Proponiamo ai nostri lettori lo speciale dedicato a Paolo Borsellino dal titolo “Ricordare per cambiare” realizzato dal quindicinale trapanese “L’isola” , in edicola dal 30 luglio 2010. I testi di Nicola Biondo, Salvatore Cusimano e Antonio Ingroia sono stati curati da Giuseppe Pipitone.
Una questione di convenienza di Nicola Biondo
Lo hanno ripetuto per anni, decenni, certi soloni: la mafia non esiste, esiste una mentalità mafiosa ma la mafia, quella no, e chi dice il contrario mente per fini inconfessabili, per obiettivi politici, per fare carriera. E per giunta infanga la Sicilia e il Meridione. Forse dovremmo arrenderci a questa lettura e dire, ammettere, che davvero la mafia non esiste. O meglio, esiste perché altri vogliono che esista.
Dagli anni ’80 le inchieste, quelle archiviate e quelle diventate sentenze, raccontano in sostanza una cosa. Che la mafia esiste dove non c’è lo Stato. Peggio: che spesso (sempre?) la mafia è andata a braccetto con lo Stato o con parte di esso. Che alcuni delitti, delitti eccellenti, hanno visto la compartecipazione, con il silenzio o peggio, di uomini di stato. Che certe scandalose latitanze sono state permesse, tollerate, dallo stato. Perché così conveniva. Perché la mafia garantiva, e garantisce, tanti voti e molti vantaggi per imprenditori e politici che ad essa si rivolgono. Insomma la mafia, come organizzazione, esiste perché lo Stato, una parte di esso, le consente di esistere. Sennò sarebbe altro, tutt’altro, poca cosa. Ecco perché forse bisognerebbe ammettere che la mafia davvero non esiste. E’ una proiezione oleografica, un’immagine virtuale, proiettata per schermare l’essenza stessa, quella più violenta e disgustosa, di un sistema di potere. Un ombra alla quale possiamo tirare qualsiasi pugno ma che non colpiremo mai. Paolo Borsellino ha detto condensato questa realtà in poche parole. Queste: “La mafia e lo stato vivono nello stesso territorio, o si fanno la guerra o si accordano”.
La storia della mafia – ha scritto il giudice Roberto Scarpinato – è una storia di classi dirigenti. La storia della mafia siciliana – diversamente dalla Camorra e la ‘ndrangheta – interseca quasi tutti i momenti chiave della nostra Repubblica: dalla strage di Portella della Ginestra al delitto Mattei, dai Golpe degli anni ’70 al caso Moro fino alla nascita della seconda Repubblica.
Ecco perché fare la storia della mafia significa intraprendere un lungo e faticoso cammino nel cuore nero del sistema di potere italiano, consente un’analisi del modo in cui è stato gestito il potere in questo paese. A volte mi sembra che non abbia più senso raccontare cose di mafia. Perché da qualsiasi prospettiva le si possano raccontare esse intersecano il potere, quello ufficiale, quello che abita lontano dalla Sicilia. Raccontare la mafia significa raccontare il successo di un sistema politico, di un sistema imprenditoriale ed economico. Ci fermiamo a indignarci davanti al fuoco delle pistole mafiose ma è come l’idiota che indica il dito e non vede la luna. Non importa solo sapere chi è che ha sparato ma perché. Perché la mafia ha avuto la forza di uccidere in pochi anni i vertici della magistratura palermitana, i vertici della Questura, i vertici della politica regionale, un prefetto? Chi gli ha dato la sicurezza dell’impunità?
La mafia spara perché gli è stato consentito, perché è convenuto a qualcuno. Ecco la parola chiave: convenienza. Ad un sistema di potere è convenuto avere dalla propria parte dei volgari banditi: da loro hanno ricevuto voti, con loro hanno fatto affari, a loro hanno delegato la gestione di intere porzioni di territorio. Un giorno un politico ha detto che bisogna rendere non conveniente l’adesione ai valori della mafia. Ma è come chiedere un atto di eroismo ad un cittadino disarmato. E per quale motivo quel cittadino non dovrebbe chiedere alla mafia quello che lo Stato da sempre gli nega in buona parte del Mezzogiorno: un’amministrazione pubblica efficiente, servizi degni di un paese civile, la possibilità di vivere dignitosamente.
E’ ormai pacifico che Cosa nostra ha goduto di protezioni innominabili, impensabili. E’ ormai pacifico che il mostro mafioso è un prodotto dello Stato, è diventato quello che è perché chi aveva il dovere di combatterlo ha giocato un’altra partita. E’ lo stato, questo stato, che ha permesso alla mafia, a volgari banditi di diventare uomini capaci di scatenare la guerra o di firmare accordi.
Le nuove inchieste sulle stragi indicano perfettamente questa direzione, questo stato di cose.
Più le indagini proseguono più i magistrati vedono sbiadire i volti dei macellai di Capaci e di via D’Amelio, di Firenze e Milano. E prendono consistenza altre forme, altri ambienti, altre facce, altri moventi. E se la mafia non è altro che un prodotto di un sistema, i magistrati sono davvero dei golpisti. E non nel senso che indicano il Presidente del Consiglio e la sua corte ma perché quei magistrati che indagano sulle stragi, sulla trattativa, sulle commistioni tra mafia e stato, mettono a repentaglio un sistema di potere che ha consentito quello che è sotto gli occhi di tutti. I magistrati stanno provando ad indagare il Potere, di cui la mafia è soltanto una delle sue tante manifestazioni, quella più visibilmente violenta. Cercano uomini dei servizi segreti, interrogano politici, provano a trovare carte nei mille archivi istituzionali. Ecco perché i magistrati sono dei golpisti: perché provano a processare un intero sistema. Ma non spetterebbe a loro farlo. E’ una delega in bianco che i cittadini in buona fede e una classe politica e imprenditoriale – ipocrita – gli hanno dato. Una delega che può far sempre dire quando le indagini arrivano a disegnare un sistema criminale, e non solo singole responsabilità penali, che i magistrati vogliono controllare la politica, vogliono – appunto – fare un golpe.
Come sempre, poi, ci sarà qualcuno che per una ben remunerata cecità dirà che c’è uno stato buono e uno cattivo, ci sono i servizi segreti buoni e quelli cattivi. Ma sarà la solita favoletta a buon mercato. Perché nessuno 007, nessun ufficiale dei Carabinieri, ha rapporti con un mafioso se non gli viene comandato. E l’ordine di incontrare Vito Ciancimino o quello di presenziare ad un summit di mafia gli viene direttamente dall’alto, dallo Stato.
In chi, in buona fede, fa della lotta antimafia una scelta di vita, è visibile il richiamo costante al termine legalità. Questo conflitto decennale – che proprio per questa durata è di per sé scandaloso – che oppone cittadini e magistrati e forze dell’ordine alle mafie stabilisce un autentica ossessione per il termine legalità. Ma dimentichiamo che la mafia è stata da tempo “legalizzata”, i suoi metodi e i suoi soldi sono stati legalizzati, fanno parte del sistema.. Di emergenza mafia si parla dalla fine dell’ottocento. Personalmente non ho alcun desiderio di obbedire alle leggi di uno stato che ha permesso alle mafie di governare metà del paese e di investire nell’altra metà. C’è un punto di non ritorno che è stato già abbondantemente superato e che fa suonare come una fanfara stonata questo richiamo alla legalità. Lo ha perfettamente capito Stefano Rodotà quando scrive che, “c’è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche”.
Che in questo paese il termine legalità non fa rima con verità, è un dato di fatto. Che la legalità repubblicana, e chi soprattutto l’ha rappresentata, ha permesso quello che è avvenuto, e avviene ancora, è un altro dato di fatto. Con buona probabilità se sapessimo tutta la verità sulle stragi del ’92-’93 l’intera impalcatura istituzionale cadrebbe. E la violenza della verità – per dirla con Rodotà – si abbatterebbe come uno tsunami sulle classi dirigenti degli ultimi 50 anni.
La verità su quelle stragi non colpirebbe l’organizzazione mafiosa, i cui vertici sono quasi tutti dietro le sbarre, ma il potere.
L’antimafia e il divisimo.
Questo paese quando si parla di mafia viaggia nel buio, non sa a quale santo votarsi. Intuisce certe complicità e si fida sempre meno. Il non trovare appigli ha fatto sì che alcuni scrittori e giornalisti – di eccellenti capacità – siano diventati delle icone antimafia. Saviano e altri come lui sono diventati eroi, miti dell’antimafia. Ma senza tirare in ballo Brecht e il paese ideale che non ha bisogno di eroi, bisognerebbe iniziare a dire che al di là dei grandi meriti di Saviano e di altri, è uno strano paese quello che per poter parlare di un problema collettivo non riesce che ad aggrapparsi ad uno scrittore, rendendolo un divo. Chi si dichiara sinceramente antimafioso non può non capire che se c’è eroe antimafia è quello che non abbandona il Sud, che non accetta il metodo mafioso della raccomandazione, che continua a fare il proprio dovere pagando prezzi altissimi senza avere ribalte. Fa tutto questo non per un’adesione astratta ad un – anch’esso – astratto desiderio di legalità: Ma per dignità.
Un magistrato serio che da vent’anni non fa un passo senza la scorta, che comprime la propria esistenza in modo così radicale, che affronta tutti i santi giorni “il mostro” si avvicina molto all’idea di eroe. Un imprenditore che denuncia, non tanto e solo il pizzo, ma il fatto che le banche finanziano il suo collega che fa affari sporchi e non la sua azienda “pulita”, è a suo modo un eroe. Lo sbirro che per 1400 euro al mese fa il suo lavoro. Gli esempi non mancano. Lo star business è in cerca di eroi per trasformarli in divi, con l’obiettivo di anestetizzare il giusto protagonismo radicale di chi nel suo mestiere ha lottato e denunciato. L’industria culturale è sempre alla ricerca di icone, di personaggi di talento da sfruttare a fini politici. Una raffinata operazione di marketing ha trasformato un bel libro come Gomorra in uno spot rassicurante. Chi sono i mafiosi più pericolosi? I casalesi! Perché? Perché spacciano droga, comprano intere aziende, uccidono e inquinano con i rifiuti tossici la terra! Insomma sono il prototipo dei brutti sporchi e cattivi. Rassicuranti, in fondo, nella loro mitizzazione come se fossero dei bubboni in un corpo sano. Il reportage di Saviano è rassicurante per questo: perché blinda una verità di fondo: che la vera mafia non è quella che spara ma quella che fa politica. E la camorra non fa politica, non fa saltare le autostrade, non uccide giudici e politici, non impone trattative, non ha la potenza dei segreti di stato che invece la mafia conserva nel proprio ventre. Gomorra, in questo paese senza memoria, senza dignità e verità, è un’occasione che la propaganda non poteva farsi scappare. Trasformandolo in verità storica e nello stesso tempo mitizzando il suo autore. Possiamo fare la faccia feroce con mille denuncie, indignarci con mille libri e articoli, trovare tutti i colpevoli materiali delle stragi. Ma nulla di tutto ciò potrà mai spiegare il perché di quello che è avvenuto se non rivolgiamo lo sguardo altrove. A coloro che questo inferno hanno permesso che si sviluppasse. Alle classi dirigenti di questo paese che hanno consentito di far diventare un Riina qualunque uno di cui bisogna aver paura. Più di un Ministro, più di un Presidente, più del Potere.
Un gioco diabolico di ombre. Un delitto perfetto che vede condannato il killer e non il mandante.
Borsellino, un infaticabile professionista di Salvatore Cusimano
Quell’estate il CSM doveva rispondere alle richieste poste dal capo dello stato, Francesco Cossiga, che aveva raccolto l’allarme lanciato da Paolo Borsellino, nel corso di un convegno ad Agrigento prima e in due interviste del 20 luglio 1988 a La Repubblica e a l’Unit‡. L’istruttoria del Csm si muoveva fra ambiguit‡ e vecchie ruggini anche personali. Borsellino e Falcone non erano amati neppure dai loro colleghi. La tentazione forte che attraversava una parte dell’Organo di autogoverno era di “rimettere in riga” i due magistrati siciliani e con loro tutti gli altri che li avevano seguiti nel modo innovativo e vincente di indagare sulle cosche.
Una fonte interna al sindacato dei giudici riuscÏ a fare uscire qualche indiscrezione sul vero intendimento della maggioranza dei consiglieri. Il clamore dei servizi sui tg nazionali della Rai (altra epoca va detto con altri capiredattori e direttori) e poi anche dei giornali riuscÏ a bloccare l’operazione e a riportare Borsellino e Falcone a Palermo, non solo senza provvedimenti punitivi ma con una sostanziale vittoria del “pool” che ebbe la possibilit‡ di riprendere il cammino interrotto.
Racconto questo episodio perchÈ Ë paradigmatico della tempra di Paolo Borsellino. Nel momento in cui il suo lavoro e quello degli altri giudici erano messi a rischio non esitÚ neppure per un istante ad uscire allo scoperto a fare da scudo ai suoi amici e colleghi. E non fu l’unica volta. Il “caso Palermo” ebbe dei bis e dei ter e una coda infinita di polemiche, contrasti, divisioni. Spie di una situazione d’isolamento che oggi alla luce delle indagini di Caltanissetta potrebbe essere riletto in maniera pi_ completa. E’ difficile ritenere che il Csm si muovesse autonomamente e non sotto l’imput di una parte della politica e di altre entit‡ interessate alla smobilitazione della punta pi_ avanzata delle indagini antimafia in Italia. Borsellino colse sempre il disegno che stava dietro i fatti. Espresse in innumerevoli occasioni e pubblicamente la sua convinzione che dietro la mafia si muovessero “responsabilit‡ altre”, le stesse “ menti raffinatissime” delle quali parlÚ Falcone dopo l’attentato sulla scogliera dell’Addaura.
Intrepido certamente, dotato di una straordinaria capacit‡ lavorativa, ma anche allegro e ironico. Maestro di tanti giudici novizi che seguiranno la sua strada, preferito fra i tanti non solo per la sua capacit‡ di insegnare il valore di un mestiere duro e difficile, costantemente osteggiato, senza mezzi e risorse,ma anche per le sue qualit‡ umane,per suo atteggiamento paterno nei confronti dei pi_ giovani. Con i cronisti poi era impagabile. Si rendeva sempre conto delle esigenze di tutti, aveva colto anche il ruolo che la comunicazione multimediale poteva svolgere per la crescita della coscienza civile, e nel rispetto del segreto istruttorio non esitava ad accettare interviste per spiegare contesti, rischi, complicit‡, per richiamare tutti ai valori della Costituzione e alla vigilanza. Con questo spirito affrontÚ anche i terribili giorni successivi alla strage di Capaci. Con una forza senza pari portÚ a compimento le sue delicatissime indagini, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, senza rinunciare anche in quelle ore a portare la sua testimonianza laddove era necessario per sollevare l’attenzione e la vigilanza e richiamare all’impegno e alla mobilitazione contro i nemici palesi e occulti della democrazia.
Paolo, un uomo generoso ed altruista di Antonio Ingroia (testo raccolto da Giuseppe Pipitone)
Tratto da L’isola, 30 luglio 2010

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