di Pippo Giordano – 3 maggio 2017Cinque lustri, eppur sembra ieri. Leggo che fervono preparativi sul tutto il territorio nazionale per ricordare un Galantuomo siciliano. Non un uomo, ma l’Uomo – magistrato – Giovanni Falcone. A me non piace etichettare gli uomini defunti sulla base della loro storia, perciò il mio ricordo amorevole non va solo al dottor Falcone, ma a sua moglie – pure lei magistrato – Francesca Morvillo e ai miei colleghi della Polizia di Stato, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, periti nella strage di Capaci. Parimenti, mando un abbraccio affettuoso seppur virtuale a Giuseppe Costanza, Paolo Capuzzo, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, tutti sopravvissuti all’attentato.
Conobbi il dottor Falcone nei primi anni ottanta, quando ero in servizio alla Squadra mobile di Palermo ed egli giungeva nel Commissariato di PS a Mondello, per interrogare il collaboratore di giustizia Totuccio Contorno, in quel luogo custodito: interrogatori poi proseguiti per motivi di sicurezza, nei locali della Squadra mobile, ove fu allestita una stanza per ospitare il Contorno. Poi, quando si pentì Stefano Calzetta, assistetti, insieme a Ninni Cassarà, agli interrogatori che lo stesso Falcone conduceva.
Voglio ricordare un aneddoto che ancora oggi mi rallegra ricordando quella mattinata. Una domenica mattina, il dottor Falcone, Cassarà ed io, ci recammo nella caserma della Polizia di Stato Pietro Lungaro di Palermo, dove tenevamo nascosto il Calzetta. Quel giorno, come solito, Cassarà portò a Calzetta un vassoio di cannoli siciliani. Iniziammo l’interrogatorio e poiché io ero lentissimo a scrivere, ad un certo punto Falcone disse a Cassarà: “Ninni prendi il telefono e chiama i pompieri, perché tra poco la macchina da scrivere andrà a fuoco, Pippo la sta surriscaldando”. Una risata collettiva ci fece fare una breve sosta.
Nei primi mesi del ’92, fui convocato a Roma per far parte della costituenda DIA, accettai. Ma il trasferimento arrivò dopo la sua morte. E tutti noi della DIA ci impegnammo nelle indagini per scoprire gli autori della strage. E quando il direttore, Gianni De Gennaro, mi consegnò il riconoscimento “All’Isp. Giuseppe Giordano, per il particolare contributo offerto nell’individuazione degli autori della strage di Capaci. Roma 21.12.1993”, lo dedicai sia alle vittime che ai sopravvissuti.
Ordunque, cinque lustri sono trascorsi quando la terrà tremò a Capaci e il cielo si oscurò per l’inaudita violenza degli uomini. Persino gli uccelli smisero di cinguettare. Totò Riina e suoi uomini, tentarono di spegnere la luce su Palermo. Volevano seppellire la Giustizia e di oscurare i nostri cuori. Ma sbagliarono, eccome se sbagliarono. Le anime oneste dei palermitani, dei siciliani e degli italiani, si ribellarono. Oggi quella luce è viva più che mai ed è il faro che illumina il cammino dei cittadini onesti. Noi tutti siamo consapevoli che il sacrificio dei martiri di Capaci, ha reso i nostri passi, più sicuri. Un paio di giorni fa, nel ricordare la strage di Capaci, un amico mi ha chiesto: “Perché oggi è il 23 maggio?” Ho risposto: “Nel mio calendario, si! Ogni giorno è il 23 maggio”.
Eternamente grato.
Pippo Giordano (www.inuovivespri.it)

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