Il
22 agosto di quattro anni fa, a
Palermo, nel quartiere di
Sferracavallo, un uomo in motocicletta uccide a colpi di rivoltella
Giuseppe D’Angelo. Sessantatre anni, pensionato, ex titolare di un bar, incensurato, l’uomo non aveva mai avuto a che fare con Cosa Nostra, eppure il suo corpo, al calar del sole di quel
22 agosto del 2006, giaceva a terra, martoriato dal piombo, senza vita. L’omicidio di quell’uomo, sconosciuto alla polizia, assassinato con tanta ferocia nel territorio del boss
Salvatore Lo Piccolo, fece subito pensare ad un regolamento di conti o ad un segnale preciso che gli avversari interni a Cosa nostra avevano voluto mandare al boss padrone di casa. Niente di tutto ciò. Giuseppe D’Angelo fu ucciso per la sua impressionante somiglianza con il capomafia
Bartolomeo Spatola, circostanza della quale i suoi aggressori si accorsero solo a cose già fatte.Lo scorso marzo, intanto, il gup
Giangaspare Camerini ha condannato all’ergastolo, per l’omicidio D’Angelo,
Gaspare Di Maggio e a dieci anni e sei mesi i pentiti
Francesco Briguglio e
Gaspare Pulizzi. I presunti mandanti del delitto, Salvatore e
Sandro Lo Piccolo, saranno invece giudicati in un altro procedimento. I famigliari della vittima si sono costituiti parte civile e hanno ottenuto una provvisionale immediatamente esecutiva. Il corpo di un sessantenne abbandonato morto sul ciglio di una strada è solo un’altra emblematica immagine di ciò che realmente è la mafia: un cancro che può colpire inevitabilmente chiunque, sia esso amico, nemico o
innocente.
Serena Verrecchia
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