13 gennaio 2026 – La delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato al 22 e 23 marzo il referendum costituzionale è un atto “lesivo e illegittimo“, e perciò “meritevole di annullamento“. A poche ore dal blitz del governo sulla data del voto, i promotori della raccolta firme popolare contro la riforma Nordio hanno depositato ricorso urgente al Tar del Lazio, chiedendo la sospensione in via cautelare del provvedimento. Il governo, infatti, ha convocato le urne sfruttando la richiesta già depositata dai parlamentari e ammessa a novembre dalla Cassazione, senza aspettare i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, termine entro il quale anche cinquecentomila cittadini (o cinque Consigli regionali) possono agire in questo senso. Una scelta che contraddice l’interpretazione della Carta seguita per tutti e quattro i referendum costituzionali della storia repubblicana, inaugurata nel lontano 2001 dal governo Amato. A motivare il colpo di mano è stato soprattutto il timore del centrodestra di disperdere l’attuale vantaggio del Sì nei sondaggi: poiché il voto va fissato con un anticipo di almeno cinquanta giorni, aspettare il termine della raccolta avrebbe significato tenere il referendum non prima di metà aprile. Intanto, proprio grazie alla forzatura, la mobilitazione ha avuto un boom, raccogliendo quarantamila nuove firme in poche ore: le sottoscrizioni sono ormai oltre 390mila, pari al 77% dell’obiettivo da raggiungere entro il 30 gennaio (qui il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica).
Lunedì pomeriggio, subito dopo l’annuncio della data, i 15 giuristi promotori, capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi, avevano confermato di voler agire “in tutte le sedi giudiziarie” contro la scelta dell’esecutivo: il ricorso, predisposto nei giorni scorsi, è stato depositato già martedì mattina e compare nel registro generale al numero 374 del 2026, insieme all’istanza di fisssazione dell’udienza. Nell’atto, gli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria argomentano che i giuristi, nonostante l’ok alla richiesta dei parlamentari, “conservano interesse” a raccogliere le firme “per molteplici ragioni“. La prima attiene al testo del quesito: in quello dei parlamentari infatti “manca un passaggio essenziale, ossia l’indicazione degli articoli” della Costituzione modificati dalla riforma. Una mancanza che “non consente agli elettori di cogliere la profonda revisione” della Carta. Il quesito dei cittadini, che invece elenca le sette norme riscritte, “permette di ovviare” a questa “oggettiva evasività”. Ma non è tutto: una volta raccolte le cinquecentomila firme, i ricorrenti acquisiranno “lo status di comitato promotore, che, come noto, configura un potere dello Stato. Tale ruolo”, scrivono i legali, “è acquisito in via temporanea e a limitatissimi fini”, uno dei quali “è proprio la tutela del testo del quesito formulato”. Insomma, nella vicenda “non viene in rilievo unicamente il confronto tra i due quesiti proposti, ma anche la presenza sulla scena di un effettivo (contro)potere dello Stato costituito dai sottoscrittori”.
Al momento, però, il referendum ufficialmente non è ancora stato indetto: a farlo dovrà essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che firmerà l’apposito decreto forse già nelle prossime ore. Il rischio “tecnico” di impugnare la delibera del Consiglio dei ministri, quindi, è che il ricorso sia dichiarato inammissibile, in quanto diretto contro un atto non ancora produttivo di effetti. Dall’altra parte, però, un’azione contro il decreto del capo dello Stato avrebbe potuto essere letta come una contestazione a Mattarella: da qui la scelta di anticipare i tempi. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva, in teoria la consultazione non si potrebbe tenere fino a quando la questione non sia stata decisa nel merito: il referendum però dovrebbe restare congelato per mesi, e la via d’uscita più semplice a quel punto sarebbe la revoca in autotutela dell’atto. Se i promotori raccogliessero e depositassero il mezzo milione di firme, poi, assumerebbero la qualità di potere dello Stato e potrebbero sollevare conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale, che avrebbe i tempi tecnici per dirimere definitivamente la questione prima del voto.
Paolo Frosina e Wanda Marra (ilfattoquotidiano.it)

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