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Questo libro sarà vietato

Questo libro sarà vietato
di Gian Carlo Caselli
L’opera di ricerca, studio analisi e approfondimento sulla mafia siciliana (con annessi e connessi) che Saverio Lodato conduce da anni è instancabile. Un’opera che periodicamente Lodato raccoglie in una “summa” che non può mancare nella biblioteca di chi debba occuparsi – per mestiere, passione o curiosità – di crimine organizzato. Questa “summa” apparve per la prima volta nel 1990 con il titolo «Dieci anni di mafia» e si meritò allora un giudizio di eccellenza da parte di Giovanni Falcone, che scrisse di un «testimone attento e sensibile» capace sempre di «fedeltà documentale e lucidità di analisi». 

La “summa”, negli anni successivi, conobbe varie altre edizioni, ogni volta aggiornate e ampliate. Fino all’odierna edizione, del maggio 2008, che la Bur propone col titolo «Trent’anni di mafia – Storia di una guerra infinita» (Rizzoli, pag. 832, euro 12) e che arriva a comprendere l’arresto dei Lo Piccolo, l’operazione «Old bridge» fra Italia e Usa, il caso Cuffaro, la ribellione al pizzo e un ultimo paragrafo che sfora il tema specifico del volume, essendo dedicato alla “nuova autonomia in salsa siciliana” di cui è leader Raffaele Lombardo (restano fuori del libro, per limiti di tempo, le esternazioni dei potenti personaggi che vorrebbero contrabbandare gli stallieri come Mangano per degli eroi).
Anche le cronache più recenti del volume di Lodato dimostrano come l’apparato investigativo-giudiziario antimafia si sia stabilmente assestato su livelli di efficienza e continuità di grande rilievo quanto al contrasto dell’ala “militare” di Cosa nostra. Non altrettanta continuità, però, è dato di registrare sul versante delle cosiddette “relazioni esterne”, vale a dire le complicità, coperture e collusioni con pezzi del mondo legale (politica, affari, imprenditoria, istituzioni…) che rappresentano la spina dorsale, il nerbo del potere mafioso. Se tali coperture non sono aggredite con forza e appunto continuità, senza sconti o scaltrezze, Cosa nostra non è certo onnipotente, ma continuerà a trovare sostegni preziosi se non decisivi anche nei momenti più difficili. Se persiste il malvezzo di applaudire quando si arrestano capimafia e gregari, per gridare al teorema o al complotto quando si cerca di far luce più in profondità, allora avrà ancora una volta ragione chi sostiene che si possono anche arrestare boss su boss, ma l’alt ad andare oltre, in forma anche esplicita e non solo sottintesa, rimane: e pesa come un macigno.
Gli scritti di Lodato aiutano a capire questa verità di solito occultata. E allora si capisce anche (e di conseguenza ancor più lo si apprezza) come Lodato faccia parte di una “minoranza”. Quella “minoranza” di cui parla Salvatore Lupo («L’evoluzione di Cosa nostra: famiglia, territorio, mercati, alleanze», in Questione Giustizia, n. 3/2002), quando sostiene che non si può dire che i risultati nel contrasto alla mafia siano stati ottenuti dallo Stato, che anzi ha ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri. Quei risultati sono frutto di un gruppo composto di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e di uomini della politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori; che tuttavia – pur col suo peso ridotto – ha ottenuto quella che Lupo definisce «una grande vittoria», la dimostrazione che la mafia si può sconfiggere, almeno ciclicamente. Se la sconfitta non è stata definitiva, ciò è dipeso anche dal fatto che ad un certo punto l’isolamento – invece che verso Cosa nostra – si è indirizzato verso coloro che cercavano di contrastarla.
Questo isolamento della “minoranza” riguarda anche coloro che, operando nel campo dell’informazione, non accettano di affievolire l’attenzione verso la pericolosità di Cosa nostra fingendo di non vedere quel che hanno sotto gli occhi. Affievolimento non sgradito a molti giornalisti, che “volentieri” accettano di soffrire di un grave limite culturale: quello di percepire la mafia esclusivamente come problema di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità solo in situazioni di emergenza, quando cioè la mafia uccide, trascurando i rischi di conviverci quando attua strategie non sanguinarie. Così, coloro che – come Saverio Lodato – si ostinano a fare il loro mestiere con rigore e coerenza sembrano ridursi ad uno sparuto ed isolato gruppetto di “alieni”, spesso additati (anche da certi colleghi) come “marziani”. Soprattutto quando osano l’inosabile: cioè esplorare il lato più nascosto del potere mafioso, quello che si vorrebbe tenere fuori da ogni scena pubblica.
Fra i tanti buoni motivi che spingono a leggere il libro di Lodato vi è poi quello che potrebbe essere… l’ultimo. Nel senso che le cronache giudiziarie (e quindi anche i libri che le raccolgono) sembrano destinate – vuoi per le stravaganti ossessioni governative, vuoi per il compiaciuto assenso di parte della cosiddetta opposizione – a diventare merce rara in quanto proibita. Il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche appena varato dal Consiglio dei ministri, infatti, stabilisce che «è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto o nel contenuto, di atti di indagine preliminare, nonché di quanto acquisito al fascicolo del pubblico ministero o del difensore, anche se non sussiste più alcun segreto, fino a che non siano chiuse le indagini preliminari» (cfr. Il Sole 24 ore del 14 giugno, pg.35). Come a dire che delle inchieste in corso non si potrà più scrivere nulla, se non il nome dell’indagato, ma guai a precisare per quale reato si procede e qualunque altra circostanza utile a conoscere e controllare il lavoro dei magistrati. Tempi duri per tutti i cronisti, non solo per la “minoranza” dei Lodato. Ma ancor più duri per chi crede che la Costituzione non sia un pezzo di carta che si possa stiracchiare a seconda degli interessi della maggioranza politica del momento.
 
In Unità, 21 giugno 2008

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