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Parla Massimo Ciancimino: “Io un perseguitato, grazie a me c’è il processo sulla Trattativa” – Possiamo fidarci di Massimo Ciancimino?

Massimo_CianciminoRiprendiamo sul nostro sito, con colpevole ritardo, due articoli della Gazzetta Palermitana a firma di Gianluca Ferrari e di Mauro La Mantia.

di Gianluca Ferrari – 30 luglio 2014

Teste chiave del processo sulla Trattativa, testimone di giustizia, figlio dell’ex sindaco di Palermo legato ai corleonesi, potrebbe essere famoso solo per il cognome che porta. Eppure, Massimo Ciancimino è come un elefante in un negozio di specchi, come si muove scattano indagini e inchieste nei suoi confronti, ma lui si sente un perseguitato, vittima di accanimento giudiziario e mediatico: “Il procuratore Pignatone mi perseguita! Sono l’unico di cinque figli ad essere indagato per riciclaggio”. E lui querela tutti, giornalisti, accusatori. Prova a difendersi con l’unica arma che ha, dice.
Alla Gazzetta Palermitana racconta, in una lunga intervista, i particolari dei processi che lo vedono imputato, si sfoga su De Gennaro, i rapporti con Ingroia, l’antimafia e il famoso abbraccio con il fratello del giudice Paolo Borsellino del 19 luglio.

Che ne dice di cominciare proprio dall’abbraccio con Salvatore Borsellino?
“I fatti si commentano da soli: ho portato mio figlio in via D’Amelio. Ho incontrato Salvatore Borsellino e col cuore e con la mia solita spontaneità l’ho abbracciato. Quello che ne è uscito fuori sembra peggio del bacio tra Totò Riina e Andreotti. Si è voluto speculare. E dirò di più: non sarà né il primo né l’ultimo. Molti hanno usato questo come pretesto per attaccare Salvatore, anche se io ho cercato di non farmi coinvolgere più di tanto nella sua vita e nella sua storia. Non sono voluto entrare nel merito della polemica, fino a quando certe  persone non decidessero di esprimere dei giudizi in proposito, persone che avrebbero dovuto avere il buonsenso di stare zitti per i ruoli che rivestono anche a livello pubblico come procuratori di processi che mi vedono imputato.”


Si riferisce al procuratore Sergio Lari, che è intervenuto sull’episodio definendolo sconcertante e segno di un totale sovvertimento di valori?

“Sì, a Lari, a Pignatone, a tutta questa mia famosa indagine per la storia del riciclaggio di cui non vedo l’ora di chiedere la revisione, visto che altri magistrati più attenti e sicuramente più scrupolosi, hanno ritenuto che in effetti la verità era un’altra. (Ciancimino è stato condannato definitivamente a due anni e otto mesi per riciclaggio del tesoro illecito del padre, oltre alla confisca di oltre sessanta milioni di euro accumulati negli anni del sacco edilizio di Palermo. In questo processo ha ottenuto uno sconto di pena, grazie al quale ha evitato il carcere N.d.A.).  Questo è l’unico processo che mi vede pregiudicato, e per questo quindi indegno di abbracciare Salvatore Borsellino. Ma poi, l’istituzione più alta che abbiamo in Italia, il Colle, non credo che quando accoglie Berlusconi in casa gli parli in quanto pregiudicato, semmai nelle vesti di capo di un partito. E potremmo dire lo stesso di Grillo, che è stato condannato per omicidio colposo. Bisogna sapere scindere e sapere contestualizzare i fatti.”

Il paragone è un po’ improprio. Una brutta storia di incidenti stradali è diversa dal fatto di essere figli di Don Vito. E va bene che i figli non devono pagare per le colpe dei padri, ma lei non ha mai preso le distanze da certe attività, che pure conosceva.
“Come pensa che potessi prendere le distanze nel momento in cui, dopo Provenzano, entrava a casa mia un generale dei carabinieri, un procuratore capo di Palermo, un questore? Quello era il potere a 360 gradi, che andava dai prelati, ai cardinali, fino ai commissari antimafia, e finiva ai ministri della difesa e ai ministri degli interni. A chi mi potevo rivolgere, ai vigili? Nemmeno a quelli perché il comandante dei vigili lo nominava mio padre. Sono anche cosciente, però, che la condanna che ha avuto mio padre è limitativa, perché dire che Vito Ciancimino era un mafioso è troppo limitativo per quello che ho visto io.”

Ma oltre l’impotenza, resta il fatto che negli anni della cosiddetta Trattativa, lei avrebbe fatto da tramite con Bernardo Provenzano, trasmesso i suoi pizzini, e per questo è attualmente imputato per concorso in associazione mafiosa.
“Nessuno mi accusa di questo, io stesso mi accuso, perché nessuno mi hai fatto domande su questa storia in 17 anni. Ho parlato io per la prima volta, e mi sono autoaccusato. Potrei stare come i miei fratelli, tra Capri, Ibiza, ma ho voluto fare una scelta diversa. Siamo cinque figli e nessuno è stato indagato per riciclaggio, solo io, le posizioni degli altri sono state archiviate dal dott. Pignatone perché non sapevano dell’attività politica del padre. Cioè, bastava leggere un minimo i giornali, a quei tempi, no? Feci da tramite perché erano venuti due ufficiali dell’Arma a chiedermelo, mi avevano detto che dietro c’erano le istituzioni e che non rischiavo niente e fondamentalmente un capitano dei carabinieri mi aveva assicurato che l’unica soluzione possibile per fermare le stragi era questa. Ho ritenuto di tentare questa strada e l’ho fatto, ovviamente l’intento non è che era quello di portare i pizzini a Provenzano, il mio intento era lo stesso dei carabinieri: porre fine alle stragi e aprire un dialogo. Mio padre non si poteva muovere, aveva il divieto di soggiorno in Sicilia, io ho dovuto fare da tramite, ed è stato un compito anche rischioso, perché girare a 28 anni con le piantine del covo di Riina sotto la sella della vespa, non è una bella cosa.”

E lei non sapeva l’oggetto di questo scambio di contatti tra membri delle istituzioni e boss mafiosi?
“Non c’era dialogo con loro, con Riina e Provenzano, intendo. Prendevo una busta, la lasciavo, non avevo il permesso di aprirla, non ne sapevo niente e non volevo saperne niente, non mi interessava. Certo, capivo, sentivo mio padre che parlava del papello, le richieste, colpevolizzava anche me perché a suo dire si poteva evitare la strage di via D’Amelio, se avessero accettato la proposta di mio padre, che era quella di non dialogare con Riina, perché  non era un personaggio con cui si poteva trattare. Doveva essere eliminato e l’unico modo era quello di farlo arrestare. Chi volle cercare di tentare la mediazione fu Provenzano.”

Il famoso “papello” che attesterebbe l’esistenza definitiva della trattativa tra Stato e mafia. Quello che ha consegnato alla procura di Palermo e su cui ruota tutta l’inchiesta. Però è un foglietto, fotocopiato per giunta.
“Mio padre, per una mania di sicurezza – era stato in carcere nell’84 -  la prima cosa che faceva era fare le fotocopie dei suoi documenti con i guanti di lattice, per poi strappare gli originali. Il papello che ho consegnato potrebbe essere stato scritto da chiunque, ma il papello viene autenticato automaticamente da quello che è il “contropapello”, che è il manoscritto vergato a mano da mio padre e periziato da tutte le procure. In quel documento si prendono 5 punti del papello, databilissimo per giunta, perché si parla ancora di decreto 41 bis, e non di legge, e vi si elencano gli unici punti dove secondo mio padre era possibile trattare. L’autenticità del papello la fa di fatto il contropapello da cui mio padre ricava dei punti e lo ricopia, ma può essere stato scritto da chiunque, non so chi l’ha scritto, può averlo dettato anche alla badante che avevamo in casa.”

La credibilità dei suoi documenti traballa, oltretutto, anche per la famosa contraffazione che vede aggiunto ex post il nome di Gianni De Gennaro. Anche in questo caso lei ha un procedimento in corso: calunnia aggravata.
“L’aggiunzione del nome De Gennaro è un bel trappolone che mi hanno fatto e ci sono cascato con tutte le pentole.”

Chi gliel’ha fatto?
“Non posso rispondere, al momento sta lavorando la magistratura.”

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“Io consegno una lista scritta a penna da me, poi in un secondo interrogatorio porto un altro documento dove appare scritto il nome di De Gennaro, e da quel documento capiscono che si tratta di due fotocopie contraffatte. Avrei portato prima l’originale, poi il documento che avrei contraffatto: un suicidio. Nella prima perizia di quel documento non si nota la contraffazione, solo che dopo tre mesi trovo un altro documento con scritto De Gennaro, loro capiscono che è una sovrapposizione. Il primo ad accorgersene è stato proprio il diretto interessato,  che è il più bravo di tutti con la lente di ingrandimento. Se vuole saperlo, il procedimento mi fa solo sorridere, se mi portano a Guantanamo e mi fanno per giorni la tortura del secchio e dell’acqua – dicono che sia la peggiore di tutte – mentre mi chiedono se De Gennaro è estraneo a tutta questa vicenda e non sapeva della trattativa, io rispondo di no! Perché la legge prevede, affinchè si configuri il reato di calunnia, il fatto di accusare una persona pur sapendola innocente. Io ho contezza di commenti molto più pesanti che mio padre faceva su De Gennaro e ne ho contezza anche personale, per cui non possono dire di averlo calunniato, semplicemente perché per me non è innocente. Non è compito mio cercare i mandanti o le menti che stanno dietro la Trattativa, io racconto fatti, le ipotesi accusatorie vengono fatte dalle Procure. Non nascondo però che molte cose che so da mio padre possono essere viziate o influenzate da sue simpatie e antipatie personali.”

Tornando a lei, qualche settimana fa sono stati arrestati quattro presunti responsabili del tentativo di riciclaggio del suo “tesoro”, mediante la vendita della società Ecorec, gestore della discarica di Glina, in Romania. Tra questi ritorna il nome di Romano Tronci, con cui era stato intercettato mentre tentava di concludere l’affare della discarica.
“Per chi mi vuole sminuire, questo del tesoro è il jolly. Hanno arrestato Lapis per le miniere d’oro dicendo che erano mie. Ma chi è mai stato in Romania? Chi li ha mai visti questi? Una sentenza del 2008 nei miei confronti, dice che la discarica è sequestrata, e se io vendo un bene confiscato non commetto riciclaggio, ma truffa! Perché  vendo un bene che non mi appartiene.”

E allora da cosa nasce l’inchiesta contro di lei?
“Da Pignatone, mi perseguita! Chi mi ha indagato per riciclaggio, l’unico su 5 figli? Pignatone! I rapporti con Tronci ci sono da una vita e si interrompono con la morte della moglie: io cercavo di tenere in vita una signora malata di tumore alle ossa, come mia madre, che ha tutto il suo futuro investito in questa discarica in Romania e che per colpa mia, che avevo fatto da tramite con Lapis, si trova invischiata in una storia in cui non c’entra niente. Mi stava addirittura intentando una causa per danni.”

La intercettarono con Tronci e la moglie Santa Sidoti lascia intendere di un suo accordo con Ingroia e gli altri i giudici per avere favori in cambio della sua collaborazione. La cito: “Io gli ho fatto patti chiari! Gli ho detto che negherò tutto se non mi aiutano! In udienza nego tutto gli ho detto!”
“L’unico mio motivo per millantare situazioni che non c’erano era per dare conforto a una donna che sapevo non sarebbe arrivata a Natale. Secondo Santa Sidoti il problema ero io, e che tutte ste inchieste non ci sarebbero state se io non avessi rotto i coglioni ai potenti. Io facevo da trader, c’era un contratto che la procura ha registrato, Tronci mi aveva detto che c’erano queste concessioni rumene da prendere a due lire, me la segnalò e lo giudicai un buon affare. Secondo il piano di Lapis e Tronci, che non avevano in mente di raccogliere immondizia, si doveva prendere questa discarica e poi rivenderla. Al momento della rivendita io avrei avuto il 5%. L’affare c’era tutto.”

Quindi millantava con queste persone per riuscire a chiudere degli affari? E l’ha fatto anche con Strangi, il commercialista legato alla ‘ndrangheta quando rideva della sua scorta e diceva “Io in procura faccio quello che minchia voglio”?
“Lo facevo per tranquillizzare uno che doveva cambiare 100 mila euro di assegni posdatati firmati da me. Al telefono posso dire quello che cazzo voglio per farmi cambiare due assegni da uno che, non ti dico che faceva lo strozzino, perché i tassi di interesse che faceva erano meglio di quelli di Unicredit. Tutto questo perché in quel periodo c’era stata l’alluvione in Veneto, nel 2010 e c’erano dei grandi affari da fare con questo acciaio che aveva preso molta acqua e che le assicurazioni pagavano alle aziende.  È vero che ho detto che gli sistemavo l’ipad a Ingroia, durante le pause, ma è ben diverso da dire ho accesso ai dati della Procura.”

Nonostante tutto però il 19 luglio molti l’hanno applaudita. C’è chi la considera un simbolo antimafia. Lei si ritrova in questo ruolo?
“Devo dire che quando giro per la strada, da quando non ho la scorta, una cosa che allontana la gente comune, vedo che tanta gente mi stringe la mano, in via D’Amelio mi hanno applaudito in tanti. Ma come si fa a parlare di antimafia, quando c’è un’antimafia che fa ridere i polli? Io non sono simbolo di niente: è tanto anomalo rispondere ai magistrati, che quando lo fai diventi un eroe. Io voglio solo essere simbolo di mio figlio, anche perché i veri eroi antimafia sono quelli che sono morti. Mi hanno applaudito per il mio ruolo, per aver riaperto un processo che di fatto non esisteva. Oggi quel processo, senza di me, non esiste. Sono stato il primo a portare alla sbarra politici e mafiosi e ancora molti mancano. Vedono in me la speranza di poter avere la verità.”

da LaGazzettaPalermitana.it

Possiamo fidarci di Massimo Ciancimino?

di Mauro La Mantia

Abbiamo voluto dare voce ad un personaggio, al centro di valutazioni e sentimenti diversi, protagonista di un processo in corso che può cambiare la storia d’Italia. In una lunga intervista concessa a La Gazzetta Palermitana.it, Massimo Ciancimino ha detto la sua sui processi che lo vedono imputato, su De Gennaro e Pignatone, sui suoi rapporti con Ingroia, l’antimafia e l’abbraccio con Salvatore Borsellino in via D’Amelio che tante polemiche ha provocato.

Ha ragione Massimo Ciancimino quando afferma che il processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia si sta celebrando grazie alle sue dichiarazioni. Questo ha saldato la sua figura ad una parte del movimento antimafia – quello che fa riferimento alle “Agende Rosse” – che lo vede ormai come il simbolo della ricerca della verità sulla stagione delle stragi del 1992.

Nel rispetto di tutte le posizioni, a cui diamo spazio nel nostro giornale, sentiamo il dovere civico, come organo di informazione, di dire la nostra. Senza troppi giri di parole diciamo subito che non riusciamo, pur facendo mille sforzi, a fidarci di Ciancimino. Provo a spiegare perché.

“Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli”, una frase giusta che però deve fare i conti anche con i sentimenti più profondi delle singole persone e di un’intera comunità. È innegabile che il solo sussurrare a Palermo il cognome Ciancimino provoca inquietudine. Si apre una ferita che mai sarà rimarginata. Vito Ciancimino non è soltanto uno dei tanti politici collusi con la mafia, o meglio uomo organico a Cosa Nostra. Vito Ciancimino è il simbolo del “Sacco di Palermo”, l’ignobile speculazione edilizia che tra gli anni ’50 e ’60 sventrò la città privandola delle sue più pregiate bellezze. Quelle ville Liberty di via Libertà che tutto il mondo ci invidiava.

Massimo Ciancimino entra in questa storia in quanto condannato – in via definitiva  a due anni e otto mesi con uno sconto di pena – per aver riciclato parte del tesoro di famiglia. Lui nell’intervista auspica una revisione del processo, in quanto continua a proclamarsi innocente, ma fino ad un nuova pronuncia della magistratura Massimo Ciancimino rimane un pregiudicato. A questo si aggiunge che Ciancimino è implicato in altri processi quindi la sua credibilità dovrà dimostrarla nelle aule dei tribunali, non dalle trasmissioni di Santoro o in via D’Amelio.

È vero, esiste il pentimento e si può cambiare vita. Ma per essere credibili tali metamorfosi bisogna dimostrarle. E qui veniamo al punto più delicato della questione. Massimo Ciancimino si vanta di essere stato l’artefice del processo sulla Trattativa Stato-Mafia istruito dalla Procura di Palermo. Senza entrare nel merito del processo – al centro di numerose critiche, vedi le tesi del giurista Giovanni Fiandaca – bisogna esser chiari su un punto: fino a quando la magistratura attraverso i vari gradi di giudizio non darà ragione alle tesi di Ciancimino le sue “verità” rimarranno opinione. Quello che più disturba del personaggio è la pretesa, attraverso un uso intelligente quanto spregiudicato dei media, di imporre le sue tesi accreditandole come verità assolute. Così come fa certa antimafia sembra quasi che quanti hanno ragionevoli dubbi su quanto lui afferma pubblicamente – con eccessiva disinvoltura visto che il processo è ancora in corso – sia quasi connivente con quanti vorrebbero nascondere la verità sulla stagione delle stragi mafiose. Il “Ciancimino pensiero”, emerso dall’intervista, è molto simile a quello di tanti politici e imprenditori italiani: sono buoni e obiettivi solo i magistrati che credono alle loro tesi e/o assolvono nei processi, mentre chi inquisisce o condanna è sempre fazioso e chiaramente persecutore dei “giusti”.

Massimo Ciancimino ha nella sua copertina di Facebook la seguente frase: “Nessuno può giudicare le mie scelte o i miei pensieri, perché nessuno ha mai provato le mie emozioni o i miei dolori”. A Ciancimino mi permetto di suggerire di non giudicare e condannare chi, oggi, non riesce ad avere fiducia in lui, a stimarlo ed a credere nella sua buona fede. Perché lui non conosce i dolori e le emozioni provati da tutti noi negli anni della distruzione di Palermo e delle successive stragi. Allora lui era “dall’altra parte” e non sappiamo se pianse o festeggiò. Ci conceda almeno il tempo necessario affinché la giustizia faccia il suo corso e ci dica se lui è persona credibile. Funziona così in uno Stato di diritto.

Intanto può provare ad essere più chiaro sulla storia di suo padre. Così come un figlio non può pagare le colpe del padre è possibile che un figlio prenda le distanze dalle colpe del padre. Mi sbaglierò ma dall’intervista, così come in altre dichiarazioni, non mi pare di scorgere una critica radicale all’operato di Don Vito. Affiora dalle parole di Massimo Ciancimino qualcosa come così facevan tutti. Una logica che puzza di giustificazione o peggio di assoluzione, riscontrabile anche nelle parole in vita del padre: “Io sono figlio di una cultura, sono responsabile quanto può essere responsabile il medico che va in Africa e si prende la malaria”. Altra questione inquietante è il continuo vedere in ogni cosa di mafia la tresca con lo Stato. Vito Ciancimino, così come gli altri mafiosi doc, rimandava sempre al mittente l’idea di una mafia che uccide, che fa soldi con la droga e che fa stragi. Il colpevole è sempre lo Stato. Secondo questa teoria “non è Cosa Nostra la vera colpevole, – rileva Salvatore Lupo docente di storia contemporanea all’Università di Palermo – il vero complotto è quello dello Stato”.

All’indomani della strage di via D’Amelio i muri di Palermo si riempirono di manifesti e scritte, lo slogan era “Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Ciancimino”. Una frase che divenne una bandiera, un segno distintivo per diverse generazioni di palermitani e italiani. Ancora oggi tanti ragazzi, nati dopo il 1992, indossano le magliette con questo slogan. Massimo Ciancimino deve fare i conti con questa parte maggioritaria della città, che non l’abbraccia e non lo applaude, che non ha alcuna intenzione di assolvere o giustificare la storia di suo padre. E sappia che per molti quella frase vale anche per lui, almeno fino a quando non sarà in grado di smentire con i fatti e nelle aule di tribunale quel vecchio motto “tale padre, tale figlio”.

Mauro La Mantia

 


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