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Processo Mori: il generale, la trattativa e l’elenco dei ‘cattivi’

rguadagninidi Rossella Guadagnini – 7 giugno 2013

Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei Carabinieri, rende dichiarazioni spontanee nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, insieme al colonnello Mauro Obinu, in relazione alla mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano a Mezzojuso nell’ottobre 1995. Ad ascoltare le sue parole il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e il pm Roberto Tartaglia. Non c’è, invece, il pm Nino Di Matteo, che al termine della requisitoria nel processo sulla trattativa Stato-mafia ha chiesto la pena a nove anni di carcere per Mori e sei anni e mezzo per Obinu. Un trattativa che, ancora una volta, diviene presunta nel documento difensivo del generale Mori, che nega ogni addebito personale e l’esistenza stessa di qualsiasi negoziato.

In un altro punto del memoriale il prefetto, però, dichiara: “L’unico, chiaro indirizzo di natura politico-amministrativa che possa apparire come una concessione verso ‘cosa nostra’, di cui ho conoscenza e che ho anche trattato in queste mie dichiarazione, è stato quello, operato dal Ministero della Giustizia nel corso dell’autunno del 1993, e proseguito poi nei mesi seguenti, della riduzione del numero dei detenuti sottoposti al 41 bis-2° comma del Regolamento Carcerario. Sono dell’avviso che l’operazione, così come mi è dato conoscere, rientri ampiamente tra le decisioni che la classe dirigente responsabile di un paese possa assumere e di cui debba eventualmente rispondere, ma in sede politica”.

Quanto al suo ruolo nella vicenda, il prefetto lo riassume così: “Secondo l’accusa, brigando con Vito Ciancimino, su direttiva del Presidente della Repubblica, coordinandomi con il Capo della Polizia, prefetto Vincenzo Parisi e con il Vicedirettore del DAP, dottor Francesco Di Maggio, e magari recependo gli ordini del generale Subranni, che se fossero esistiti sarebbero stati illegittimi, sarei stato io il mediatore della o di una trattativa tra ‘cosa nostra’ ed esponenti politici interessati a fare interrompere la stagione delle stragi, ma preoccupati anche per le minacce rivolte direttamente ad alcuni di loro”.

Sono in tutto 163 le pagine dell’articolato documento (Panorama, che lo ha diffuso in versione integrale, lo ha definito “conciso” in quanto riassumerebbe ”la verità di un processo”) con un consistente preambolo sociologico di 14 pagine, di cui l’ex comandante del Ros dà lettura davanti alla quarta sezione del Tribunale di Palermo. Premessa singolare per un uomo che in virtù dell’attività svolta è “stato sempre abituato a considerare i dati di fatto e non le mere ipotesi”, come lui stesso sottolinea al termine del memoriale. Afferma di aver subito un “processo mediatico di parte”, influenzato ‘’sia dai continui giudizi ed esternazioni di associazioni antimafia, sia dai politici, sia soprattutto dai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia”. Così Mori: “L’accusa rivolta ai miei ufficiali ed a me di avere ‘perseguito obiettivi di politica criminale’ è offensiva, in quanto gratuitamente espressa. Tale grave accusa, infatti, pronunciata in un aula di giustizia, senza che sia sostenuta da concreti elementi di riscontro, si configura semplicemente come un calunnioso espediente dialettico, mirato a fare prevalere comunque una tesi di parte”.

Quale è questa parte? “Un composito movimento di opinione sostiene insistenti ipotesi e teorie suggestive”, “un portato assiomatico” afferma ancora il prefetto, che poi spiega le proprie asserzioni: “All’inizio degli anni novanta del secolo scorso, il movimento di rifiuto e contrasto alla mafia ed al suo ambito di riferimento, seguito dei successivi tragici eventi delle stragi del 1992, ha avuto un impulso più forte e convinto. Non è certo questa la sede per fare delle analisi - precisa Mori, in aula con i suoi legali Enzo Musco e Basilio Milio – preme qui sottolineare solamente come, in questo ambito, sia venuta costituendosi e conformandosi sempre più nettamente una specifica corrente di pensiero, precisamente caratterizzata sotto l’aspetto della connotazione politica, che ha fatto della lotta alla mafia una vera priorità, per taluni, anzi, un’attività con i suoi ritorni anche di natura concreta”. Ci si domanda, a questo punto, perché la lotta alla mafia non fosse una priorità anche per altri. La lotta alla mafia non dovrebbe essere una priorità per tutti? A che tipo di ritorni di ‘natura concreta’ allude il generale, carriere, soldi, fama e successo?

“Questo approccio mira a fare prevalere una ben precisa interpretazione su origini, moventi, sviluppi e responsabilità dei fatti più eclatanti dell’attività mafiosa degli ultimi venti anni e presuppone precise connivenze e puntuali favoreggiamenti in una parte delle istituzioni dello Stato. Questo movimento d’opinione – afferma poi Mori – cerca tuttora condivisione e visibilità con una serie di manifestazioni, convegni, studi, pubblicazioni, interventi sul web, nonché attraverso il mezzo televisivo e le altre forme mediatiche”.

Il generale dell’Arma fornisce l’elenco di coloro che – a suo avviso – formano il “composito movimento di opinione”, la “specifica corrente di pensiero” il cui scopo è “quello di indirizzare surrettiziamente la pubblica opinione. Tra questi magistrati, giornalisti, professionisti e diverse associazioni antimafia. Intanto, in prima linea in questa black-list ci sono i giudici accusatori, cioè il pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, che è stato a capo dell’inchiesta sulla trattativa. Tra gli esponenti della politica Sonia Alfano, Beppe Lumia, Antonio Di Pietro, Angela Napoli, Fabio Granata, Luigi Li Gotti, Leoluca Orlando e Rosario Crocetta. L’imputato ricorda anche, fra chi gli è stato avverso, l’avvocato Fabio Repici e il consulente informatico Gioacchino Genchi. Poi è  la volta dei giornalisti: Marco Travaglio, Sandra Amurri e Giuseppe Lo Bianco del “Fatto quotidiano”, oltre a Conchita Di Gregorio e Saverio Lodato. Quindi le associazioni di volontariato che sosterrebbero i suddetti nella loro opera: il movimento delle Agende rosse, Antimafia 2000, La Rete, Libera, l’Associazione nazionale delle vittime della mafia, Quinto Potere, Libera cittadinanza, Associazione Penso Libero. Infine “attivisti” come Francesco Pancho Pardi e Don Andrea Gallo, recentemente scomparso.

Poi aggiunge che ”l’attività d’informazione e denuncia, in una società aperta, è giustamente consentita a tutti; ed è anche lecito che a queste iniziative possano aderire dei magistrati”. Fatto sta che lui è vittima di un ”pesante pregiudizio concettuale e politico”, dato che da un ventennio a questa parte, ossia “dalla cattura di Riina Salvatore, sono oggetto di critiche giudiziariamente non provate ed assolutamente infondate. Critiche sostenute, o perlomeno avallate con la loro presenza in ben identificate sedi extragiudiziarie, come dianzi ho evidenziato, anche da rappresentanti dell’accusa in questo processo”. Circa l’imputazione mossagli, infine, Mori riferisce che si tratta di un’ipotesi di reato, che “la scienza giuridica specialistica del paese considera quantomeno singolare se non insussistente”.

Ognuno ha diritto alla propria difesa. Ma sarebbe meglio che Mario Mori rileggesse le proprie dichiarazioni. E la sua lista di proscrizione. Cosa vuole dire il generale dei Carabinieri, che la trattitiva Stato-mafia è frutto di un teorema illusorio, calunniatorio e strumentale, espresso da una parte politica attraverso magistrati consenzienti che per ritorni di natura concreta cercano di affossare cosa? Forse un’altra parte politica e in tal caso quale? C’è una parte politica, in Italia, che è pro-mafia rispetto a una che è contro la mafia? E questa parte che è contro la mafia, per partito preso, è formata da associazioni antimafia e di familiari vittime della mafia che diffondono accuse e ipotesi di complotto? E i magistrati che accusano gli imputati di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra fanno parte di correnti di pensiero di parte? E i giornalisti che diffondono queste ipotesi e queste accuse, sono improvvisatori poco informati e molto tendenziosi? Nella sua accurata disamina mass-mediatica l’ex generale dei Carabinieri sembra tra l’altro dimenticare che altrettanti e forse ben più di quelli da lui citati giornali e giornalisti o testate televisive hanno taciuto o criticato o irriso per lungo tempo la “presunta trattativa” o la ”così detta trattativa”, finché i processi non sono diventati eventi pubblici talmente seguiti che non si poteva non parlarne.

Colpe e torti sono dunque dei media (alcuni, di parte) e della politica (di alcuni politici, di parte) e dei magistrati (di alcuni, quelli accusatori che appaiono in tv). Mentre Mori e altri come il colonnello Obinu hanno “sempre operato correttamente, non solo nel doveroso rispetto delle leggi, ma anche e soprattutto nell’osservanza delle regole deontologiche poste a base dei nostri convincimenti, delle nostre scelte professionali e del nostro status di militari”. Queste le affermazioni conclusive del documento, affermazioni che sembrano voler sottolineare come chi indossi una divisa, sia pure gallonatissima, esegua in fondo degli ordini, e perciò stesso è escluso da precisi giudizi e responsabilità istituzionali. Tuttavia il mondo lapalissiano, ben ordinato e assolutamente manicheo, con tutto il bene da un lato – lo Stato – e tutto il male dall’altro – la mafia – che disegna il generale Mori non fa parte della realtà, nemmeno di quella processuale. Non più, almeno, semmai ci avessimo creduto. Lui ne è consapevole, tanto da sentire la necessità di produrre un’autodifesa di 163 pagine di precisazioni, e in questo consiste il travisamento.

Rossella Guadagnini

da: espresso.repubblcia.it

 

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