06 giu. L’Aula Magna di Palazzo Nuovo, ateneo torinese di facoltà umanistiche, è affollata, ma non stracolma come meriterebbe l’appuntamento, è questo non è un buon segno. Le pareti tappezzate di volantini con la scritta “vogliamo la verità”, ovunque i volti sorridenti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sul palco i relatori dell’incontro organizzato dalla sede torinese del Movimento delle Agende Rosse, il tema “Stragi. Silenzi e Riforme: di Stato”, Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato in via D’Amelio e Nino di Matteo, sostituto procuratore della Dda di Palermo, che si sta occupando delle indagini sulla trattativa Mafia-Stato e dei mandanti occulti delle stragi del 92-93, che non riesce a trattenere una battuta scherzosa “Quando abbiamo conosciuto il tema del convegno e dopo una lunga riflessione, durata circa 30 secondi, abbiamo deciso di partecipare e Antonio (Ingroia nda) mi ha detto vai tu, così cacciano prima te dalla magistratura”.
Salvatore è minuto, ma la forza che emana è quasi sovrannaturale, riempie l’aula, parla rigorosamente a braccio, non necessita di tracce: “L’illuminazione l’ho avuta da una frase di Paolo –Palermo non mi piaceva, ma ho imparato ad amarla-. Mi sono reso conto di avere sbagliato, neppure a me Palermo piaceva, ma a differenza di mio fratello, a 27 anni me ne sono andato, per cercare un’altra vita. Sbagliavo, perché non si può sfuggire all’ineluttabile, all’ineludibile. Avevo scelto il silenzio per molti anni, quella frase mi ha fatto capire che avevo una battaglia da combattere, una missione da svolgere: sapere la verità”.
“Ricordo –prosegue- i giorni successivi alle stragi, ricordo le lenzuola bianche alle finestre, ricordo le catene umane che manifestavano contro la mafia. Ricordo e mi domando: Dove è finita quella gente? So che da qualche parte c’è, ma mi sembra ormai assuefatta alla miseria che ci circonda e questo mi preoccupa. Sento dire: perché parlare di stragi? Perché parlarne ancora dopo 19 anni? Perché la società civile vuole la verità, perché vogliamo sapere se un pezzo dello Stato è sceso a patti con Cosa Nostra. Perché siamo un’Italia che non si rassegna e vogliamo riprenderci questo Paese. E’ doveroso!”.
Il silenzio è assoluto, si coglie chiaramente che la voce di Salvatore, emozionato, si incrina. La sua denuncia viene interrotta solo dagli applausi scroscianti, non certo di cortesia. “Il mio popolo, il popolo delle Agende Rosse, è nato spontaneamente, è un movimento che è cresciuto perché cerca la verità e la giustizia. Perchè si è reso conto che lo Stato ha abbandonato il Sud in balia della criminalità organizzata per ottenerne un bacino di voti. Adesso il cancro è arrivato al vertice delle istituzioni, vertice che attacca, come mai era accaduto, il lavoro della magistratura. Stiamo vivendo un momento simile a quello delle stragi, forse peggiore, neanche allora si tentava di impedire così grossolanamente il lavoro dei magistrati”.
E qui Salvatore lancia denunce precise “Non c’erano solo mafiosi in quel garage dove si stava imbottendo di esplosivo la macchina per via D’Amelio, c’era un uomo in giacca e cravatta, un uomo dei servizi. Non viviamo in un Paese civile, ma in un paese dove gli equilibri sono regolati dalle stragi di Stato. Io so come sono andate le cose, ma non ho il potere per dimostrare la verità, però ho speranza e fiducia perché conosco il lavoro e l’abnegazione di questi magistrati. Questo voglio dirvi: che il sangue di Paolo si è sparso su tutti noi, e ci da la forza di andare avanti”.
E’ un fiume in piena, Salvatore, sempre più vibrante, indignato, sempre più incalzante: “Le cose non sono cambiate, per i magistrati con la schiena dritta, oggi come allora la gente è infastidita dalle sirene delle auto blindate. Dove è finita la gente che ai funerali di Paolo gridava –Resistenza-. Non la scorgo più, in compenso assisto ad un attacco mai visto contro la magistratura. Un attacco che arriva da una persona indegna che indegnamente ricopre la carica di capo del Governo. Come può lo Stato trattare con dei criminali? Come si può pensare che un magistrato della statura di Paolo Borsellino accetti di fermarsi perché lo Stato sta trattando con la mafia? Questo fu proposto a mio fratello quel 1 luglio 1992. Gli fu proposto da quel Mancino che ora mente spudoratamente quando dice che non ricorda, che non conosceva fisicamente Paolo Borsellino, allora uno degli uomini più famosi d’Italia. Paolo reagì violentemente alla proposta di quel patto scellerato e per questo motivo doveva essere velocemente eliminato. Poi fu necessario che i sospetti fossero allontanati dai fratelli Graviano, che materialmente avevano progettato e portato a termine l’attentato. I Graviano, che avevano contatti con i servizi, con le istituzioni, con Dell’Utri e magari anche con il padrone di dell’Utri”.
“La trattativa prosegue ancora oggi –continua Salvatore Borsellino- significativo è il silenzio di Graviano il quale, alla domanda un avvocato, se conoscesse Marcello Dell’Utri, se conoscesse Berlusconi, tacque. Nel linguaggio mafioso quel silenzio significa –non parlo, ma potrei parlare- Non posso, non possiamo accettare che la persona che, ribadisco, ricopre indegnamente la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, abbia definito le stragi –una storia vecchia, per la quale magistrati malati stanno sprecando soldi pubblici. Per questo motivo il 19 luglio è bene che in via D’Amelio ci siano solo le mie Agende Rosse. Non voglio né istituzioni né Navi della Legalità e dirotteremo tutte le corone alla tomba dell’eroe Mangano”.
Riccardo Castagneri
da: ArticoloTre.com

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