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Processo per il depistaggio Borsellino, i “non ricordo” di Zerilli

22 Dicembre 2018

di Aaron Pettinari – “I Servizi di sicurezza del tempo avevano una mano libera che non avrebbero dovuto avere… Il Sisde era un pezzo di Stato estremamente pericoloso“. “C’era un Pezzo dello Stato con ramificazioni nella Corte di Cassazione, nei Servizi di sicurezza, nelle Procure, nell’imprenditoria, che operava contro altri organi dello Stato. Questa era la partita che c’era allora“. Sono questi alcuni dei pensieri che il sociologo Pino Arlacchi, consulente della Dia all’epoca delle stragi del ’92 e del’93, ha espresso ieri durante il processo che si sta tenendo a Caltanissetta contro i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sull’attentato di via d’Amelio, che devono rispondere all’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto Gabriele Paci, Arlacchi ha ricordato le ostilità nei confronti della Dia (“struttura che nasceva con la singola funzione di polizia giudiziaria sotto la guida della Procura che di fatto concentrava in sé anche altre strutture“) ma anche il dato che al tempo vi fossero magistrati che “non giocavano secondo le regole avvalendosi dell’aiuto di agenti del Sisde che erano un pezzo di Stato estremamente pericoloso. E alcuni giocavano con il fuoco“.
Il sociologo non ha fatto nomi specifici ma ha ricordato che nei confronti del Procuratore capo di Caltanissetta Tinebra vi era “una certa diffidenza, più per la sua presunta appartenenza massonica” mentre per quanto riguarda il ruolo dell’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada ha aggiunto: “Con Falcone e Borsellino sapevamo che una parte del Sisde era alleata con pesi di Stato, strutture internazionali e anche il Sismi del tempo che in qualche maniera ci remava contro. Noi sapevamo bene il ruolo di Contrada in tutto questo che era di congiunzione tra la mafia siciliana e la parte peggiore dello Stato. E c’erano gli elementi che dimostravano questo“. Tra gli episodi citati anche il momento dell’attentato fallito all’Addaura contro Giovanni Falcone. “Falcone mi disse con una battuta che la prima persona a chiamarlo era stato il presidente del consiglio Giulio Andreotti e che gli era sceso un brivido lungo la schiena. Spesso si dice che chi è in prima fila ai funerali è l’assassino e così c’era stato questo episodio. Sul piano tecnico era convinto che un ruolo lo ebbero quei settori del Sisde che facevano capo a Bruno Contrada“.
Il sociologo ha anche ricordato che quando l’ex numero tre dei Servizi fu arrestato, nel dicembre 1992, anche Parisi si oppose con forza dicendo che “c’erano dei limiti che non si potevano superare“.
Nel corso della sua deposizione Arlacchi ha anche ricordato il documento redatto dalla Dia dopo le stragi del 1993, in cui si evidenziava proprio la matrice mafiosa di quegli attentati, ma ha anche sminuito quanto disse in un’intervista in cui parlava di “svariate trattative” tra centri marginali dello Stato e gli appartenenti di Cosa nostra. “E’ frutto di un malinteso – ha detto – perché io intendevo che se per trattativa si intende il rapporto confidenziale tipico tra ufficiali di polizia e mafiosi, allora questo trattative c’erano sempre state. Il riferimento in quel caso riguardava i rapporti tra Mori e Vito Ciancimino. Noi sorridevamo a quel discorso che ritenevamo senza senso. Mori agiva in maniera autonoma ed antiquata perché al tempo c’erano i pentiti e non servivano i confidenti. Mentre Ciancimino millantava una rappresentanza in Cosa nostra che non aveva. Quando appresi di quel dialogo Ros-Ciancimino? Lo sapevamo già nel 1992 ma non ricordo la fonte precisa“. Il ricordo di Arlacchi, per quanto riguarda queste ultime dichiarazioni, è assolutamente distonico rispetto quanto riferito da altri ufficiali dei carabinieri e del Capo della Dia De Gennaro che al processo trattativa, ad esempio, ha detto di non aver mai saputo di quell’iniziativa. Infine il sociologo ha anche riferito di aver saputo da De Gennaro, prima delle elezioni del 1994, “che c’erano indagini su rapporti tra Cosa nostra siciliana ed ambienti politici ed economici dell’Italia del Nord. Rapporti che erano mediati da Marcello Dell’Utri e che questi aveva un legame con Berlusconi. Mi disse che queste indagini erano suscettibili di aver grande impatto politico“.

I “non ricordo” di Zerilli
Prima di Arlacchi a salire sul pretorio era stato Maurizio Zerilli, uno degli appartenenti al gruppo Falcone-Borsellino che partecipò ai primi atti di indagine. Numerosissimi i “non ricordo” detti durante l’esame. Zerilli ha ricordato che su Salvatore Candura, che fu arrestato per un episodio di violenza carnale, c’erano forti sospetti riguardo una sua partecipazione del delitto: “C’erano le intercettazioni di Pietrina Valenti ma anche quell’informativa dei Carabinieri dove, senza alcun motivo, durante un posto di blocco diceva di non aver ucciso lui delle persone. Quando lo arrestammo lo portammo al Commissariato Libertà e poi alla Squadra mobile“. Zarilli, che continuamente ha sottolineato di “non avere ricordi lucidi“, ha negato che nei confronti di Candura siano state commesse violenze o pressioni. Il teste ha poi raccontato di una assai curiosa traduzione a Bergamo, di Candura. Per problemi d’orario, l’ex collaboratore, arrivò in terra lombarda quando il carcere era chiuso e per questo trascorse la notte in camera di sicurezza a Bergamo per poi essere trasferito nella struttura detentiva l’indomani. Al Borsellino quater disse che fu in quella circostanza che “il dottor Ricciardi parlò a Candura del furto della Fiat 126 e a quel punto uscì il nome di Scarantino”. Ieri, invece, il ricordo è stato meno preciso facendo intendere che fu Candura, sua sponte, a parlare di Scarantino. “Ricciardi – ha detto il teste – fece capire che c’era dell’altro oltre alla violenza carnale e se aveva qualcos’altro da dire. E così uscì il nome di Scarantino. A noi della omicidi quel nome non diceva nulla. Non era un personaggio di spicco“. Zerilli, che rispetto alle indagini ha detto di non sapere nulla del coinvolgimento nelle indagini dei servizi di sicurezza, Alla domanda del pm sul perché non fossero stati fatti di sopralluoghi con Candura il teste ha riferito che “evidentemente non avevamo molti dubbi” rispetto alle sue dichiarazioni. Diversamente, invece sopralluoghi furono effettuati con Scarantino, anche se pesa l’assenza di verbali o relazioni che attestino gli esiti e gli andamenti di quell’attività. Anche in questo caso si è ripetuto il fiume di “non ricordo” rispetto alle modalità con cui fu effettuato quell’importante passaggio investigativo. “Era giorno quando andammo alla carrozzeria di Orofino. Lo Scarantino ci indicò il luogo ma non entrammo fino al piazzale. Non ricordo se ero nella macchina dietro o se ero dentro al furgone dove si trovava il collaboratore. Mi sembra che me lo disse Militello che Scarantino aveva indicato il luogo“. Quando il pm Paci ha chiesto il motivo per cui non vi sono verbali o relazioni su quell’attività di sopralluogo il teste ha risposto semplicemente: “Non c’è una spiegazione“. Poi ha aggiunto: “Quando c’era La Barbera non toccava a me fare le relazioni quindi non ho idea. Ma sicuramente non ci sono relazioni a mia firma“. In realtà, Zerilli effettuerà una relazione postuma, priva di data, nel periodo in cui è divenuto sotto commissario ovvero negli anni successivi al 2001 in cui specificava di avere il ricordo della presenza di La Barbera in almeno uno dei sopralluoghi che furono effettuati. “C’era stato anche un sopralluogo di notte. E altri. Ma non ricordo dove andammo. Mi sembra che in un’occasione Scarantino indicò anche l’abitazione di Tinnirello che era latitante” ha aggiunto il teste. Inutile, però, chiedere ulteriori dettagli. Perché la risposta è sempre la stessa, tra “non so” e “non ricordo” nascosti dietro il paravento dei 26 anni di distanza.

 

Aaron Pettinari (AMDuemila)

 

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