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Placido Barresi, l’ex braccio armato della ‘ndrangheta condannato all’ergastolo per quattro omicidi, chiede la liberazione condizionale

31 luglio 2026 – Detenuto dal 1995, ha chiesto la liberazione condizionale al tribunale di Sorveglianza di Torino. Confessò gli omicidi, anche quelli di cui non era indiziato, ma ha sempre negato di aver partecipato all’agguato al procuratore capo Bruno Caccia (nella foto, ndr), accusa dalla quale fu assolto

È come ritrovarsi davanti un pezzo della Torino nera degli anni Settanta e Ottanta, all’improvviso: Placido Barresi, 73 anni, detenuto dal 1995, braccio armato della ‘ndrangheta ai tempi del boss Domenico Belfiore e condannato all’ergastolo per quattro omicidi, ha chiesto la liberazione condizionale al tribunale di Sorveglianza, che ha rinviato la decisione verso la fine di agosto.

Dal 2011, Barresi aveva ottenuto la semilibertà, che gli consente di uscire dal carcere di giorno, per lavorare in una panetteria e di fare volontariato come cuoco la domenica, ma con l’obbligo di tornare alle Vallette entro le 23, per passare la notte. Stavolta, seppure con le limitazioni previste dalla legge — su spostamenti e controlli — tornerebbe in libertà per tutto il giorno. Alla domanda per la liberazione condizionale ha a lungo e pazientemente lavorato il suo difensore, l’avvocato Cosimo Palumbo, per la lunghezza dell’iter e la complessità della documentazione. Difatti, per ottenerla, il condannato deve soddisfare precisi requisiti temporali, comportamentali e civili, per poi presentare appunto l’istanza ai giudici. Partendo da un timing fondamentale: chi è stato condannato all’ergastolo deve aver scontato almeno 26 anni di pena, conto nel quale è compreso il tempo in semilibertà e lo sconto per tutti i giorni ottenuti a titolo di liberazione anticipata (45 giorni a semestre).

Va da sé, il profilo di maggior delicatezza è quello del ravvedimento, un aspetto soggettivo strettamente valutato dal tribunale. Nella sostanza, il detenuto deve aver mantenuto una condotta carceraria impeccabile, tale da dimostrare un costante e sicuro ravvedimento e l’avvenuto completamento del percorso rieducativo. Un percorso nel quale la preventiva ammissione ad altre misure — come permessi premio o semilibertà — costituisce spesso un fattore chiave per dimostrare tale progresso. E ancora: Barresi — e, quindi, l’avvocato Palumbo — dovrà dimostrare di aver risarcito il danno alle vittime dei reati e pagato le spese di giustizia, le multe o le ammende, tutte carte che il legale ha meticolosamente cercato e raccolto in questi mesi.

Da anni e anni Barresi ha preso le distanze dalla criminalità organizzata, ma senza mai una parola su moventi dei delitti e nomi dei complici. Confessò gli omicidi, anche quelli di cui non era indiziato, ma ha sempre negato di aver partecipato all’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, accusa dalla quale fu assolto: «Sono stato sempre un bandito nella vita — disse al processo — ma, per la mia cultura, non ho mai nemmeno pensato di attaccare lo Stato». Non è un pentito, ma in prigione ha riflettuto per un tempo che non passa mai: «Non essendo stupido — disse nel 2011 — mi sono reso conto che avrei potuto fare una buona vita anche vivendo onestamente». Gli restano un libro di poesie scritto in carcere — «La ballata della viva morte» — e tanti rimpianti: «Una vita bruciata, il dolore provocato alla mia famiglia; per quello delle mie vittime le parole non bastano».

Massimiliano Nerozzi (Il Corriere della Sera)

 

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