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Rosario Livatino, “Un uomo giusto”: l’inchiesta di Maria Grazia Mazzola

Oggi è il giorno del ricordo per Rosario Livatino, ucciso in un agguato mafioso, la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena lungo la statale 640, la Agrigento-Caltanissetta, mentre – senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto – si recava in tribunale. Proprio in quel giorno doveva decidere su alcune misure di prevenzione che pregiudicavano gli interessi mafiosi. Per la sua morte sono stati individuati i killer ed i mandanti appartenenti all’organizzazione criminale Stidda. A trent’anni dal delitto, però, non è ancora ben definito il contesto in cui maturò quella decisione.
Perché di fronte all’integrità morale e all’impegno che il 38enne magistrato stava conducendo in un territorio così difficile come quello dell’agrigentino è evidente quanto fosse scomoda la sua figura.
Ieri sera, su Rai uno, è andato in onda per lo Speciale Tg1, l’inchiesta di Maria Grazia Mazzola, “Un uomo giusto“.
Attraverso testimonianze di Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire, del professore Nando dalla Chiesa, autore del libro “Il giudice ragazzino”, del Fondatore e Presidente di Libera don Luigi Ciotti, del postulatore della fase diocesana della causa di canonizzazione don Giuseppe Livatino, dei magistrati Ottavio Sferlazza e Salvatore Cardinale e del Direttore centrale Anticrimine della Polizia di Stato Francesco Messina, accompagnati da alcuni documenti, è stata ricostruita l’attività del magistrato in quei dodici anni vissuti indossando la toga.
Tra il 1978 (anno del giuramento come magistrato) ed il 1990, in Sicilia si consumarono una lunghissima serie di delitti: erano quelli gli anni definiti “della mattanza” e ad Agrigento sono diversi gli interessi che vengono colpiti dalle inchieste del magistrato.
Un contesto descritto perfettamente da Nando dalla Chiesa, figlio del generale ucciso il 3 settembre 1982. Rispondendo alle domande della Mazzola ha ricordato come quelli “erano gli anni in cui c’erano insieme Cosa nostra, la Camorra, la P2 e la criminalità finanziaria arrivava fino allo Ior. C’era un grumo di soggetti illegali che avevano costituito un Network tra loro. E la capitale era Palermo. Una città in cui si giocavano le sorti della nostra democrazia perché tutto poteva essere giustificato come omicidio di Mafia“.
Ed è in quel contesto che Livatino operava.
Rileggendo anche alcuni passaggi dei suoi appunti emerge in maniera chiara come Livatino sia stato davvero quel “modello di magistrato descritto dalla Costituzione“. Così lo hanno ricordato il collega Salvatore Carnevale e lo stesso don Luigi Ciotti e Giuseppe Livatino (postulatore della fase diocesana del processo di canonizzazione).
Un magistrato che credeva “nell’indipendenza del giudice non solo nella propria coscienza, ma nella sua credibilità“.
Non solo. Livatino aveva il coraggio di dire “No” all’appartenenza del magistrato a sette ed associazioni segrete, ed al contempo riteneva che il magistrato non potesse fare politica. Concetti ribaditi in una celebre relazione letta il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì.
Se le sentenze dimostrano le responsabilità della criminalità organizzata per la morte del “giudice ragazzino”, il sospetto che dietro ad essa vi fosse altro si fa sempre più forte.
Così, grazie alla testimonianza di Cardinale e alcune annotazioni scritte nell’agenda del giudice è emerso che in quegli anni vi furono diversi contatti tra Livatino ed i giudici palermitani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “Ci furono diversi scambi di informazioni e documenti – ha ricordato – Andammo a trovare Borsellino nell’ufficio che ci diede documenti sulla mafia di Agrigento. E noi portammo un nostro documento, giunto dal Canada, in cui si delineava la struttura della mafia prima ancora che Buscetta ne parlasse. Confermava, il documento, quello che diceva Buscetta. E così vennero fuori i rapporti della mafia siciliana con la mafia calabrese, con la mafia di Montreal. Settecase a Montreal incontrava i mafiosi di là e poi andava in America ed incontrava Castellano. Siamo tra il 1985 ed il 1986. In queste trascrizioni di intercettazioni si parlava dei nuovi capi mafia“.
Prima della sentenza del maxi processo, ad Agrigento, vi fu il processo Santa Barbara. Un’altra pietra miliare con centinaia di anni di carcere per i boss.
Non solo. “Emerse un contesto di collegamento tra mafia e pubblica amministrazione a livello locale, ma anche con politici, alcuni settori della vita pubblica, e tante altre complicità“.
Testimonianza dopo testimonianza viene evidenziato come la stessa magistratura agrigentina al tempo fosse “tutt’altro che sensibile in materia di lotta alla mafia“. E come è stato ricordato dagli intervenuti, tenuto conto che Livatino indagò anche sui potenti cavalieri del lavoro di Catania, legati “alla politica che conta“, è evidente che il magistrato poteva “dare fastidio ad un coacervo di interessi: mafia, politica, affari e anche la massoneria“.
Paolo Borsellino fu tra i primi magistrati a giungere sul posto dell’omicidio. E negli anni successivi indagò sul delitto tanto che nell’agenda blu annotò, alla data del 6 luglio 1992, l’interrogatorio con il pentito Gioacchino Schembri. Da quest’ultimo, in Germania, si sarebbe dovuto recare anche il 20 luglio, ma non ebbe il tempo. Il giorno prima, infatti, saltò in aria, in via d’Amelio, assieme agli agenti di scorta. Anche su quell’attentato, così come per Capaci, le stragi del 1993, l’omicidio Dalla Chiesa, ed altri delitti eccellenti, manca un pezzo di verità. Quello più importante che porti al disvelamento del volto dei mandanti esterni che dietro alle mafie si nascondono, ma che sono altrettanto responsabili di quegli assassini.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

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