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Quei due ufficiali e la scomparsa dell’agenda rossa

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – L’uomo in divisa è l’allora tenente colonnello Emilio Borghini, all’epoca comandante del gruppo carabinieri di Palermo, prossimamente chiamato a deporre nel processo ai tre poliziotti per il depistaggio di via D’Amelio: nelle immagini di quel 19 luglio 1992 lo si vede lasciare l’auto di servizio in via Autonomia Siciliana per dirigersi a piedi, tra idranti, fumo e macerie, verso la Croma blindata di Paolo Borsellino, saltato in aria da pochi minuti con i cinque agenti di scorta.

Sono le 17.28. L’ora, calcolata misurando l’ombra del sole sul muro del palazzo di via D’Amelio, non lascia spazio a dubbi: è quella del prelievo (il primo) della borsa del magistrato con dentro l’agenda rossa. Tre minuti dopo, alle 17.31, si vede l’allora capitano Giovanni Arcangioli allontanarsi dal luogo dell’esplosione, con la borsa del giudice assassinato in mano, e dirigersi verso via Autonomia Siciliana.

A 26 anni dalla strage, ecco le immagini inedite che, incrociate a vecchie testimonianze, gettano nuova luce sulla scena della sparizione della “scatola nera della Seconda Repubblica’’, com’è stata definita l’agenda rossa di Paolo Borsellino, custode dei segreti, degli incontri e delle riflessioni del giudice ucciso. Gli ultimi 56 giorni della sua vita sono anche gli ultimi giorni della Prima Repubblica, cancellata dalle stragi del ’92 e del ’93. Ed è stato un attivista delle Agende Rosse, Angelo Garavaglia Fragetta, a esaminare decine di ore di filmati dell’inferno di via D’Amelio, a controllare personalmente per anni quell’ombra sul muro per fissare con certezza i tempi delle misteriose manovre attorno alla borsa del magistrato, e a montare il video, proiettato in aula durante il Borsellino quater (e poi anche alla Camera, presente il presidente della commissione Giustizia, Giulia Sarti), che mostra anche altri potenziali testimoni dei movimenti di quella valigetta in pelle: uno è il giudice Nicola Mazzamuto, mai interrogato, filmato a pochi metri di distanza, e l’altro è l’ex pm Giuseppe Ayala, che del prelievo della valigetta in pelle dall’auto carbonizzata di Borsellino ha fornito diverse ricostruzioni contrastanti.

Da qualche giorno sul web (www.antimafiaduemila.com e www.19luglio1992.com) con un appello rivolto “a chiunque abbia foto o materiale video di quel giorno”, affinché li metta a disposizione dell’autorità giudiziaria, il video testimonia passione civile in memoria del giudice ucciso e competenza tecnica, con qualche ingenuità visto che ipotizza un terzo prelievo della borsa, oltre ai due già accertati processualmente, e chiama in causa il generale Mario Mori. Nel filmato, infatti, si cita un’intercettazione di Calciopoli in cui Luciano Moggi legge una lettera del suo consulente Nicola Penta che indica Arcangioli come un ufficiale molto legato a Mori, intercettazione però smentita dal pm napoletano Pino Narducci, che fu titolare di quell’inchiesta.

Al netto delle due ingenuità, il video alimenta tutti gli interrogativi sul ruolo degli apparati presenti quel pomeriggio in via D’Amelio, che i testi non hanno finora fugato. Se, infatti, Ayala ha sempre ripetuto di aver avuto in mano la borsa e di averla consegnata “a un ufficiale dei carabinieri in divisa” di cui non conosceva il nome’, nel suo interrogatorio, l’8 febbraio 2006, Arcangioli (indagato e prosciolto dall’accusa del furto dell’agenda) dice di non ricordare se “al momento del prelievo della borsa dall’auto del dottor Borsellino” ci fosse accanto a lui anche “un collega ufficiale dei carabinieri in divisa”. E aggiunge che, mentre si trovava in via Autonomia Siciliana, l’allora colonnello dei carabinieri Marco Minicucci gli comunicò “che erano state date disposizioni affinché alle attività investigative della strage procedesse il Ros”. E a chiusura del verbale, Arcangioli precisa che “se uno dei colleghi del Ros o di altro reparto” gli avesse chiesto “di visionare il contenuto della borsa” non avrebbe avuto motivo “di rigettare tale richiesta”.

Ma il Ros dei carabinieri non è mai stato titolare delle indagini su via D’Amelio. E Minicucci, sentito a sua volta dai pm, ha dichiarato coerentemente che “l’attività tecnica sul luogo fu lasciata nelle competenze della Polizia di Stato, in segno di rispetto per le perdite subite”. Il contrario cioè di quanto affermato da Arcangioli. Perché l’allora capitano davanti ai pm tira in ballo, a sorpresa, il gruppo investigativo all’epoca guidato operativamente da Mario Mori? Ed è l’ultimo interrogativo che si aggiunge ai misteri dell’agenda rossa sparita nel nulla con i segreti più inconfessabili della Seconda Repubblica al quale Borghini, citato dall’avvocato Fabio Repici a deporre nel processo ai tre poliziotti accusati di calunnia, è chiamato a fornire un contributo di memoria.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Tratto da: Il Fatto Quotidiano)

 

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