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Presidente con Sciamano

di Marco Travaglio- 28 giugno 2014

Finché c’era soltanto il Fatto a criticarlo, Napolitano poteva tranquillamente infischiarsene. Ma ieri, in un esemplare editoriale di Luigi Ferrarella, anche il Corriere ha sottolineato la grottesca irritualità della sua “lettera riservata” al vicepresidente del Csm Michele Vietti sulla spaccatura alla Procura di Milano: l’ormai famosa missiva che Vietti asseriva di aver letto e di possedere in copia, ma non la faceva leggere a nessuno, custodendola con religiosa devozione in un apposito tabernacolo, come il sacerdote con la Sacra Particola. Però la brandiva da lontano come sfavillante Durlindana per intimare alle due commissioni del Csm che si erano espresse sul caso Milano di sbianchettare ogni sia pur lieve pigolio critico sul procuratore Bruti Liberati, accusato dall’aggiunto Robledo di assegnare i fascicoli più politicamente delicati a un ristretto gruppo di pm fedelissimi, in barba alle regole interne sulle competenze dei pool. Una scena inedita per una democrazia, ma piuttosto usuale nelle società primitive riunite attorno allo sciamano del villaggio, figura-ponte fra gli spiriti soprannaturali e il mondo terreno. Lo sciamano Vietti, previa l’iniziazione nel rituale viaggio psichedelico nel mondo ultraterreno, cioè al Quirinale da Re Giorgio, è uscito dal trance ed è ridisceso in terra, al Palazzo dei Marescialli, con la panacea per guarire la Procura di Milano da tutti i suoi mali. Impossibile conoscere la Fonte di cotanta saggezza: bastava sapere che lo Spirito Taumaturgo si era espresso. I consiglieri non chiesero altro, si prosternarono ai piedi dello sciamano e cambiarono il loro verdetto: le relazioni che invocavano per Bruti l’azione disciplinare furono ingoiate dagli autori, che ne vergarono altre, sempre su carta pergamena, in caratteri gotici e dorati, come si conviene agli ordini divini. Poi però i soliti rompicoglioni, digiuni di sciamanesimo, chiesero di conoscere il sacro incunabolo.

Ieri lo spirito del Colle magnanimamente ne ha concessa la lettura anche al volgo dei non iniziati. Non senza sottolineare piccato “le polemiche e strumentalizzazioni” che “persistono” sulla sua persona sacra e inviolabile. Uno legge e dice: ma è o ci fa? Tipo quando scrive che il singolo pm non ha diritto all’indipendenza e che “il rischio maggiore” in una Procura non sono i pm inetti, pavidi o collusi, ma “l’atomizzazione dell’ufficio”, cioè la presenza di pm attivi e coraggiosi che, grazie al “potere diffuso” che discende dall’indipendenza garantita dalla Costituzione, indagano senza guardare in faccia a nessuno. O quando spiega che il suo intervento a gamba tesa serve a evitare “elementi di disordine e di tensione” nelle Procure. Ora, il disordine e la tensione nasce proprio dal fatto segnalato da Robledo e accertato dal Csm: la Procura di Milano è suddivisa in pool specializzati (Antimafia, Pubblica amministrazione, Criminalità economica, Reati sessuali…), ma Bruti non rispetta neppure le regole che s’è dato. Tant’è che – vedi relazione poi ingurgitata dal relatore – assegna le indagini a capocchia senza dare spiegazioni. È questo che crea disordini e tensioni in Procura: non il fatto che il Csm invitasse Bruti a motivare le sue scelte e a organizzare meglio il suo Ufficio. Ma lo Spirito di Giorgio e il suo Sciamano han fatto sparire quelle esortazioni con una tesi da anni 50: il procuratore è un padre-padrone legibus solutus, un “capo” autorizzato a fissare regole e poi ad applicarle “con equilibrata elasticità”, cioè a violarle o aggirarle. Con il bel risultato di un verdetto pilatesco che copia la lettera scarlatta e lascia la Procura di Milano nel disordine e nella tensione di prima. Il bello è che il Supremo Monito Sciamanico è motivato con “esigenze di funzionalità, efficacia, uniformità e ragionevole durata”. Cioè: se Bruti dimentica per 6 mesi il fascicolo sugli appalti truccati della Sea e proibisce a Robledo di interrogare gli indagati della sua inchiesta sulla piastra Expo, lo fa per la funzionalità, efficacia, uniformità e ragionevole durata? Visto il contenuto, era meglio se la lettera restava segreta. Ora è ancor più chiaro cosa chiede Sua Altezza alla Procura di Milano e a tutte le altre: non disturbate il manovratore.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2014)

Il NON governo dei magistrati

di Luigi Ferrarella

Chi ottimisticamente non credeva che al Consiglio superiore della magistratura (Csm) una settimana fa potesse davvero «finire così», cioè a tarallucci e vino sullo scontro senza precedenti tra capo e vice alla Procura di Milano, dopo la pilatesca non-scelta del Csm ora non può credere che possa «continuare così»: cioè a piatti in testa ogni giorno, a colpi di circolari di Bruti Liberati che svuotano Robledo e di nuovi esposti al Csm di Robledo contro Bruti Liberati, per la gioia degli indagati (sinora nelle inchieste Sea, Expo e firme false) che si tuffano nelle contraddizioni regalate loro.
A parziale discarico dei pubblici ministeri milanesi va però osservato che il silenzio imbarazzato dell’intera categoria dei magistrati e l’impasse dei propri meccanismi di controllo sembrano stare facendo di tutto per disorientare i cittadini, intaccare un ventennale capitale di credibilità nella Procura italiana faro di indipendenza e capacità, indebolire la profondità delle indagini, e rendersi incomprensibili agli operatori stranieri che guardano a Expo 2015.
Da tre mesi i magistrati, di solito sensibili alle minacce alla propria indipendenza sia esterna sia interna, mettono la testa sotto la sabbia per fingere di non vedere quanto sia cruciale sciogliere il nodo dei poteri e doveri dei capi degli uffici giudiziari alla luce dei frutti avvelenati della gerarchizzazione delle Procure in base alle norme del 2006/2007. Le correnti, concentrate invece sulle elezioni per il rinnovo del Csm il 6 e 7 luglio, non fanno che strumentalizzare l’appoggio a priori a Bruti o a Robledo solo per contrapposti interessi di bottega. Fino al punto che al fondamentale autogoverno della magistratura abdica proprio chi dentro l’istituzione Csm, invece di incarnarlo, o non si è trattenuto dall’invocare l’interferenza esterna di una ispezione del ministero della Giustizia (dove è sottosegretario il capocorrente di chi la chiedeva pro-Robledo), o ha chinato il capo all’inopportuna anticipazione di giudizio pro-Bruti palesata a mezzo stampa dal vicepresidente Vietti dopo un incontro con il capo dello Stato. Così come i primi a svalutare le conclusioni proposte dalle due commissioni sono stati proprio i relatori che le avevano vergate, precipitatisi a ritirarle e a depennare talune flebili critiche a Bruti appena diffusasi la notizia dell’esistenza di una misteriosa missiva del presidente della Repubblica a Vietti: lettera di cui un uso improprio e ambiguo è stato consentito dal rifiuto di Vietti di leggerla ai consiglieri del Csm perché «allo stato non ostensibile».
Ora questo Csm sta per scadere, il prossimo sarà operativo solo dopo l’estate, e anche il procuratore generale della Cassazione annuncia che su eventuali rilievi disciplinari deciderà nulla sino a settembre. Tutti continuano a non avere fretta, magari coltivando il retropensiero che tanto, a sciogliere la convivenza forzata tra Bruti e Robledo, arrivi il pensionamento anticipato del quasi settantenne Bruti ben prima dei prossimi 4 anni di dirigenza: o a dicembre 2015 con la deroga accreditata dall’interpretazione del Csm, o già a ottobre 2014 senza deroga secondo il criterio adottato dalla Ragioneria dello Stato per calcolare gli oneri della norma. Ma con la quotidianità di indagini delicate che non possono aspettare Godot, e con in ballo il destino di Expo 2015, sarà una pericolosa illusione delegare solo al tempo che passa quella parola chiara sinora non pronunciata dalle istituzioni preposte a dirla.

Luigi Ferrarella (Corriere della Sera, 27 giugno 2014)

Lo Spirito del Colle scrive allo Sciamano Vietti


LETTERA DI NAPOLITANO AL CSM, IL TESTO INTEGRALE

Caro onorevole Vietti, le comunico che esprimo il mio assenso all’ordine del giorno da lei predisposto per le sedute del Consiglio superiore della magistratura del 18 e 19 giugno 2014. Con riferimento alle pratiche della Prima e Settima Commissione relative ai contrasti insorti all’interno della Procura della Repubblica di Milano, mi corre l’obbligo di evidenziare che l’argomento affrontato nelle citate proposte coinvolge delicati profili dell’organizzazione degli Uffici del Pubblico Ministero, nel quadro delle attuali norme sull’ordinamento giudiziario. In occasione del mio intervento all’Assemblea plenaria del Consiglio superiore della magistratura del 9 giugno 2009, ho ricordato la necessità di superare gli elementi di disordine e di tensione all’epoca clamorosamente manifestatisi nella vita di talune Procure, ponendo in rilievo che tale superamento non sarebbe stato possibile “senza un pacato riconoscimento delle funzioni ordinatrici e coordinatrici che spettano al Capo dell’Ufficio”.
In tal senso mi preme sottolineare che, a differenza del giudice, le garanzie di indipendenza “interna” del Pubblico ministero riguardano l’ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato. Come è noto, ai magistrati del Pubblico ministero non si applicano le previsioni di cui all’art. 25, primo comma, della nostra Costituzione; infatti, ciò che deve caratterizzare gli Uffici di procura è l’impersonalità e l’unitarietà della loro azione, sicché i criteri organizzativi di ogni singolo ufficio requirente non possono essere intesi come rigide regole immodificabili, in quanto deve sempre consentirsi una equilibrata elasticità nella loro applicazione, volta sempre al miglior esercizio dell’azione penale da parte dell’Ufficio nel suo complesso.
Al riguardo anche le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 8388/2009, Novi), nel sottolineare che la riorganizzazione degli uffici del Pubblico Ministero ha costituito uno dei più significativi obiettivi della riforma dell’ordinamento giudiziario, hanno rilevato che il vigente quadro normativo si caratterizza per l’accentuazione del ruolo di “capo” del Procuratore della Repubblica, sia sul versante organizzativo sia su quello della gestione dei procedimenti, e per la corrispondente parziale compressione dell’autonomia dei singoli magistrati dell’ufficio. Proprio per tale ragione i poteri di organizzazione dell’Ufficio sono prerogativa del Procuratore della Repubblica e le funzioni di controllo e garanzia istituzionale affidate al C.S.M. devono essere indirizzate solo ad assicurare l’indispensabile flessibilità nell’applicazione dei progetti organizzativi, i quali devono, innanzitutto, rispondere alle esigenze di funzionalità ed efficacia dell’azione giudiziaria.
E’ pertanto opportuno che il Consiglio eviti di assumere in tale materia ruoli impropri, dilatando i propri spazi di intervento, non più consentiti dall’abrogazione dell’art. 7-ter R.D. n. 12/1941. Come ho già avuto modo di segnalare, il rischio maggiore nell’attività degli uffici di procura può derivare da una sua atomizzazione e non già dall’ordinato ed efficiente svolgersi dell’azione impersonale dell’intero Ufficio requirente, purché si assicuri l’obbligatorietà e l’imparzialità dell’azione penale.
Raccomando quindi che nell’esame e nella deliberazione conclusiva di tali pratiche l’Assemblea plenaria valuti la condotta del Procuratore della Repubblica, cui è affidato il potere – dovere di determinare i criteri generali di organizzazione della struttura e di assegnazione dei procedimenti, sotto il profilo del perseguimento delle esigenze di efficienza, uniformità e ragionevole durata dell’azione investigativa, tenendo presente anche il fondamentale ruolo di verifica che l’art. 6 del D.Lgs. 106/2006 affida ai Procuratori Generali presso le Corti di appello e presso la Corte di Cassazione in merito al puntuale esercizio dei compiti dei Procuratori della Repubblica”.
Nel rispetto delle determinazioni finali rimesse alla decisione dell’Assemblea plenaria, invito pertanto i consiglieri a tener conto di queste osservazioni nella trattazione delle citate pratiche, al solo fine di evitare di indebolire la credibilità ed efficacia dell’azione giudiziaria, indispensabili per salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Con viva cordialità


Giorgio Napolitano


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