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Roberta Gatani: ‘Paolo Borsellino ci ha insegnato la libertà’

Roberta Gatani e il suo libro "Cinquantasette giorni - Ti porto con me alla Casa di Paolo"18 aprile 2025 – Un impegno senza sosta per i giovani. È la missione della nipotedel giudice Paolo Borsellino, Roberta Gatani, che il 29 aprile (ore 20) sarà nell’Aula Magna della scuola elementare di Volano per presentare il suo libro Cinquantasette giorni. Ti porto con me alla Casa di Paolo (Edizioni Iod, pagine 256, euro 15), in dialogo con Claudio Mattè. L’evento è organizzato dall’associazione Vivitrentino. Gatani è direttrice del centro per bambini e ragazzi dedicato alla memoria di Borsellino nel quartiere Kalsa di Palermo.

Roberta Gatani, cos’è la Casa di Paolo?
«Paolo Borsellino aveva tre fratelli: mia madre Adele, Rita e Salvatore. La Casa di Paolo è un sogno realizzato di Salvatore e nasce da un interrogativo che gli aveva posto lo zio Paolo. Da giudice, infatti, si trovava spesso davanti i loro compagni di gioco e si chiedeva perché avessero intrapreso la via della criminalità. Cos’era mancato nella loro infanzia? Forse, gli strumenti per scegliere. Oggi il problema è lo stesso. Perciò lavoriamo affinché i giovani del quartiere possano trasformarsi in persone per bene».

Che attività proponete?
«Doposcuola, laboratori, viaggi per allargare gli orizzonti. Forniamo materiali didattici, borse di studio. Sosteniamo le famiglie. Tutto gratis e senza aiuti statali, per scelta. Perché l’unica cosa che vogliamo dallo Stato è la verità sulla strage di via d’Amelio. Inoltre, accogliamo i ragazzi dal carcere minorile, facciamo svolgere lavori socialmente utili. Ricordo uno di loro, arrivato alla Casa di Paolo dopo essere stato in prigione e comunità di recupero per tossicodipendenti. All’inizio si sentiva a disagio. Piano piano ha cominciato a cambiare prospettiva. A rispettare questo posto. Poi è rientrato in carcere per precedenti condanne divenute definitive. Periodicamente ci scriviamo. In una lettera mi confessò che era finito in isolamento per aver fatto a botte con un altro detenuto. Scriveva che sapeva che mi sarei arrabbiata. Ma che lui non aveva potuto farne a meno».

Perché questo ragazzo è finito in isolamento?
«Perché quello che aveva picchiato diceva che avevano fatto bene ad ammazzare Borsellino, visto che era uno sbirro. E lui questo non poteva accettarlo. Adesso sapeva che il giudice era dalla sua parte. Scoprire che questo ragazzo aveva cominciato a fare il tifo per la legalità, per mio zio, mi ha fatta sentire orgogliosa».

Dalle fiction alla musica trap, passando per i «dark romance», sono molte le rappresentazioni glamour della mafia. La spaventano?
«Sì, soprattutto se chi le guarda non ha un adulto a fianco come filtro. Qualcuno che spieghi che i mafiosi non sono figure degne di ammirazione ed emulazione. Lo stesso vale per film di rilievo, ad esempio Il Padrino, perché trasmette l’idea che la mafia è portatrice di valori come il rispetto di donne e bambini. Quando invece, la mafia non ha valori e ha ucciso più di centocinquanta bambini».

Com’è cambiata la mafia negli anni?
«Ha studiato. Si è vestita elegante per occupare i posti di potere. E ha continuato a perseguire un unico interesse, il denaro, dove circola, trasferendosi al nord. Per questo ringrazio Claudio Mattè e l’insegnante Silvia Anzalone che mi invitano in Trentino per sviluppare gli anticorpi della società civile su questi temi».

Un ricordo intimo di Paolo Borsellino come zio?
«Quando veniva a trovarci e noi piccolini scappavamo a nasconderci in tutta la casa. Il primo che veniva trovato riceveva un morso sulle guance dallo zio. Era un gioco bellissimo. Paolo era, fondamentalmente, una brava persona. Ci ha trasmesso uno stile di vita impregnato sul senso del dovere. Ci ripeteva di non prendere scorciatoie, perché chiedere favori implica diventare ricattabili, perdere la libertà. E, invece, la vita va affrontata a testa alta. Decidendo in autonomia. Penso che la lotta alla mafia oggi cominci anche da qui. Dal rifiutare una raccomandazione e dal batterci quando i nostri diritti vengono calpestati».

Su Borsellino si è scritto molto. Cosa racconta di nuovo nel suo libro?
«Il libro è nato mentre si avvicinava il trentennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Sapevo che sarebbero state unificate le memorie di Falcone e Borsellino. Che non si sarebbe parlato degli ultimi cinquantasette giorni di vita dello zio. E io non potevo più accettare che venissero dimenticate ancora una volta le colpe di chi avrebbe dovuto proteggerlo e non ha fatto nulla. Perciò, dal 23 maggio 2022, anniversario della morte di Falcone, al 19 luglio, anniversario dello zio, ho pubblicato una pagina al giorno di questo racconto, come una sorta di diario. L’anno successivo quei testi sono diventati un libro. A ogni pagina del diario, però, ho affiancato racconti e aneddoti della Casa di Paolo. Per portare con me lo zio nel luogo in cui rivive ogni giorno».

Martina Dei Cas (Corriere del Trentino)

 

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