L’intervista del signor Angelo Provenzano, figlio di “Binnu u tratturi”, ossia Bernardo Provenzano, trasmessa in Servizio Pubblico, ci ha fatto conoscere un uomo che vuole proporsi come l’unico detentore di quei valori insiti in ogni persona perbene. In realtà, la figura che è emersa, è quella di un uomo che dice e non dice e che incarna la mentalità degli uomini d’onore, tant’è che si è ben guardato di pronunciare la parola mafia. Ho colto nei suoi silenzi, piuttosto che dalle sue parole, il retaggio del mondo mafioso, che verosimilmente ha forgiato la sua vita e che credo sarà difficile che possa scrollarsi d’addosso. L’intervista, poteva essere l’occasione per abiurare quel mondo conosciuto da piccolo e purtroppo non l’ha fatto. E’ emerso con prepotenza, che il signor Provenzano, vorrebbe dare lezione di civiltà, quando sa bene che nella sua crescita adolescenziale, la civiltà era una parola sconosciuta: certamente non per sua colpa. Quindi, ci risparmi almeno di illuminare i suoi pensieri con “silenzi” studiati.
A questo punto giova rimarcare che il giovane figlio di Binnu u tratturi che perora la causa paterna, è un fatto che merita rispetto sotto il profilo dell’amore verso il padre, ma che egli, a parer mio, affermi che “violenza genera violenza” non è accettabile.
Io non appartengo a quella schiera di persone che ritiene necessaria la sofferenza come l’unico mezzo di espiazione delle pene. Assolutamente no! Se per salvare la vita a Bernardo Provenzano, come del resto di ogni altro detenuto, sia necessario sottoporlo a cure appropriate e giusto che gli si diano. E, se le strutture carcerarie non sono adeguate per somministrare la cura, allora occorre farle in strutture esterne la luogo di detenzione e comunque sempre in regime di 41/bis.
Non sono un cultore del bigottismo infarcito di perdono cristiano, piuttosto sono stato testimone di inaudita violenza, che guarda caso è stata posta essere proprio dal padre, di chi oggi, pretende di darci lezione di morale. e quindi non perdono affatto, nemmeno innanzi ad una assunzione di responsabilità.
E mi riesce davvero difficile comprendere come il rampollo di Provenzano si sia guardato bene di condannare la mafia e nello stesso tempo far riferimenti a responsabilità dello Stato, tirando fuori la storia di Portella della Ginestra. Se ha voluto mandare un messaggio, sia più chiaro e se sa qualcosa, parli! O parimenti, convinca suo padre ad iscrivere la verità su mezzo secolo di Cosa nostra.
E quindi egregio signor Provenzano è perfettamente inutile che lei lanci “messaggi” sul rapporto di suo padre con gli uomini delle Istituzioni, insinuando che suo padre è diventato quel che è a causa proprio di siffatti rapporti. E quando incassava i proventi del traffico internazionale di eroina, segnatamente quello diretto negli USA, o per citare un altro business degli appalti del sacco di Palermo di Ciancimino, cosa c’entravano le Istituzioni? Suo padre è mafioso, punto!
Poi, nell’intervista afferma che se suo padre non avesse fatto 43 anni di latitanza, forse avrebbe qualche ergastolo in meno, facendo intendere che qualcuno gli sia stato appioppato ingiustamente. E no! Se suo padre si fosse costituito, di certo avrebbe salvato decine e decine di persone, morte a causa di violenza che lei signor Provenzano, si ostina a non ammettere l’origine mafiosa. Questa, che a lei piaccia o no, è la realtà signor Angelo Provenzano!
Rispettare le Leggi dello Stato non si è costretti, come afferma il signor Provenzano, ma è un dovere civico, al quale tutti i cittadini devono fare riferimento. Ed infine il concetto che “violenza genera violenza” è un pensiero che non accetto e credo che sia condiviso dalla maggior parte del Popolo italiano.
Nella prossima intervista, inizi pronunciando la parola mafia condannandola senza se e senza ma, e forse apparirà più credibile.
Pippo Giordano

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