Erano settimane che avevo ricevuto il fragile “pacco” che avrei dovuto gelosamente custodire nel silenzio più assoluto: muto dovevo stare! Lo custodii in un anonimo appartamento romano con la necessaria cura che un oggetto di valore merita: gli altri condomini non s’accorsero di nulla, nemmeno del roboante silenzio. I giorni e le notti li trascorrevo a scartare il pacco, e mano mano che lacci e laccioli squarciavano il silenzio, la mia mente rimembrava episodi funesti che caratterizzarono gli anni bui della mia vita, ovvero gli anni 80 della mia lotta a Cosa nostra. E, mentre il mio sapere su Cosa nostra si aggiornava con frequenza inimmaginabile, il “pacco” appariva come l’enciclopedia vivente di un passato non tanto remoto.
Il “pacco” era Gaspare Mutolo, detentore di segreti più intimi di Cosa nostra e tra noi due nacque senza tanti fronzoli o giri di parole, una sintonia d’intenti che ci vedeva uniti nel fine di stroncare il potere dei “corleonesi”: il potere di Totò Riina, verso il quale il Mutolo aveva goduto illimitata fiducia, tanto da fargli da autista. Anche con “Asparino” Mutolo, così come gli altri collaboratori che ho gestito, i rapporti erano prettamente professionali: avrei dovuto assicurargli sicurezza e nel frattempo porlo innanzi ai PM che avrebbero dovuto interrogarlo. Un compito certamente non facile il mio, e dei miei collaboratori, perché il “nemico” interno ed esterno era dappertutto e bastava un solo errore per mandare all’aria giorni e giorni di lavoro.
E, venne il primo luglio del 92. Dopo i nostri “arresti domiciliari” uscimmo dall’appartamento per recapitare il “pacco” nelle mani di Paolo Borsellino, che ci attendeva in una riservata struttura della DIA. Fu l’occasione per rivederci dopo anni e anni. Espletata la ritualità, Mutolo fu fatto sedere innanzi a Paolo Borsellino e Vittorio Aliquò ed ebbe così inizio il primo interrogatorio: interrogatorio sospeso dalla nota telefonata che pervenne dal Viminale, con la quale si preannunciava un incontro col ministro Nicola Mancino. Io ne approfittai per godermi un po’ di meritato riposo e soprattutto recarmi negli uffici della DIA poco distanti, per sbrigare atti d’ufficio.
Poi fui avvisato che Borsellino aveva fatto rientro e quindi mi ricongiunsi a loro. Ricordo il viso “tirato” di Paolo Borsellino e subito si seppe che al Viminale egli avrebbe incontrato non solo Parisi ma anche Contrada: non ricordo di incontri con Mancino e non feci alcuna domanda, talchè la ritenevo superflua, visto che l’incontro era preannunciato dalla telefonata. Tuttavia, al termine degli interrogatori io feci rientro nel covo. Poi avvenne un successivo interrogatorio condotto sempre nella riservata sede della DIA. Borsellino era accompagnato da due sostituti, Natoli e Lo Forte, che io non conoscevo e ancor prima di iniziare l’interrogatorio il Mutolo espresse il desiderio che a condurre l’interrogatorio fosse il solo Borsellino, che rispose: “questi Sostituti sono di mia fiducia, sono come i miei figli”. E fu così che iniziammo gli interrogatori di Mutolo, sino quello ultimo di venerdì 17 luglio 1992 e a cui Paolo Borsellino, dandomi un appuntamento al lunedì successivo, non si presentò. Ed è per questo motivo che sono io ad andarlo a trovare ogni anno in via D’Amelio e nella dimora dove riposa.
Un luglio che cambiò per sempre la mia vita

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