Il guerriero gentiluomo lasciò una sua “ultima lettera”. Come le lettere dei condannati a morte della resistenza, il testamento morale di Adolfo andrebbe fatto leggere ai ragazzi di tutte le scuole superiori. Che almeno possano capire quale sia stato il fallimento etico della società in quell’oscuro spicchio di territorio italiano chiamato Terme Vigliatore, provincia di Messina, anzi, più realisticamente, di Barcellona Pozzo di Gotto. Che almeno possano capire come sia stato possibile che una persona perbene, un marito adorabile, un padre adorato, un figlio o un fratello di cui andare orgogliosi, per vincere l’ultima sua battaglia civile abbia dovuto scegliere la morte.
Su questo punto il mio cervello va in panne. Quattro anni dopo, mi ci arrovello invano come il giorno dopo.
Eppure razionalmente, come ha scritto anche Alfio Caruso con il suo “Io che da morto vi parlo”, bisognerebbe convincersi che Adolfo infine le sue battaglie le ha vinte tutte. Di che bassa lega fossero gli amministratori comunali coi quali si era scontrato ormai è opinione diffusa. Per non parlare di certi “compagni”, moralmente zavorrati dal buio dell’anima, che dopo la sua morte sono riusciti a odiare Adolfo ancora di più che da vivo, quotidianamente schiaffeggiati dal confronto con la figura nobile di Parmaliana, e che continuano a rivoltarsi nel loro livore. I protagonisti di quella “giustizia messinese/barcellonese”, locuzione che da sé sola vale più di un marchio di fabbrica, sono quasi relitti di un passato lontano: quel giovane sostituto, che nominarlo è perfino troppo, pochi mesi dopo si allontanò con ignominia; quell’altro P.m., Olindo Canali, poco dopo dovette fuggire a Milano al fine di scansare un trasferimento coatto, per poi ricevere pure una condanna per falsa testimonianza dal Tribunale di Reggio Calabria; e poi il più potente di tutti, il Procuratore generale Antonio Franco Cassata – i cui sonni probabilmente Adolfo disturba frequentemente, quasi quell’anziano magistrato fosse una riedizione di uno Scrooge dickensiano – che si trova imputato di diffamazione pluriaggravata ai danni della memoria del prof. Parmaliana commessa con un vomitevole dossier anonimo, e forse per Cassata quel processo non è nemmeno l’unico e più grave dei problemi al termine (ormai incipiente) della sua carriera.
Con la sua morte, dunque, Adolfo ha ribaltato davvero tutti gli equilibri che si erano saldati per metterlo a tacere e davvero ha, infine, vinto le sue battaglie.
Ma, nonostante questo, Adolfo oggi non c’è più in carne e ossa; da quattro anni manca alla sua dolce moglie Cettina, ai suoi due splendidi figli Gilda e Basilio, ai suoi genitori, ai suoi fratelli, a parenti e amici, all’università di Messina, alla comunità scientifica nazionale e internazionale, alla società intera. Lo dicevo prima, su questo il mio cervello va in panne e non trova risposte adeguate alla domanda che forse è normale, quasi banale, farsi ma che, se si vuole avere rispetto per Adolfo, è da ricacciare fra i pensieri sbagliati. L’ha fatto, punto e basta. E ci ha lasciati ricchi del suo insegnamento e del suo esempio: “i Tuoi pensieri, le Tue idee, il Tuo coraggio, le Tue battaglie e le Tue azioni serviranno a cambiare il mondo”. L’intera nazione gli dovrebbe portare sempiterna gratitudine.
Fabio Repici (2 ottobre 2012)

Be First to Comment