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Per chi vota la mafia

Il 20 marzo del 2008 Peter Gomez pubblicò su L’Espresso il celebre articolo, esemplare per la capacità di analisi mostrata dall’autore, che ancora oggi viene riproposto in tutta la sua attualità. In quel pezzo Gomez spiegò come la mafia, in prossimità di una tornata elettorale, riesca a fornire il proprio appoggio al candidato ad essa congeniale, pur rimanendo nell’ombra. Ecco alcuni brani estrapolati da quell’articolo:

> Cosa nostra, quando si vede richiedere il voto, sceglie spesso la linea dell’understatement. “Allora noi ci muoviamo. Però con riservatezza, come merita lui, con molta pacatezza, capisci (altrimenti) gli facciamo danno“.
> Non è insomma più epoca di evidenti passeggiate sotto braccio con il capomafia del paese.
> La mafia, anzi le mafie, sono ormai laiche, non sono a prescindere di destra o di sinistra, e prima della chiamata alle urne fanno dei sondaggi. 


L’organizzazione ha uomini ovunque in grado di percepire gli umori dell’elettorato. Poi, quando diventa chiaro chi può vincere, stringe accordi con chi è disponibile al dialogo.

Si potrebbe non aggiungere altro. Le considerazioni di Gomez offrono uno spaccato di come Cosa Nostra riesca ad essere influente, e a volte decisiva, sull’elezione di questo o di quel politico.                                      

Qualcosa si potrebbe magari obiettare sul fatto che “non è più epoca di evidenti passeggiate con il capomafia del paese”. Capita ancora oggi, sempre più raramente ma capita, che una chiacchierata domenicale con il boss locale, magari proprio davanti ai seggi, venga considerata più determinante di qualsiasi slogan ad effetto urlato in campagna elettorale.

Ma in via definitiva non si può che condividere quanto tracciato dal giornalista de L’Espresso. La mafia riesce ad infiltrarsi nelle istituzioni ancor prima che esse vengano democraticamente elette.

E lo fa attraverso modalità tipiche dell’organizzazione criminale. Prima fra tutte quella di avvicinare i candidati che hanno più probabilità di arrivare al successo finale, attraverso quegli “uomini ovunque”, quelli che magari non hanno mai avuto un guaio con la giustizia, quelli a cui addirittura un’opinione pubblica volutamente distratta riconosce rettitudine, moralità, sani principi, etc. Quegli “uomini ovunque” la cui effettiva e reale contiguità non è mai stata dimostrata da niente e nessuno. Quindi perfettamente limpidi e puliti, a parte quelle voci di popolo che li vedrebbero vicini al potere mafioso e che da esso ne avrebbero tratto negli anni benefici.

Sono i professionisti dei piani alti della società, del cui sostegno la mafia non riesce più a fare a meno. E’ la cosiddetta zona grigia.

Ed ecco, allora, un altro passaggio dell’articolo di Gomez:

  •  In questa situazione, con la magistratura che non può intervenire perché per arrivare al processo ci vuole (giustamente) la prova dell’accordo con i mafiosi, a denunciare e bonificare ci dovrebbe pensare la politica.

Questo concetto richiama quello espresso da Paolo Borsellino, secondo cui per definire onesto un politico non basta che non abbia subito condanne da parte della magistratura. Compito della politica -diceva il giudice assassinato nel 1992- è quello di isolare chi è inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Unagrossa pulizia” che veda il politico, candidato a governare, assumere sin da subito l’impegno di tenersi alla larga da quegli “uomini onesti perché mai condannati”, anche a costo di non venire eletto. Perché la sua azione di governo verrebbe irrimediabilmente condizionata dalla presenza di quegli uomini che, di certo, non farebbero alcuno sconto.

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