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Le reazioni dei familiari delle vittime di Mafia e di Via dei Georgofili al “tentato suicidio” di Provenzano

Ass. Georgofili: non crediamo al tentato suicidio di Provenzano

Non crediamo affatto che Bernardo Provenzano, colui che diede l’ordine di uccidere i nostri parenti in continente, abbia tentato il suicidio perché detenuto in un regime carcerario disumano.
Di disumano nel 41 bis non vi è nulla, l’isolamento è il minimo che Bernardo Provenzano dovesse aspettarsi quando lo hanno arrestato; di ordini di morte, non può negarlo, ne aveva dati anche troppi.
Il fatto è che il boss, mentre dava ordini di morte e gestiva affari miliardari insieme a tutta l’economia italiana, non pensava davvero che prima o poi lo avrebbero messo in galera.
Provenzano si è messo un sacchetto in testa per fare un atto eclatante, infatti non è morto per fortuna.
In questi ultimi tempi troppi i tentativi per Bernardo Provenzano, di farlo uscire da 41 bis per dare così la stura all’atto finale dell’abolizione di questo regime inviso alla mafia, ma tanto necessario per macellai e affaristi come sono i boss di “cosa nostra”.
Una domanda però corre l’obbligo di porla: come mai Provenzano, a regime di 41 bis, aveva un sacchetto di plastica fra i suoi effetti personali?
Prima carceri dove danno da mangiare le fave a chi soffre di favismo, così poi i giudici per garantire la salute a un “illustre” detenuto lo hanno dovuto collocare ai domiciliari, ora sacchetti di plastica in possesso di chi è il “padrino della sceneggiata” e vuole abolire il 41 bis per tutti i suoi picciotti.

Davvero qualcosa non va nelle carceri e da tanto tempo, infatti si iniziò anni fa con la “crostatina” nel giorno del compleanno di Provenzano, ora siamo ai sacchetti “strappalacrime”.
Sperando di non vedere un’altra volta i figli di Provenzano con i microfoni in mano ad amplificare l’effetto “sacchetto”, diamo un consiglio: giratevi tutti per un attimo dalla parte di Caterina, Nadia, Dario, Angela e Fabrizio, morti a Firenze il 27 Maggio 1993 per ordine di Provenzano e auguriamoci tutti che, se davvero si è messo un sacchetto in testa, Provenzano lo abbia fatto perché la morte di bambini e ragazzi comincia a pesargli sulla sua lurida coscienza, e cominci a parlare.
Non è suicidandosi che si risolvono i problemi ma affrontandoli, come abbiamo fatto noi.
Volete che vi dica quanti di noi hanno pensato di buttarsi in Arno dopo la strage di via dei Georgofili?
Quasi tutti, e per alcuni il pericolo esiste ancora, eppure i GOM che si precipitano non li vediamo mai, quindi tutto sommato Provenzano stà meglio di noi.

 

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

 

Provenzano: pietà, non pietas

 
 
Non era che un vigliacco e quella era la maggior sfortuna che un uomo potesse avere” scriveva Ernest Hemingway in Per chi suona la campana. No, certo non si riferiva a Bernardo Provenzano, tantomeno al suo compare intellettuale, Totò Riina. Dopo la diffusione della notizia del fantomatico suicidio tentato da Binnu con un patetico sacchetto di plastica, è un fiorire di analisi sulle motivazioni che hanno spinto colui che sparava alle spalle delle sue vittime (ricordi ancora Giovanni Domè?) a cercare di darsi la morte.

Su queste ultime non c’è molto da scoprire: i due periti nominati poco tempo fa dalla Corte d’Assise di Palermo hanno scritto nella loro relazione che Bernardo Provenzano non era depresso e che stava bene dove stava. Una perizia che ha messo, almeno per qualche anno, la parola fine al miraggio di una vita lontano dalle sbarre e più vicina ad un istituto sanitario, se non, addirittura, ai dorati arresti domiciliari, così come ha ottenuto qualche anno fa Bruno Infedele Contrada. Quanto accaduto due notti fa è stata semplicemente una pagliacciata, pure mal riuscita vista la poca dimestichezza del nostro con la recitazione, per cercare di attirare le attenzioni dell’opinione pubblica e magari dei sempre disponibili Radicali. Il finto gesto estremo fa il paio con quell’indegna intervista di Provenzano Jr. a Servizio Pubblico in cui il giovane Angelo discettava di diritti, di Costituzione e di dignità; lui, il figlio dello squartatore, che rivendicava il rispetto dei diritti del padre: pornografia pura. Altro che messaggi subliminali, altro che minacce: se un’intervista e una messinscena sono le uniche armi in mano al boss vuol dire che Binnu è oramai isolato da tutti e temuto da pochi. O sbaglio, Binnu?

La seconda discussione che sta facendo scervellare gli addetti ai lavori, invece, è sull’onore. Come può un boss di quel calibro tentare il suicidio o comunque mettere in scena una recita da quinta elementare? Il boss che non parla, il boss che muore in galera, il boss che non tradisce, il boss che porta nella tomba i suoi segreti e il suo onore intaccabile. “Ma quando mai?!” dicono a Palermo. Basta spostare lo sguardo sul suo compare Totò! Egli, la belva, il capo dei capi, lo sterminatore, nell’aprile del 2010, durante un colloquio con il cappellano del carcere di Opera dov’era e dov’è tutt’ora rinchiuso, avrebbe chiesto al sacerdote di intercedere presso l’ex arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’appoggio a un provvedimento di clemenza. Da belva a chierichetto. 

Quale stoicismo, quale eroismo, ma soprattutto, quale onore? Gli anni passano, la spavalderia invecchia e la voglia di sfidare il mondo ha bisogno del catetere. Nessuno dei due corleonesi vuole finire i propri giorni in carcere; forse hanno semplicemente paura di morire, paura di rimanere da soli quando sarà il momento di lasciare questo mondo dal quale saranno sempre ricordati come Hitler in Germania.

Ora che è finita la recita dei duri e puri, ora che avete umana paura e cristiano timor di Dio e del suo giudizio, fatevi davvero una grazia, rendetevi utili alla giustizia e restituite un po’ d’onore alle vostre famiglie. Altrimenti continuate il vostro solitario e non disturbate. Grazie.

da: BennyCalasanzio.com

 

SONIA ALFANO, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA EUROPEA: “IL TENTATO SUICIDIO DI PROVENZANO E’ SOLO UNA MESSINSCENA”

PALERMO, 11 MAG – “Chiunque abbia un minimo di buon senso avrà capito che il tentativo di suicidio da parte di Bernardo Provenzano nella sua cella del carcere di Parma è una messinscena”. Lo ha dichiarato l’on. Sonia Alfano, Presidente della Commissione Antimafia Europea.

“Del resto, quando nel 2010 sono andata a incontrarlo in carcere, fu lui stesso a dirmi che non aveva bisogno di nulla. Qualsiasi gesto mirato a mandare un messaggio o ad ottenere qualche beneficio, è condannabile. Il posto di Bernardo Provenzano deve essere il carcere. E se ha problemi di salute, riceverà le dovute cure. Ma deve restare in galera”.

 

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