni Falcone muore tra le sue braccia al policlinico di Palermo o dopo, quando Paolo, guardando una persona, non guardava negli occhi quella persona, sembrava che guardasse alle sue spalle per vedere da dove sarebbe arrivata quella morte che lui sapeva che sarebbe arrivata.
Uccidere Giovanni senza uccidere Paolo non sarebbe servito a niente, perché Paolo fino all’ultimo giorno della sua vita avrebbe cercato di arrivare agli assassini di suo fratello. E io ritengo, è una convinzione che mi sono fatta negli ultimi tempi, che Paolo ci fosse arrivato e quello che è il motivo dell’accelerazione improvvisa di quella strage. Paolo sarebbe stato ucciso, ma non così presto, non in un momento in cui non conveniva neanche alla mafia uccidere Paolo. Non era nell’interesse della mafia uccidere Paolo. Bastava che aspettassero meno di un mese perché che quel decreto legge, il decreto legge Falcone, così lo chiamavano, che era stato presentato dopo la morte di Falcone che prevedeva l’ergastolo ostativo e il 41 bis, la legge sui collaboratori di giustizia, quel decreto non sarebbe stato approvato in Parlamento. C’era una maggioranza garantista che non l’avrebbe fatta approvare. Ci volle la strage di via D’Amelio perché la reazione dell’opinione pubblica e di parte della politica portasse a far sì che quel decreto legge – che conteneva proprio quei punti che Totò Riina aveva messo nel suo papello -, fosse attuato… Quindi non era nell’interesse della mafia in quel momento fare quella strage. Eppure viene fatta, come dice Riina, perché qualcuno glielo aveva chiesto. Non è stata la mafia che ha accelerato l’esecuzione di quella strage, quindi c’è qualcos’altro.
Quel qualcos’altro io penso che siano soprattutto le parole che Paolo dice il 25 di giugno alla biblioteca comunale di Palermo dove dice, parlando della strage di Capaci: “Io sono un testimone e aspetto di essere chiamato dall’autorità giudiziaria per rappresentare davanti a loro, che sono gli unici che possono sapere quanto quello che io so e quello che ho scoperto su quella strage, quanto a mia conoscenza (ndr)”. Paolo non verrà mai chiamato a Caltanissetta e quella strage viene accelerata proprio da quelle parole. Paolo con quelle parole firma la sua condanna a morte. Non verrà mai chiamato da Caltanissetta, dove poi, basta pensare, viene chiamato quel Bruno Contrada a collaborare all’indagine, addirittura in maniera irrituale perché apparteneva ai servizi segreti. Quel Bruno Contrada di cui Gaspare Mutolo in quei giorni stava rivelando a Paolo i suoi contatti con la mafia. Quella, ripeto, è la condanna a morte di Paolo e sono convinto che Paolo avesse trovato in quei giorni qualcosa che riguardava la strage di Capaci. Forse, addirittura la partecipazione di qualcuno dei suoi amici di gioventù insieme a quel Delle Chiaie che aveva frequentato Palermo nei giorni prima della preparazione. E, probabilmente, Paolo aveva saputo anche di qualcuno dei suoi amici perché Paolo tante di quelle persone che poi hanno preso la cattiva strada, Ciavardini, Concutelli, tanti erano stati i suoi compagni di destra ed erano esponenti dalla destra che poi, però, era una destra diversa da quella a cui apparteneva Paolo, che hanno però purtroppo preso delle cattive strade, perché la partecipazione dell’eversione nera a questa sequenza di stragi che sono avvenute nel nostro paese è indubbia, anche se oggi l’ennesimo depistaggio, che io chiamo depistaggio istituzionale della stessa commissione parlamentare antimafia, vuole cancellare in qualche maniera le tracce di questa partecipazione. Tra l’altro anche l’artificiere di Capaci, Rampulla, è un mafioso esponente di destra, quello che avrebbe dovuto essere l’artificiere di Capaci e che poi all’ultimo momento dice di avere un impegno lasciando nelle mani di Brusca un telecomando praticamente inattivo per evitare che venisse premuto in un momento sbagliato… Brusca ha soltanto creduto di avere provocato quella strage. Ci volevano ben altri dispositivi per riuscire a centrare una macchina che va a più di 150 all’ora su un’autostrada nel momento in cui passa sopra ad un cunicolo, su un cunicolo che non è neanche visibile sull’autostrada e comandare da una casupola che per la sua distanza dall’esplosivo che bisognava innescare, ci vogliono circa 0,79 secondi per far arrivare il segnale da quella postazione all’esplosivo. Quindi è impensabile che possa essere stato comandato da quella casupola dove c’è scritto ‘No Mafia’.
Quindi tu non credi che sia stato Brusca a premere il telecomando?
Assolutamente no.
Perché diciamo il ’92 si apre con la conferma in cassazione del maxi processo, quindi la massima vittoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che ha richiesto prima l’assassinio di Scopelliti, ha richiesto altre stragi, che poi provoca… l’assassinio di Lima e di chi non aveva mantenuto le promesse che erano state fatte alla mafia che quel processo si sarebbe concluso così come tutti gli altri processi. Ci sono le minacce ad Andreotti, c’è anche la strage di Capaci… E poi arriva 19 luglio che è una data fondamentale del nostro paese, in cui il nostro paese è cambiato in maniera inesorabile. E’ anche una data che ti riguarda personalmente in quanto fratello di Paolo Borsellino. Come si vive personalmente una cosa che è così enorme e che ha riguardato l’intero paese? C’è anche un livello molto personale in questo.
Il coinvolgimento è ancora più grande perché io sono convinto che la strage di Capaci e la strage di via d’Amelio siano intimamente legate tra di loro, la causa della strage di via D’Amelio è strettamente legata alla strage di Capaci, anche se questo purtroppo non è mai emerso o non hanno voluto farlo emergere. La morte di Falcone, di Francesca Morvillo e degli agenti della scorta cambia profondamente la storia del nostro paese. Senza quella strage la storia del nostro paese non sarebbe stata quella che poi è stata e quindi è una cosa che non tocca semplicemente me, tocca tutto il nostro paese, tutti i nostri giovani.
E invece il 19 luglio come ti tocca personalmente?
Il 19 luglio mi tocca perché lì cambia la mia vita. La mia vita cambia e quando nostra madre il giorno dopo la strage chiama i figli che le restano, chiama me, mia sorella Rita e ci dice quello che ci disse, ci disse: “Da oggi voi dovete andare dappertutto, dovunque vi chiameranno per non fare morire il sogno di Paolo”. Così ci disse, il sogno di Paolo. Ci disse: “Fino a quando qualcuno parlerà di vostro fratello, vostro fratello non sarà morto”. Ed è quello che io cerco di fare da più di 30 anni, anche se con momenti alterni, momenti in cui avendo perso la speranza ho smesso anche di parlare perché ritenevo di non avere diritto di parlare in nome di mio fratello, di mio fratello che la speranza l’aveva mantenuta fino all’ultimo giorno della sua vita e che scrive questa sua speranza nell’ultima lettera che ha lasciato incompiuta sul suo tavolo, dopo aver cominciato a scrivere proprio alla mattina di quel 19 luglio. Io, dopo la speranza iniziale che la morte di mio fratello fosse bastata a cambiare, realizzare il suo sogno, ci ho creduto almeno per 5 anni, dal ’92 al ’97, vedendo la reazione che c’era stata a Palermo, la reazione soprattutto dei giovani, i giovani di Addio Pizzo, le donne del digiuno, i lenzuoli che alle finestre di Palermo erano una vera e propria dichiarazione di guerra significavano ‘io che mi affaccio da questo balcone come miei figli che escono da questo portone per andare a scuola, col mio negozio lì all’angolo della strada dove ha sempre pagato il pizzo, io mi ribello a tutto questo’. Questo aveva portato a credere che la morte di mio fratello fosse bastata a cambiare le cose. Io arrivai a dire – era un periodo in cui in qualche maniera la fede di mio fratello era riuscita a conquistarmi -, che se Dio aveva voluto che mio fratello morisse perché il nostro disgraziato paese potesse cambiare, io ringraziavo Dio di aver averlo fatto morire perché sapevo che quello è il suo sogno e sapevo che Paolo dovunque si trovasse, se esiste un’altra vita, sarebbe stato felice di vedere che anche grazie al suo sacrificio il suo sogno si stesse per realizzare. Poi a poco a poco mi sono reso conto come ancora una volta l’indifferenza, la contiguità, la complicità stavano prendendo il sopravvento. E allora avendo perso la speranza ho smesso anche di parlare. Ho ritenuto di non aver più diritto di parlare. Sono dovuti passare degli anni prima che cominciasse a guidarmi la rabbia per il fatto che non ci fosse stata ancora giustizia, non ci fosse stata ancora verità. Si tratta di (ndr) una giustizia che ancora a distanza di 30 anni inseguo inutilmente e che ormai ho perso la speranza di vedere nel corso della vita che mi resta. Quella rabbia mi ha portato a fondare il mio movimento e a cercare di trovare attorno a me gente che volesse lottare non la mafia ma la contiguità tra mafia e stato, quello che io ritengo che sia la vera forza della mafia. La contiguità tra pezzi dello stato e mafia ha permesso che dal 1947 in poi si facessero quei giochi sporchi che in Italia sono stati fatti attraverso la mafia, attraverso le Brigate Rosse, attraverso organismi eversivi che hanno avuto alle spalle quei servizi, quello stato parallelo a cui oggi attraverso un famigerato decreto di sicurezza si vuole dare la possibilità, anzi si è data la possibilità di fare per legge tutto quello che hanno sempre fatto, cioè incunearsi nelle associazioni sovversive, di mettersene a capo, di detenere esplosivi, di preparare attentati, tutto quello, ripeto, che hanno sempre fatto, ma prima (ndr) con possibilità di doverne rispondere alla magistratura. Oggi tutto questo viene permesso dalla legge e tutto questo non è accettabile.
E il tuo 19 luglio del ’92 com’è stato? Cioè tu come scopri quello che è successo e dov’eri?
Io ero al mio computer, uno dei primi computer che erano arrivati in Italia, perché erano gli anni di inizio dell’informatica. Io sento la voce di mia moglie che mi chiama e mi dice: “Corri che stanno dicendo di un attentato a Palermo”. Io non ho avuto bisogno di correre perché da 57 giorni tutti e Paolo per primo sapevamo quello che sarebbe successo. Non ho avuto bisogno di correre. Le notizie erano frammentarie, non dicevano quello che veramente era successo, non dicevano se il magistrato fosse stato ucciso e quindi quando salii sull’aereo ancora non era certo di quello che fosse successo.
Da Milano sei tornato a Palermo.
Ho preso il primo volo che sono riuscito a trovare. Trovai un volo a sera inoltrata. Quando salii sull’aereo non sapevo ancora quello che veramente era successo e quindi vissi quel momento come in un’animazione sospesa, parlando con mio fratello come se fosse ancora vivo e chiedendogli se ce l’avesse fatta, se fosse ancora vivo. Fu quando scesi dell’aereo che a quello che era uno dei primi cellulari, che avevo perché lavoravo in una ditta americana, mi raggiunse una telefonata di nostra madre che dall’ospedale mi disse quelle parole che non posso scordare. Mi disse: “Toto, tuo fratello è morto, lo hanno ucciso”. Fu così che vengo a essere certo di quello che era successo.
Quando sono arrivato in via D’Amelio era già notte tarda. Mio fratello l’avevano già rinchiuso nella bara, quello che restava di mio fratello. Gli erano saltate soltanto le gambe e il braccio che aveva alzato per suonare quel campanello, dei suoi ragazzi non restava quasi niente. In quelle bare non hanno messo i corpi di Agostino, di Claudio, di Emanuela, di Vincenzo Fabio, di Eddy Walter. Hanno messo i loro pezzi mescolati insieme. Quello che c’era in via D’Amelio me l’hanno raccontato poi Antonino Vullo, l’unico che si è salvato, e Luciana Traina che ha riconosciuto suo fratello, il piede di suo fratello, perché ha riconosciuto la scarpa che aveva vista la sera prima. Questa è stata la strage di via d’Amelio.
Io poi passai tre giorni e tre notti sulla bara di mio fratello, non so neanche se ho mangiato, se ho bevuto. Aspettavamo di contattare sua figlia Fiammetta che era in vacanza con degli amici di Paolo nell’Est in Thailandia e fino a quando non siamo riusciti a contattarla non abbiamo fissato i funerali. Funerali che non furono funerali di stato. Furono funerali privati perché tutta la famiglia non accettò che quello stato che allora pensavamo soltanto che non avesse saputo proteggere Paolo, allora gli additavamo solo questo, poi almeno io gli ho additato ben altro. E quei funerali non sono stati funerali di stato. Anche il presidente della Repubblica è venuto tra il pubblico perché non abbiamo voluto che si ripetesse quello che era successo ai funerali della gente di scorta di Paolo, dove giustamente il popolo di Palermo si ribellò, superò quei cordoni di polizia che erano stati fatti venire apposta da fuori per proteggere quelli che avevano occupato le prime panche della cattedrale, quelli che vennero cacciati a calci, a pugni e a sputi dal popolo di Palermo inferocito. Sì, addirittura il presidente della Repubblica venne portato via di peso. Sono queste immagini drammatiche, proprio quelli sono i funerali della scorta.
Tu sei andato in via d’Amelio quella sera. Qual è la sensazione che si prova in una scena del genere?
Era buio. Mi sono fatto riconoscere. Finalmente avevano messo un cordone perché purtroppo fino a prima era entrato chiunque in via D’Amelio, non era stata neanche transennata quella strada e ormai era buio e c’erano soltanto le carcasse della macchine. Io non so distinguere nella mia mente quello che ho visto allora e quello che ho visto dopo. Invece, dopo io ho visto addirittura anche il video dei pompieri. Non sono riuscito a vederlo perché ho messo una mano davanti agli occhi, perché erano troppo terribili quelle cose che c’erano in quel video. Lucia invece ha voluto raggiungere suo padre, lo volle addirittura vestire, se si può chiamare vestire, mettere una gamba staccata dal corpo dentro un paio di calzoni, l’altra gamba lo stesso, un braccio lo stesso e addirittura pulendogli il viso con un fazzoletto. Dice che ha trovato solo quel viso annerito dal fumo. Ho trovato il sorriso di suo padre. Io non so se Lucia ha visto quello, ha creduto di vederlo. Tante volte il cervello ci fa vedere non quello che vediamo, quello che vogliamo vedere e ci chiude i canali per quelle immagini che sono troppo forti. Lo stesso mia madre che, scendendo subito dopo l’esplosione dal palazzo, deve sicuramente essere passata vicino al corpo di Paolo, quello che restava dal corpo di Paolo. Mia madre è scesa in ciabatte, ha perso le ciabatte durante la discesa della scale e le scale erano ingombre di vetri. Non esisteva più un vetro sano in tutto il quartiere. Le scale erano ingombre di vetri. Mia madre ha sceso quelle scale, è arrivata ai piedi della scala senza neanche un taglio. È passata vicino al corpo di Paolo e non l’ha visto. Io so che questo è dovuto al cervello che non ci fa vedere quello che non vogliamo vedere. Io voglio immaginare che quello che restava di Paolo abbia preso in braccio nostra madre e l’abbia portata fino al portone. E nel momento in cui ha trapassato il suo corpo, le ha coperto gli occhi per non farle vedere quello che mia madre non avrebbe potuto vedere. So che non è così, ma voglio pensare che sia così.
Tua madre era in via d’Amelio perché viveva lì, in quel periodo, con tua sorella?
Mia madre, dopo che noi figli ci eravamo tutti sposati nell’arco di 3-4 mesi, aveva venduto la casa e stava alternativamente con le due sorelle. In quel periodo stava più con Adele che stava dalle parti di …, però in quel giorno era andata da Rita perché era il compleanno di mia sorella Adele e Adele doveva andare a festeggiare il suo compleanno al maneggio che i figli avevano dalle parti di Monreale. Quindi mia madre era andata a stare da Rita, che non c’era neanche perché era a Trabia, aveva una villa allora a Trabia e quindi mia madre era da sola. Paolo le aveva telefonato al mattino e le aveva detto: “Mamma, preparati che alle cinque ti vengo a prendere”. La doveva accompagnare dal cardiologo Pietro Di Pasquale che l’avrebbe ricevuta anche di domenica. Purtroppo, il telefono fisso della casa di Rita era intercettato e avevano fatto una deviazione. Chi ascoltò quella telefonata fu certo che Paolo quel giorno sarebbe andato e poterono togliere quella macchina che è stata messa davanti al portone di via D’Amelio per occupare il posto in una strada in cui avrebbe dovuto esserci il divieto di sosta. Invece il divieto di sosta non c’era, nonostante fosse stato richiesto dalla stessa scorta di Paolo, e hanno facilitato il compito a chi doveva ucciderlo. Finora, a lungo, ho creduto che le responsabilità dello stato fossero stato soltanto queste. E così mia madre, nostra madre, su di lei pesava in qualche maniera anche questo peso, che fosse stata quella telefonata a far sì che potesse essere preparata quella trappola, anche se Paolo sapeva che non poteva essere che uno di quei due posti, o la casa di mio fratello, di mia sorella o la casa dell’altra mia sorella, dove potevano tendergli una trappola perché avevano la stessa caratteristica, erano entrambe due strade chiuse. Roberta, la figlia di Adele, che adesso collabora con me nel movimento delle Agende Rosse e soprattutto nella gestione della casa di Paolo che ho voluto fondare alla Kalsa, nella nostra vecchia farmacia per assistere quei bambini che sono come quelli con cui noi giocavamo quando eravamo piccoli e che purtroppo ancora oggi sono soggetti all’influenza della mafia, vorrebbero prendere delle cattive strade, Roberta mi ha confidato che una volta sentì mio fratello, messo davanti al telefono alla finestra della casa di sua madre Adele che dava sul giardino, dire ad alta voce: “È qui che mi uccideranno, è qui che mi prepareranno la trappola”. L’avrebbero potuta preparare anche lì perché anche quella era una strada chiusa. Se l’hanno preparata in via D’Amelio è soltanto forse perché vicino a mia sorella, a non più di 200 m, stava Bruno Contrada e credo che ci sia tutt’ora la casa di Bruno Contrada e quindi forse è per questo che la trappola non è stata preparata. Viveva lì vicino Bruno Contrada, a non più di 150 m dalla casa di mia sorella.
Quindi il 19 luglio cambia anche la tua vita, nel senso che tu cominci, su richiesta di tua madre, a portare avanti il sogno di tuo fratello. Poi tu smetti di parlare per qualche anno e torni.
Smetto di parlare per qualche anno. Per ritrovare me stesso, per ritrovare la forza di parlare, ho dovuto fare a piedi da solo il cammino di Santiago da San … fino a Santiago di Compostela. L’ho fatto da solo, ma facendomi fare le credenziali per essere accolto negli ostelli. Idealmente ho cominciato insieme a mio fratello e quando arrivavo negli ostelli presentavo la credenziali anche di Paolo Borsellino. Non fanno di solito le credenziale per i morti, ma avevano fatto un’eccezione in quel caso e io, nel vedere come ragazzi che arrivavano da tutte le parti del mondo, gli ospitalieros vengono dall’Inghilterra, dall’America, scoppiavano a piangere leggendo quel nome e vedendo come tante persone, che io non conoscevo neanche, conoscessero la storia di Paolo e si emozionavano nel vedere il nome di Paolo, quello in qualche maniera mi ha ridato la forza per ricominciare a fare e, sostenuto anche dalla rabbia per quella verità e quella giustizia che ancora continua a essere negata, che ancora continua a essere nascosta, ho fatto quello che poi ho fatto attraverso quel movimento delle Agende Rosse che ancora oggi continua a sostenermi. Credo fosse il 2007, scrissi una lettera che intitolai ’19 luglio 1992 una strage di stato’ perché di questo mi ero convinto, allora pensavo che la causa della strage fosse stata soprattutto quella trattativa tra mafia e stato a cui mio fratello, di cui, sono sicuro, era venuto a conoscenza, si era opposto. In ogni modo mi sono fatto in seguito una convenzione diversa, cioè che quella trattativa (ndr) ci sarà pure potuta entrare, però le cause principali delle strage di via d’Amelio sono quelle che la legano strettamente alla strage di Capaci. Sono convinto che mio fratello fosse riuscito a scoprire qualcosa sulla strage di Capaci. Quel qualcosa doveva essere scritto su quell’agenda rossa che quindi doveva assolutamente sparire. Non sarebbe bastato uccidere Paolo, doveva sparire anche quell’agenda rossa e ritengo che le due stragi siano intimamente legate di loro e che quelle stragi siano strettamente legate al progetto eversivo che si svolge in Italia attraverso tante stragi a partire addirittura da Portella della Ginestra, poi con la strage della Banca dell’agricoltura di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, della stazione di Bologna, del Treno Italicus, del Rapido 904, la strage di Capaci, la strage di via d’Amelio, la strage dei Georgofili, la strage di Via Palestro. Ritengo che tutte queste stragi siano intimamente legate tra di loro ad un unico progetto percorso da un filo nero che le lega l’una all’altra. Sono le stragi che hanno portato al sistema di potere che oggi ci governa.
Il tuo movimento lo chiami Agende Rosse in memoria, in onore della agenda rossa, che era l’agenda che tuo fratello aveva iniziato a utilizzare dopo la strage di Capaci.
È un’agenda esattamente come questa. Era un’agenda dei carabinieri del ’92. Questa è del ’91. Ma anche quella del ’92 era rossa come questa. E’ un’agenda giornaliera che Paolo adoperava come diario e sulla quale scriveva tutto quello che riusciva a scoprire anche per quei collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo, come Messina che per primi parlarono non soltanto della mafia, come aveva fatto Tommaso Buscetta, ma anche delle infiltrazioni della mafia all’interno delle istituzioni, dei contatti tra mafia e stato. Era per questo che l’agenda doveva sparire ed è per questo che non può essere riportata alla luce. La cosa terribile, però, è che sulla sparizione di questa agenda, che è la scatola nera di quella strage, non è stato fatto mai un processo specifico. È stato processato quel capitano Arcangioli che è stato fotografato ed il processo è stato fatto 5 anni dopo la strage, anzi 7 anni dopo la strage, è venuta fuori quella fotografia mentre il capitano si allontana dalla macchina di Paolo con la borsa di Paolo in mano, borsa che sicuramente contiene l’agenda. Ebbene, il capitano Arcangioli è stato processato, ma si è svolta soltanto l’udienza preliminare, durante la quale l’ufficiale è stato assolto dall’accusa di aver rubato l’agenda. Io rispetto, anche perché non posso fare altro che rispettarle, le sentenze della magistratura. Ma perché dopo non c’è stato un altro processo? Dobbiamo tenere conto che il capitano Arcangioli, allora capitano oggi colonnello, ha rinunciato alla prescrizione, quindi potrebbe essere aperto un altro processo sulla sparizione di quell’agenda. Perché non viene fatto? Perché non viene fatto nonostante che nel processo Borsellino quater si sia assistito a un documento filmato che noi del movimento delle Agende Rosse abbiamo presentato per ricostruire tutti i movimenti delle persone che si aggirano in via D’Amelio subito dopo la strage ed in cui siamo riusciti a identificare personaggi che non sono stati mai chiamati a testimoniare? La Corte ha visto, ha recepito quel documento e ne ha tenuto conto nella sentenza. I pubblici ministeri si sono alzati e non sono ritornati per tutto il giorno dell’udienza finale del mio avvocato di parte civile Fabio Repici. Questa è la maniera con cui si nega la giustizia, nonostante il Borsellino Quater parli di un depistaggio di stato su cui si deve indagare. Quelle indagini poi sono state aperte, anche se a troppo distanza e coinvolgenti soltanto gli ultimi anelli della catena di comando che ha portato a quel depistaggio di stato attraverso la falsa testimonianza costruita ad arte di Vincenzo Scarantino. Però, sulla seconda raccomandazione della Corte, che diceva di indagare più a fondo sulla sparizione dell’agenda, non si sono mai avute ulteriori indagini. Sono andati a cercare nella casa di La Barbera se l’agenda in qualche maniera fosse custodita in quella casa. Però stranamente l’hanno fatto solo dopo la morte di La Barbera. Solo i morti vengono indagati. Io purtroppo, fino a quando sarà Caltanissetta ad avere in mano i processi sulla strage di via D’Amelio, ho perso la speranza di potere avere verità e giustizia. Questa verità e questa speranza, ormai, come mio fratello negli ultimi giorni della sua vita, le ripongo soltanto nei giovani perché la procura di Caltanissetta è quella che si occupa delle indagini che riguardano i magistrati di Palermo. Quindi, essendoci la morte di un magistrato di Palermo, la procura competente non è Palermo, ma è Caltanissetta.
Com’è cambiata la tua vita? Tu dicevi: “Ero concentrato sul mio lavoro, sul fare la mia azienda”. E invece poi tu dici: “Ho scoperto quelle cose che prima ho sottovalutato a cui non pensavo che anche io dovevo fare la mia parte per la giustizia, per la verità in questo paese”. Come è cambiata la la tua vita negli ultimi 30 anni?
Io ho dovuto trascurare purtroppo anche la mia famiglia per dedicarmi a mantenere quella promessa che ho fatto a nostra madre e che sento profondamente dentro di me, cioè il fatto che anche io, perché mi rimprovero il fatto di aver aspettato che mi ammazzassero un fratello per fare quello che faccio oggi, devo fare la mia piccola parte, per quanto piccola possa essere. Devo cercare di tenere viva la memoria del sacrificio di mio fratello, perché purtroppo la memoria tende a perdersi. Purtroppo oggi è stato data alla maturità una traccia che parla proprio di Paolo Borsellino e della sua speranza nei giovani. Io mi chiedo però come possano fare questi ragazzi a conoscere quello che veramente è successo se nelle scuole certe cose non si studiano se non per iniziativa di qualche docente che, trasgredendo in qualche maniera ai programmi ministeriali, porta la scuola a studiare queste cose. A scuola i programmi si fermano alla fine della seconda guerra mondiale. Secondo me dovrebbero partire dalla fine della seconda guerra mondiale perché è attraverso tutto quello che è successo dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi che questi ragazzi possono avere cognizione di quello che è successo veramente nel nostro paese e quindi possono avere gli strumenti per capire il loro presente e quindi influire sul loro futuro. Purtroppo lo studio di questi fatti (ndr) è solo dovuto all’iniziativa di qualche professore o a chi, come me, gira incessantemente le scuole d’Italia. L’ho fatto, per un certo periodo, soltanto attraverso il web a causa del Covid, a parte dei problemi fisici che poi sono arrivati. Però sto cercando, ripeto, di fare la mia piccola parte, di tenere viva questa memoria e di far sì che la speranza di Paolo resti viva. Paolo dice nella sua ultima lettera: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io alla mia generazione ne abbiamo avuto”. Questo è un messaggio di Paolo ai giovani e io con quel poco che faccio spero di tenere viva questa speranza di Paolo e far sì che questi giovani possano veramente, quando diventeranno loro responsabili del loro di questo paese, cambiare questo paese e fare finalmente sentire quel fresco profumo di libertà per cui Paolo ha sacrificato la sua vita e che però non è riuscito a sentire.
Forse è anche positivo che a scuola non si insegnino certe cose perché tu immagina un programma scritto da un ministro della Repubblica – in questo caso abbiamo Valditara, ma anche un altro andava bene uguale -. Avrebbero scritto come minimo, non lo so, nel giro di 10 anni che tuo fratello potrebbe essere morto per incidente stradale o per fumo passivo.
Per fortuna tra i professori ognuno ha le sue idee. Io ho trovato tanti professori che veramente fanno un grandissimo lavoro. Ho veramente capito che cosa diceva Gesualdo Bufalino, un grande scrittore siciliano, quando diceva che la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari. Lui parlava di maestri elementari perché purtroppo in Sicilia spesso l’istruzione si sviluppava sino a quel punto, però mi sono reso conto veramente che è nelle scuole che veramente c’è la trincea più avanzata in cui si combatte la mafia. Purtroppo questi professori spesso devono trasgredire i programmi o cercare di di trovare le ore per fare quello che fanno al di fuori dei programmi. Quindi, a meno che un giorno, e questo può succedere, non tirino fuori qualche libro dove cambiano come stanno cercando di riscrivere la storia, cancellando le responsabilità nella storia del nostro paese, dell’eversione nera e dei servizi segreti, se un giorno si arriverà a questo, allora veramente sarà la fine, ma io spero e credo che non ci si arrivi.
Tu, da quando hai iniziato col tuo movimento delle Agende Rosse, hai cominciato a parlare nelle scuole, a tenere lontani i politici, perché una cosa che è molto evidente è la differenza tra le celebrazioni per la morte di Giovanni Falcone ogni 23 maggio e le celebrazioni per la morte di Paolo Borsellino il 19 luglio. Il 23 maggio è un momento molto istituzionale in cui ci sono sempre i ministri e rappresentanti delle istituzioni. Il 19 luglio tu hai fatto in modo di preservarlo da esponenti istituzionali. Ovviamente imputando tu allo Stato una buona parte di quella strage, non volevi che l’ipocrisia arrivasse anche in quella via lì.
Io non ho mai sopportato, non lo sopportava neanche nostra madre, quelle corone da morto, come le chiamiamo noi in Sicilia, quelle corone di alloro che vengono portate da queste istituzioni quando fanno le visite a questi luoghi di strage. Mia madre non le poteva sopportare, chiedeva che le togliessimo subito dopo che le avevano poste e io, da quando sono andato sono tornato in via D’Amelio, ho cercato di evitare e appunto che succedessero queste cose. Ricordo la prima volta che mi successe di arrivare in via D’Amelio mentre Schifani stava arrivando in via d’Amelio per rendere omaggio al luogo della strage. Io ebbi l’impulso di andare lì davanti e cercare di fermarlo. Poi vidi che arrivava mia cognata Agnese che invece aveva nei confronti delle istituzioni il rispetto che le aveva stillato suo marito e quindi mi astenni dal fare qualcosa. Ma da allora giurai che non sarebbe più successo quello che non doveva succedere.
Noi non è che facciamo azioni violente. Noi, nel caso in cui qualcuno si è presentato, non abbiamo fatto altro che fare un muro davanti all’albero di via D’Amelio che mia madre ha voluto proprio nella buca scavata dalla strage, alzando l’agenda rossa e voltando le spalle all’istituzione che si presentava in via D’Amelio. Questo è bastato perché da allora venisse disertata. Allora il 23 maggio le istituzioni hanno cercato di unificare riunificare le due commemorazioni, i due giorni di memoria, però noi tutti i 19 luglio di tutti i mesi facciamo una scorta della memoria con le nostre agende rosse davanti a via d’Amelio dove accogliamo i tanti giovani che vengono a trovare quell’albero e che su quell’albero lasciano un ricordo, qualcosa che ha toccato il loro corpo, una catenina, un foulard, un cappellino. Qualcuno lascia anche un pacchetto di sigarette, addirittura un pacchetto di Daniel che erano le sigarette che mio fratello fumava in quel tempo e di cui un pacchetto è stato ritrovato dentro quella borsa nella quale invece non si è più trovata, perché è stata sottratta, l’agenda rossa di Paolo Borsellino.
Che tipo di risposta hai ricevuto da quando hai cominciato ad avere un ruolo attivo, quasi pubblico? Perché tu hai ricevuto una grandissima risposta dai giovani e polemiche da alcuni personaggi, diciamo, vicini o presunti vicini alla storia di tuo fratello, però anche un mondo nuovo che si è aperto in qualche modo, no? Soprattutto di giovani che si sono avvicinati molto a questo movimento.
I giovani mi sono stati sempre vicini e io sono stato vicino a loro proprio per quello che in qualche maniera è una cosa che faccio proprio per quello che aveva fatto Paolo, per quello che sono le ultime parole di Paolo che confida in questi giovani. Vedi, a me spesso chiedono se ho mai ricevuto minacce dalla mafia. Io dalla mafia non ho ricevuto mai minacce, forse perché anche vivo al nord, perché non mi sono mai occupato con la mia ditta di appalti o di altre cose cui la mafia in qualche maniera può mettere il naso e che può suscitare i suoi interessi. Ho ricevuto delle delegittimazioni da parte dello Stato, da parte addirittura di personaggi come lo stesso presidente Napolitano, per il fatto che io lo avevo attaccato perché ha preteso che venissero distrutte quelle intercettazioni in cui era incappato perché parlava con Mancino che era a quei tempi indagato in un procedimento e lui ha preteso che venissero distrutte quelle intercettazioni che avrebbe dovuto semmai pretendere che venissero conosciute da tutti, ascoltate da tutti, perché a nessuno possa venire in mente che quel un presidente della Repubblica, quello a cui noi affidiamo la difesa della nostra Costituzione promettesse, per esempio, l’impunità un indagato. Lui, a seguito di questo, mi ha delegittimato dicendo, per esempio, in una riunione dell’ANM a Palermo, che lui salutava i congiunti di Paolo che per lui erano la moglie e i figli. Caso strano quella è la stessa cosa che oggi dice il presidente della commissione parlamentare antimafia che dice che a detenere la verità sono soltanto, e scrive soltanto, e lo scrive più volte, i figli di Paolo Borsellino, come a escludermi dal novero dei parenti di Paolo. Però va bene così, a me non interessa il sostegno delle istituzioni, mi interessa il sostegno dei giovani e io sostengo per quanto possibile i giovani.
Una cosa che è diventata evidente col tempo e che forse citavi anche tu prima,… è che io personalmente credo che uno dei problemi del non avere verità in Italia è che poi ognuno si fa la sua verità, quindi ognuno c’ha la sua piccola verità in tasca, ma non è una verità collettiva, ognuno si fa l’idea che vuole. E a maggior ragione nella tua famiglia ci sono diverse posizioni sulle motivazioni della strage, sulla anche sulla sull’attitudine da tenere, sulla aplomb da tenere con le istituzioni, come è giusto che sia anche in qualche modo.
Succede in parecchie famiglie, purtroppo, che vengono colpite da queste tragedie in cui nascono forse anche a causa di questa tragedia delle divisioni. Per esempio la posizione processuale.
Diciamo che al momento abbiamo due posizioni forti processuali diverse che sono la tua e quella del tuo avvocato Repici e poi c’è l’avvocato Trizzino che rappresenta i figli di Paolo Borsellino.
Le posizioni processuali mie e quelle dei figli di Paolo e del loro avvocato sono sicuramente nettamente distinte. Io porto avanti una certa posizione processuale. I figli di Paolo ne portano avanti un’altra che purtroppo è troppo simile a quella che portano avanti Mori e De Donno, quelle due persone … che sono state assolte nel processo sulla trattativa…. In effetti non esiste un reato di trattativa, ma esistono le conseguenze delle trattative. Se una trattativa porta a salvare delle vite degli ostaggi è una trattativa che viene portata avanti dai servizi di intelligence di tutto il mondo. Però una cosa diversa è (ndr) se la trattativa porta, come ha portato questa trattativa di cui è stata affermata l’esistenza anche nelle sentenze, ad altre stragi perché la strage di via dei Georgofili, la strage di via Palestro sono una diretta conseguenza di questa trattativa. Quindi quelli che oggi proclamano eroi Mori e De Donno dovrebbero tenere conto di questo. A mio avviso dovrebbero tenerne conto anche i figli di Paolo…
C’è un’indagine a Firenze su questo.
C’è un’indagine a Firenze, però non so come finirà e come continuerà, perché fino a quando c’era Tescaroli a Firenze avevo fiducia che andasse avanti. Oggi quella fiducia e quella speranza in qualche maniera sta svanendo.
…
Oggi siamo nel 2025. Cos’è che vedi tu dalla tua prospettiva nel nostro paese e cos’è che vorresti cambiare? Quali sono le priorità, se sono mai cambiate, nel tuo ordine di idee?
Io ho perso la speranza di vedere nel corso della piccola frazione di vita che mi resta quello per cui combatto da anni. Oggi questa mia speranza la ripongo ai giovani, che siano loro a riuscire ad arrivare dove io non sono arrivato, a vedere quello che io non sono riuscito a vedere, quella giustizia e quella verità per cui combatto da 30 anni. Oggi capisco profondamente le parole di mio fratello quando dice che, quando questi giovani saranno adulti, avranno più forza di combattere di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuto. Oggi è quello proprio che sento. Ritengo che la mia sia una generazione colpevole, una generazione che sta consegnando nelle mani di questi giovani, di questi ragazzi, un mondo in una condizione peggiore di quella che mai avremmo potuto consegnargli. Un mondo in cui ci sono delle stragi perpetrate addirittura da stati che si comportano a livello dei terroristi. Il genocidio che sta avvenendo a Gaza nel silenzio, nella complicità di tutto il mondo è qualcosa di inaccettabile. La mia speranza ormai è soltanto che questi giovani non falliscano come ha fallito la mia generazione. La mia è una generazione colpevole e ripeto, stiamo consegnando un mondo in sfacelo a questi ragazzi. Spero che loro abbiano la forza di farlo rinascere.
E invece questa tua battaglia che ormai dura da tanti decenni, qual è l’obiettivo della tua battaglia? Ci sono alcune cose che ancora non sappiamo sulla strage di via D’Amelio, per esempio, non sappiamo neanche chi ha premuto il telecomando dell’esplosivo, non sappiamo tante cose. Qual è la cosa che per te è fondamentale, la cosa che vorresti scoprire e per cui hai fatto tutto questa attività?
La cosa fondamentale sarebbe che venisse riportata alla luce la scatola nera di quella strage. E la scatola nera di quella strage si chiama agenda rossa. È per questo che il mio movimento si chiama Agenda Rossa. È per questo che solleviamo le agende rosse. È la cosa fondamentale. In quell’agenda rossa ci sono i motivi di quella strage, è per questo che viene occultata ed è per questo, ripeto, che non si fanno delle vere indagini, non parte neanche un processo in cui a livello dibattimentale davanti all’opinione pubblica si cerchi di arrivare agli autori di quel furto.
Una cosa che chiediamo a tutti i nostri intervistati è se hanno una frase, una citazione che li hanno guidati nella vita o che li rappresentano. Tu hai hai una c’è una frase che vuoi condividere?
C’è una frase che ho fatto mettere anche nella casa di Paolo che è la struttura di accoglienza in cui abbiamo trasformato la nostra vecchia farmacia quando eravamo bambini. Lì c’è il pensiero più bello di Paolo. Paolo dice: “Palermo non mi piaceva, per questo imparai ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Io credo che questa sia la frase che sintetizza tutta la vita di Paolo. Paolo ha sacrificato la sua vita per amore. Paolo sapeva di morire. Paolo poteva scampare a quella sorte, ha sacrificato per la sua vita per amore. Io che conosco, benché io purtroppo non ce l’abbia, la profonda fede di Paolo, ritengo che Paolo abbia sacrificato la sua vita così come Gesù Cristo. Io sono laico, però credo che Gesù Cristo abbia portato una cosa sulla terra, abbia portato l’amore e Paolo testimonia questo amore. Paolo ha sacrificato la sua vita per amore e in questa frase, in queste tre parole è racchiusa tutta la sua vita. Io ripeto, sono laico, però credo nell’amore e forse c’è chi lo chiama Allah, … chi lo chiama Visnù. Io lo chiamo semplicemente amore. Quello è la fiammella divina che abbiamo nel cuore e Paolo diceva che tutti abbiamo quella fiammella e quella fiammella può sembrare spenta, ma non si spegne mai. È per questo che Paolo ai criminali che incontrava, ricordando quei bambini con i quale aveva giocato quando era bambino anche lui, prima di chiedergli dei loro delitti, gli faceva sempre la stessa domanda. Gli diceva “Ma tu come giocavi da bambino?” perché voleva ritrovare in quel criminale che aveva davanti, quel bambino con cui aveva giocato e risvegliare quella fiammella d’amore che lui sapeva non si spegne mai. C’è riuscito con Gaspare Mutolo. Io ritengo che Gaspare Mutolo oggi sia un’altra persona. Per questo, nonostante io abbia suscitato le rimostranze di almeno una parte del mio movimento…, io ho abbracciato Gaspare Mutolo in via D’Amelio. Non mi pentirò mai di quell’abbraccio.
Gaspare Mutolo ha raccontato anche dei dettagli importanti sugli ultimi giorni di tuo fratello, quindi ha dato anche un contributo importante.
Però c’è una differenza tra lui e Brusca. Bisogna distinguere collaboratori di giustizia e pentiti. Spatuzza pentito lo è sicuramente, lo stesso Mutolo. Non lo è, a mio avviso, Brusca.
Tuo fratello ti ha conosciuto bene per tutti gli anni in cui siete stati vicini, poi a distanza. Si sarebbe mai aspettato di ritrovarti, non dico capo popolo, però così attivo, così comunicativo e così deciso nelle cose che hai fatto in questi in questi anni o si sarebbe sorpreso, secondo te, a ritrovarti così in questa versione?
No, sorpreso no. conosceva il mio temperamento, tant’è vero che mi mandava, che spesso ero anch’io nell’organizzazione di destra giovanile, in cui lui militava e in cui ai tempi militavo anch’io. Spesso facevo a pugni al suo posto. Mi scambiavano per lui e io facevo a pugni e credevano di picchiare Paolo, invece li picchiavo io.
Quindi non si sarebbe sorpreso secondo te?
No, non credo. Conosceva anche il mio temperamento ribelle, non so se se lo apprezzasse, però sicuramente lo conosceva.
Mentre di tornare a vivere il Palermo non ci hai mai pensato alla fine?
No, no, anche se sono molto legato a Palermo. Se tornassi a vivere a Palermo, tornerei alla Kalsa, all’Ausa, che è dove torno ogni volta che torno a Palermo, in quella che era la nostra vecchia farmacia. Per me Palermo è quella, quella è la mia Palermo. Poi c’è la Palermo di Ciancimino che è un’altra storia apposta tutta è tutta un’altra Palermo.
Va bene. Grazie mille Salvatore per averci concesso questa intervista.
Grazie a voi per avermi dato l’opportunità di parlare e alla prossima puntata. Grazie.
Fonte: Canale youtube ‘Altro’ (intervista realizzata il 18 giugno 2025)

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