Il presidente americano Barack Obama, presentando qualche mese fa la “Strategy to Combat Transnational Organized Crime”, ha dichiarato che «la camorra è una delle quattro organizzazioni criminali più pericolose per l’interesse nazionale degli Stati Uniti». In Italia, il deputato Nicola Cosentino, già sottosegretario al Ministero dell’Economia, raggiunto da più mandati di cattura dalla magistratura che lo ritiene il massimo referente istituzionale dei “Casalesi”, il più potente e pericoloso clan camorristico, è stato salvato in Parlamento dalla maggioranza sulla quale si basava l’ultimo Governo Berlusconi. Mi auguro che si sia parlato anche di questo nel convegno “Mafia in Veneto” organizzato dalla Lega e dal Comune di Treviso e che il magistrato presente al tavolo abbia contribuito a far capire la gravità di questa situazione. Altra vicenda dolorosa da approfondire: il gruppo Crisci, legato ai “Casalesi”, con la società “Aspide”, a Padova e dintorni, ha coinvolto un centinaio di imprenditori veneti, ma al processo solo 8 di questi si sono costituiti parte civile. Particolare ancor più raccapricciante: l’inchiesta era partita dalla denuncia di un solo imprenditore, per giunta originario della Campania. E gli altri?
Un metodo identico a quello messo in atto dal gruppo Crisci, nei primi anni Novanta, era stato sperimentato in Veneto dai fratelli Saccà, legati a Cosa Nostra, che avevano però alle spalle i capiclan della camorra Nuvoletta, Bardellino e Zaza, a loro volta affiliati anche a Cosa Nostra. La relativa inchiesta accertò che l’organizzazione, che si avvaleva della collaborazione di liberi professionisti, aveva truffato – anche là con minacce e violenza – operatori economici in ben 30 province di 11 regioni. Uno dei Saccà aveva avuto contatti con Licio Gelli e qualche altro era stato implicato nella vicenda dell’Autoparco milanese di Via Salomone, dove emersero legami con massoni più o meno… “deviati”.
Lo stesso metodo fu imitato in Veneto e altre regioni dieci anni dopo da insospettati imprenditori e liberi professionisti, anche veneti, già coinvolti nello “Scandalo Eurobic”, come risulta dall’operazione “Total Look” della Guardia di Finanza.
Inoltre, una società che operava nell’orbita dei Nuvoletta – con amministratori poi arrestati nel Bassanese per associazione di tipo mafioso – già nella seconda metà degli anni Ottanta aveva ottenuto appalti per lavori di pulizia nei palazzi che ospitano la Giunta Regionale e il Consiglio Regionale del Veneto oltre che nell’azienda di trasporti pubblici di Padova e nel compartimento ferroviario di Venezia.
Nel 1993 la Commissione parlamentare antimafia venne in missione a Venezia per fotografare la situazione. Nella relazione conclusiva si legge: bisogna che nel Centronord «si diffonda la convinzione del carattere nazionale del fenomeno, della sua varietà di forme e di comportamenti, della sua capacità di adattamento agli ambienti, della sua aspirazione a costruire una vera e propria economia criminale, alternativa rispetto a quella che si fonda sulla libera concorrenza e sul libero mercato. Ma occorre, per questo, una collaborazione attiva ed un impegno proficuo da parte degli enti locali, delle forze economiche e sociali, della società civile, del mondo politico».
«Bisogna sconfiggere, nel Centronord, l’idea che prospettare i pericoli della mafia produca effetti negativi sul buon nome di una città o di una regione. Bisogna rimuovere antichi pregiudizi, preconcetti, illusioni e perfino atteggiamenti che talora nascondono altri obiettivi».
Ebbene, se da un canto qualche anno fa queste raccomandazioni sono state calpestate dal Prefetto di Milano, “dipendente” di Maroni, con la sua concezione negazionista del fenomeno in città e in Lombardia, dall’altro sono state ignorate da quasi tutti i Comuni veneti con Giunta formata totalmente o parzialmente da assessori della Lega.
In 20 anni c’è stato solo qualche incontro pubblico per informare e prevenire, mentre ora con frequenti dichiarazioni e con il convegno del 25 si assiste ad atteggiamenti da pompieri.
Altro punto imbarazzante. Roberto Maroni, da ministro dell’Interno propose al Consiglio dei Ministri, carte alla mano preparate dal Prefetto di Latina, lo scioglimento del Comune di Fondi. E’ vero che tre ministri misero il bastone tra le ruote a Maroni e al Consiglio con la scusa che era opportuno chiedere al Prefetto un approfondimento? E’ vero che uno dei tre ministri era il veneto Renato Brunetta?
Maroni illustrerà sicuramente i dati relativi alle retate che sono state attuate in tutto il Paese nel periodo in cui è stato al Viminale. Consuntivo sicuramente eloquente ma quanta parte di merito spetta alla Magistratura e alla Polizia Giudiziaria che hanno predisposto, organizzato e realizzato le operazioni e quanta parte al ministro dell’Interno?
Infine, un invito al vice sindaco Gentilini ad essere coerente con la sua qualifica di “sceriffo” : perché non chiede ai politici presenti al convegno di farsi promotori in Parlamento dell’autorizzazione all’arresto di Cosentino, referente dei “Casalesi” collegati al gruppo Crisci che tanti danni ha fatto anche in Veneto?
ENZO GUIDOTTO (La Tribuna di Treviso – 26 ottobre 2012)
Consulente della “Commissione parlamentare antimafia” nelle sue passate legislature

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