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PG Ciani: ‘Mai chiesto di dare indirizzi investigativi’. Ma un’intervista di Grasso lo smentisce

PG Gianfranco Ciani: ‘Mai chiesto a Grasso di avocare indagini’

(AGI) – Roma, 5 set. – “Nel corso dell’incontro con il procuratore nazionale antimafia dottor Pietro Grasso, svoltosi il 19 aprile 2012, a seguito dell’insediamento nel nuovo ufficio del dottor Gianfranco Ciani, che fu dedicato a molteplici questioni, rientranti nell’ambito dei rapporti istituzionali tra i due uffici”, il procuratore Ciani “in nessun modo prospetto’ al dottor Grasso di avocare le indagini sulla cosiddetta ‘trattativa’ ovvero di impartire indirizzi investigativi”. E’ quanto precisa la procura generale presso la Cassazione con riferimento a notizie apparse sul quotidiano ‘Il Fatto quotidiano’ di ieri e di oggi negli articoli aventi, rispettivamente, il titolo “Con che faccia” e “Presidente mal consigliato, gli unici ricattati sono i pm”. “Il procuratore generale Ciani – spiega il segretario generale aggiunto, Renato Finocchi Ghersi – si limito’ a chiedere notizie sull’attivita’ di coordinamento che il dottor Grasso aveva svolto nella vicenda, da ultimo con la direttiva adottata il 28 aprile 2011, rimessa alla procura generale dallo stesso procuratore nazionale in data 16 maggio 2011. Tutto cio’ nel rigoroso rispetto dei poteri di ‘sorveglianza’ attribuiti dall’articolo 104 del decreto legislativo n. 159 del 2011 sulla procura nazionale antimafia, istituita nell’ambito della procura generale della Cassazione (articolo 76 bis dell’ordinamento giudiziario), e in base a quanto gia’ avvenuto in passato, come posto in rilievo nel comunicato stampa di questo ufficio del 19 giugno 2012″. Per la procura, pertanto, le affermazioni contenute negli articoli in questione “per quanto concerne il procuratore generale risultano prive di qualsiasi fondamento fattuale”.

PM Nicolò Marino a PG Ciani: ‘Intervista a Grasso mai smentita’

(ANSA) – CATANIA, 5 SET – ”Lo spunto sulle mie dichiarazioni e’ stato tratto da quanto riferito, e mai smentito, dal Procuratore nazionale antimafia nella sua intervista del 19 giugno 2012 al Fatto quotidiano”. Lo afferma, in una dichiarazione, il sostituto procuratore della Dda di Caltanissetta, Nicolo’ Marino, sulla nota della Procura generale della Cassazione su contatti tra il Pg, Gianfranco Ciani e il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, sulle indagini sulla cosiddetta ”trattativa”. (ANSA).

CIANI: “MAI CHIESTO A GRASSO DI AVOCARE IL CASO TRATTATIVA”

Il Pg risponde al pm Marino. Ma è smentito dalle carte

Fu lui, il Pg della Cassazione, a escogitare la “proposta indecente”, peraltro mai formalizzata nero su bianco, di tentare lo “scippo” (o una correzione dell’indirizzo investigativo) dell’inchiesta sulla trattativa condotta dai pm di Palermo? Il Procuratore generale di piazza Cavour, Gianfranco Ciani, giura di no e con una nota all’Ansa fa sapere di non aver mai chiesto al capo della Dna, Pietro Grasso, l’avocazione dell’indagine sui rapporti mafia-Stato, con l’obiettivo di “sfilarla” agli inquirenti palermitani. “In nessun modo – si legge nella nota – il procuratore generale Ciani prospettò al dottor Grasso di avocare le indagini sulla cosiddetta trattativa”. È la risposta al pm di Caltanissetta Nicolò Marino che ieri, sul Fatto Quotidiano, bollava come “inaccettabile” l’idea di un Pg della Suprema Corte che cerca di orientare il coordinamento delle indagini “con un indirizzo preciso”. Ciani, già promotore del procedimento disciplinare preliminare contro i pm palermitani Di Matteo e Messineo per un’intervista del primo a Repubblica, si difende sostenendo di non aver “in nessun modo” prospettato a Grasso “indirizzi investigativi” da suggerire ai colleghi palermitani impegnati nell’indagine sul dialogo tra i boss e le istituzioni. Poi, riferendosi alla riunione del 19 aprile scorso, quando dietro sollecitazione del Colle convocò in Cassazione il capo della Dna per parlargli delle indagini sulla trattativa, ammette soltanto di aver chiesto “notizie sull’attività di coordinamento svolte nella vicenda”.   
IL TUTTO, sottolinea Ciani, “nel rigoroso rispetto dei poteri di sorveglianza attribuiti dall’articolo 104 del decreto legislativo n. 159 del 2011 sulla Procura nazionale antimafia, istituita nell’ambito della Procura generale
della Cassazione”. Tutto regolare, dunque?   

Purtroppo per lui è proprio Grasso il primo a parlare degli “indirizzi investigativi” che il Pg in quell’occasione gli avrebbe chiesto di imprimere alle indagini, richiesta che non poté accogliere proprio per il rispetto dell’autonomia investigativa di ogni ufficio del pubblico ministero. Marino, infatti, respingendo al mittente l’accusa di aver rilasciato dichiarazioni “prive di qualsiasi fondamento”, ricorda che “lo spunto” delle sue dichiarazioni sta proprio nelle parole del Procuratore nazionale antimafia, contenute in un’intervista rilasciata proprio al Fatto Quotidiano e mai smentita. In quell’intervista, che porta la data del 19 giugno, Grasso non solo ammette di esser stato convocato dal Pg Ciani quel 19 aprile, ma rivela anche di aver ricevuto da lui la richiesta di “una relazione sul coordinamento tra le Procure” di Palermo e di Caltanissetta. Ed ecco il suo resoconto testuale: “Ho espresso (al Pg della Cassazione, ndr) la volontà che (il suo desiderio, ndr) mi venisse messo per iscritto. Mi è stato fatto presente che era nei suoi poteri chiederlo verbalmente. Il 22 maggio ho risposto per iscritto specificando che nessun potere di coordinamento può consentire al Pna di dare indirizzi investigativi e ancor meno di influire sulle valutazioni degli elementi di accuse acquisite dai singoli uffici giudiziari”.  

Marino, a questo punto, non può che sottolineare, pur con il massimo rispetto per il Pg, come sia “evidente che era stato chiesto a Grasso perché non avesse dato un indirizzo alle preliminari investigazioni: sia pure soltanto verbalmente, ma gli era stato chiesto”. E non solo. Ciani sembra dimenticare che quella convocazione in Cassazione fu fatta (dopo le sollecitazioni telefoniche di Mancino sul Quirinale e del Quirinale alla stessa Procura generale della Suprema Corte) proprio per parlare riservatamente con Grasso dell’ipotesi di avocare l’inchiesta di Palermo o, in subordine, di armonizzarne l’indirizzo con quella di Caltanissetta o di Firenze. Una traccia di quella conversazione è infatti conservata nel verbale della riunione , dove si legge che Grasso “precisa di non avere registrato violazioni… tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis Cpp” e promette che rimetterà al Pg “un’informativa scritta”. Dunque, nonostante le smentite di Ciani, tra lui e Grasso quel giorno si parla esplicitamente di “avocare”, cioè proprio di sfilare l’indagine sulla trattativa alla Procura di Palermo. La possibilità di un’avocazione, del resto, era peraltro emersa nella conversazione intercettata il 5 aprile scorso tra Loris D’Ambrosio e Mancino, con il primo a sostenere la necessità di un coordinamento delle indagini: “Quindi non è l’avocazione che si chiede a Grasso – dice D’Ambrosio – non si può nascondere dietro la mancanza del potere dell’avocazione”.   
MA GRASSO nell’intervista era stato lapidario: “Gli ho detto (al pg della Cassazione, ndr) che il solo strumento che può ridurre a unità indagini pendenti in diversi uffici è l’istituto dell’avocazione che, però, è applicabile solo nel caso di ingiustificata e reiterata violazione delle direttive impartite dal Procuratore nazionale antimafia al fine del coordinamento delle indagini. Avocazione che è nei miei poteri, ma nel caso Mancino non vi erano i requisiti per poterla applicare”.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2012)

 

‘La Suprema Corte mi chiese di relazionare, ma a voce’

L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza nell’inchiesta palermitana sulla trattativa Stato-mafia, a dicembre 2011 racconta al telefono a Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del presidente della Repubblica: “Io ho visto Grasso in una cerimonia, stava davanti a me. Mi ha detto: ‘Quelli lì (Procura Palermo ndr.) danno solo fastidio. Ma lei lo sa che noi non abbiamo poteri di avocazione’ e io ho detto: ‘Ma poteri di coordinamento possono essere sempre esercitati’”. L’occasione è la cerimonia al Quirinale per lo scambio degli auguri natalizi. Mancino non è ancora indagato, ma teme di diventarlo.

Procuratore Grasso, conferma le parole di Mancino?

Confermo l’incontro, ma non il contenuto della breve conversazione. Non ho assolutamente risposto ‘quelli lì riferendomi ai Pm di Palermo danno solo fastidio’, non avrei mai potuto esprimere un tale giudizio perché non lo penso e la mia azione è funzionale a favorire la loro attività investigativa alla ricerca della verità. Mancino lamentava valutazioni diverse da parte di talune procure rispetto a relazioni e comportamenti e omissioni a lui attribuiti. Gli ho detto che il solo strumento che può ridurre a unità indagini pendenti in diversi uffici è l’istituto dell’avocazione che, però, è applicabile solo nel caso di ingiustificata e reiterata violazione delle direttive impartite dal Pna al fine del coordinamento delle indagini. Avocazione che è nei miei poteri, ma nel caso Mancino non vi erano i requisiti per poterla applicare.

Dunque Mancino lavora di fantasia?

Sono le parole di un uomo che dice di sentirsi perseguitato, accerchiato. Come risulta dai verbali, sono state fatte riunioni di coordinamento tra le varie Procure senza alcuna tensione come possono confermare tutti pm. Nessuno si è mai lamentato di una mia interferenza. Non vi è mai stato alcun accenno alla questione Mancino. Coordinamento significa che le informazioni di ogni procura debbono essere messe a disposizione delle altre procure affinché vi sia una circolazione di notizie. Ma, ripeto ogni Procura resta autonoma e indipendente come è avvenuto: Caltanissetta ha archiviato e Palermo, in presenza di altri elementi, ha proceduto anche nei confronti di Mancino per quello che ha detto al dibattimento.

Il 12 marzo Mancino chiama D’Ambrosio: “Veda se Grasso può ascoltare anche me in maniera riservatissima che nessuno sappia niente”. D’Ambrosio risponde: “Lo devo vedere domani”. Procuratore Grasso, lei il 13 marzo ha incontrato il consigliere D’Ambrosio?

Ecco la mia agenda alla pagina 13 marzo: in una giornata densa di riunioni e consultazioni non vi è traccia di appuntamenti con D’Ambrosio. Forse prevedeva di farlo, ma non lo ha fatto.

Allora D’Ambrosio mente?

Mah! Può averlo detto per tranquillizzare Mancino che, evidentemente non era rimasto soddisfatto dalla mia risposta tranciante in occasione della cerimonia al Quirinale.

Ma D’Ambrosio in altre occasioni le ha mai parlato del caso Mancino?

Sì. Mi ha espresso l’esigenza di Mancino. Il problema, per quanto mi riguarda, non è ciò che abbia fatto o abbiano tentato di fare, ma quello che io ho fatto. È mai arrivata una richiesta di Grasso ai Pm di Palermo? Grasso ha mai compiuto un solo atto per agevolare Mancino? La risposta è: no.

Conferma che l’attuale Pg di Cassazione Ciani l’ha convocata, lasciando intendere che Mancino riteneva di subire le conseguenze di un mancato coordinamento tra le procure?

Sì. Sono stato convocato dal Pg della Suprema Corte il 19 aprile. Mi è stata richiesta una relazione sul coordinamento tra le procure. Ho espresso la volontà che mi venisse messo per iscritto. Mi è stato fatto presente che era nei suoi poteri chiederlo verbalmente. Il 22 maggio ho risposto per iscritto specificando che nessun potere di coordinamento può consentire al Pna di dare indirizzi investigativi e ancor meno di influire sulle valutazioni degli elementi di accuse acquisiti dai singoli uffici giudiziari.

Perché Ciani non lo sapeva?

Io alle richieste del superiore ufficio rispondo per iscritto.

Alla luce delle responsabilità, alcune, per ora, sicuramente politiche, cosa auspica per il raggiungimento della verità sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi che ne sono seguite?

Che inizino a collaborare i rappresentanti delle istituzioni. I mafiosi, quelli che si sono pentiti, conoscono solo un certo livello, non sono i vertici, intendo Graviano, Riina, Provenzano. Finché avremo pentiti mafiosi di basso rango potremmo arrivare fino a un certo livello di conoscenza, per avere la verità compiuta abbiamo bisogno dei vertici di Cosa Nostra oppure di qualche apporto istituzionale che ha vissuto e sa. Io auspico la verità e credo umilmente di aver dato un contribuito determinante nel convincere Spatuzza a pentirsi, nell’aver raccolto le sue dichiarazioni sulle stragi e nell’averle messe a disposizione delle varie Procure.

A un comune cittadino indagato è dato chiedere “protezione” ad alte cariche dello Stato che prontamente si attivano?

No, ovviamente. La responsabilità è di chi chiede e di chi si attiva. Io non ho raccolto alcuna richiesta. La legge, ripeto, è e deve essere uguale per tutti.

Sandra Amurri, il Fatto Quotidiano (19 giugno 2012)


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