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Paolo Borsellino e l’agenda rossa

Riportiamo l’introduzione del testo “Paolo Borsellino e l’agenda rossa” che è stato preparato e curato dalla redazione del nostro sito www.19luglio1992.com in occasione delle manifestazioni per il 17° anniversario (19 luglio 2009) della strage di via D’Amelio e per la manifestazione “Agenda rossa” in programma a Roma per il 26 settembre 2009. Il testo completo compare in allegato a questo post in formato PDF (A5) ed è scaricabile liberamente.

L’edizione aggiornata del testo ‘Paolo Borsellino e l’Agenda Rossa’ è stata presentata il 19 luglio 2014 a Palermo (in appendice la nuova introduzione).

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Paolo Borsellino

 

 

Introduzione

Il 19 luglio 1992 un’autobomba fatta brillare in via Mariano D’Amelio a Palermo alle ore 16.58 e venti secondi causò la morte del Magistrato Paolo Borsellino e dei cinque Agenti della Polizia di Stato Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina ed Agostino Catalano. Nonostante la magistratura abbia ottenuto fondamentali risultati nell’accertamento della matrice mafiosa della strage e nell’individuazione dei responsabili interni all’associazione criminale Cosa Nostra, pesanti zone d’ombra permangono sulle entità esterne all’organizzazione mafiosa che con questa hanno interagito nella deliberazione ed esecuzione del piano stragista. L’accelerazione imposta alla fase esecutiva della strage matura infatti dall’incontro delle esigenze di Cosa Nostra e di quei soggetti esterni all’organizzazione “in qualche modo interessati a condizionare i moventi e i ragionamenti dei malavitosi e\o in certe circostanze a svolgere una vera e propria opera di induzione al delitto” (sentenza d’appello Borsellino bis, cap. V).

Un documento che potrebbe fornire indicazioni determinanti per dare un volto ai mandanti esterni della strage è l’agenda rossa di Paolo Borsellino sulla quale il Magistrato era solito appuntare riflessioni e contenuti dei suoi colloqui investigativi, soprattutto negli ultimi mesi che precedettero la strage. Borsellino ripose l’agenda nella sua borsa di cuoio poco prima di recarsi dalla madre in via D’Amelio il 19 luglio 1992, come testimoniato dai figli e dalla moglie del Magistrato. Da quel momento dell’agenda si sono perse le tracce: nella borsa del Magistrato trovata intatta dopo l’esplosione sono stati rinvenuti alcuni oggetti personali ma non l’agenda.
In quel diario sono contenuti appunti sugli incontri ed i colloqui che Borsellino ebbe con collaboratori di giustizia e con rappresentanti delle Istituzioni. Si tratta di elementi determinanti per mettere a fuoco le complicità di pezzi dello stato con Cosa Nostra. Chi si è appropriato dell’agenda può oggi utilizzarla come potente strumento di ricatto proprio nei confronti di coloro che, citati nel diario, sono scesi a patti con l’organizzazione criminale.

È stato infatti accertato con la sentenza definitiva Borsellino bis che una dei fattori esterni a Cosa Nostra che interferirono con i processi decisionali della strage di via D’Amelio fu la trattativa avviata dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992 da alcuni rappresentanti delle Istituzioni con i vertici di Cosa Nostra. La cosiddetta Seconda Repubblica nasce sulla base di un dialogo a colpi di bombe tra l’organizzazione mafiosa ed appartenenti al mondo politico ed imprenditoriale. Questa scellerata trattativa da un lato ha assicurato ai suoi protagonisti fulminee carriere all’interno del rimaneggiato quadro politico e degli apparati di sicurezza, dall’altro ha permesso a Cosa Nostra di limitare gli effetti dell’incisiva azione repressiva della parte sana delle Istituzioni nei primi anni novanta e di consolidare il rapporto di consustanzialità con la borghesia imprenditoriale mafiosa. “La Seconda Repubblica affonda i suoi pilastri nel sangue”, ha detto il Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo Antonio Ingroia, e l’agenda rossa di Paolo Borsellino ne costituisce la “scatola nera”, secondo la definizione del giornalista Marco Travaglio.

Il documento che vi apprestate a leggere in queste pagine vuole dare un contributo a raggiungere quattro obiettivi. In primo luogo diffondere alcuni degli interventi pubblici di Paolo Borsellino che rimangono di stringente attualità, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità interne alla magistratura nell’isolare e delegittimare chi come Giovanni Falcone tenta di rendere viva la Costituzione e rispettare l’uguaglianza di tutti di fronte alla Legge. In secondo luogo aiutare a ricostruire i fatti attinenti alla vita di Paolo Borsellino per il periodo compreso fra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e quella di via D’Amelio (19 luglio 1992) per cercare di capire fino in fondo il contesto nel quale è maturata l’improvvisa accelerazione del piano esecutivo dell’eccidio del 19 luglio. Vogliamo inoltre fornire al lettore una ricostruzione delle tappe dell’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta sulla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino ed un’analisi critica delle motivazioni delle sentenze con le quali il colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, già indagato per il reato di furto dell’agenda rossa con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa, è stato definitivamente prosciolto “per non aver commesso il fatto”. Infine vorremmo contribuire a far conoscere le motivazioni della sentenza Borsellino bis emessa dalla Corte di Assise di appello di Caltanissetta presieduta da Francesco Caruso il 18 marzo 2002 e confermata integralmente dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione il 3 luglio 2003. Questa sentenza è un documento fondamentale perché da un lato racchiude alcuni dei risultati più rilevanti raggiunti dalla magistratura nell’accertamento delle responsabilità penali degli autori e mandanti interni a Cosa Nostra della strage di via D’Amelio, dall’altro apre uno squarcio sulle piste investigative che rimandano ai mandanti esterni all’organizzazione mafiosa. Si tratta di elementi investigativi che sono stati raccolti soprattutto grazie al lavoro degli ufficiali di Polizia Gioacchino Genchi ed Arnaldo La Barbera i quali sono stati fortemente ostacolati da individui all’epoca appartenenti all’amministrazione del Ministero degli Interni proprio a causa della loro attività di polizia giudiziaria. Nel capitolo terzo della citata sentenza si legge: Era doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza (del dr. Gioacchino Genchi ndr), tenuto conto dell’impostazione di alcuni motivi d’appello e delle correlate richieste istruttorie. Attraverso essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare. Tutto ciò ripropone con attualità la necessità di riprendere nelle sedi opportune le indagini sulle questioni alle quali manca tuttora risposta.

Questo testo nasce facendo tesoro del lavoro di tante persone che vorremmo ringraziare di cuore: innanzitutto Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, dal cui libro “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” (Chiarelettere, 2007) abbiamo attinto a piene mani. Il loro contributo è stato fondamentale e molti brani presentati in queste pagine sono frutto del “saccheggio” del libro scritto dai due giornalisti. Il libro intitolato “Paolo Borsellino. Il valore di una vita” scritto da Umberto Lucentini (Mondadori, 1994) è stato una fonte inesauribile di fatti ed informazioni. Un altro aiuto determinante per la raccolta di documenti e di conoscenze è venuto da Arcangelo Ferri, giornalista di RAINEWS24 ed autore di alcune inchieste giornalistiche sulla vita di Paolo Borsellino indispensabili per ricostruire la dinamica dei fatti. Ringraziamo poi Salvo Palazzolo, giornalista del quotidiano La Repubblica, autore con Enrico Bellavia di un sito (www.falconeborsellino.net) e di un libro (Falcone Borsellino, Mistero di Stato, Edizioni della Battaglia, 2003) essenziali per lo sviluppo della nostra ricerca. Grazie anche a Leo Sisti e Gianluca Di Feo, giornalisti del settimanale L’Espresso, per lo scambio di documenti e per la ricostruzione cronologica di alcuni fatti accaduti nel giugno-luglio 1992. Un grosso ringraziamento va infine a tutta la redazione del periodico ANTIMAFIADuemila ed in particolare ai giornalisti Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, attraverso i cui articoli è stato per noi possibile avere un’approfondita visione d’insieme di vicende ed inchieste relative alla strage di via D’Amelio.

Un ringraziamento speciale va a tutti i redattori del sito 19luglio1992.com per aver partecipato alla raccolta di materiale e documenti utili per questo elaborato: Desirée Grimaldi, Martina Di Gianfelice, Vanna Lora ed Enzo Guidotto. Grazie a Valentina Culcasi per aver curato la preparazione del testo e la parte relativa agli interventi di Paolo Borsellino. Un sincero ringraziamento a Federico Elmetti per l’approfondita analisi delle sentenze relative all’inchiesta sulla sottrazione dell’agenda rossa e a Fabio De Riccardis per il supporto informatico nell’elaborazione del materiale. Infine grazie di cuore a Salvatore Borsellino per aver fatto nascere questo gruppo di lavoro e per la forza e determinazione con cui dà vita ai suoi ideali e progetti. La pubblicazione di questo documento e la manifestazione di Palermo del 19 luglio 2009 non sarebbero state possibili senza la rabbia e la sete di Giustizia di Salvatore.


Marco Bertelli, 24 novembre 2009

Introduzione all’edizione aggiornata del 19 luglio 2014

Tra il 24 novembre 2009 ed il 19 luglio 2014 il quadro relativo all’accertamento delle responsabilità penali di mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio è profondamente cambiato. La procura della Repubblica di Caltanissetta guidata da Sergio Lari, riscontrando le affermazioni dei collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, ha accertato la falsità delle dichiarazioni rese da Vincenzo Scarantino, Salvatore Candura e Francesco Andriotta. Gli inquirenti hanno ricostruito un segmento essenziale della fase esecutiva della strage, il furto e l’allestimento dell’autobomba, che ha visto coinvolti membri della famiglia mafiosa del quartiere Brancaccio di Palermo guidata dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Gli accertamenti della procura nissena hanno reso possibile la scarcerazione, il 27 ottobre 2011, di sette persone condannate nei precedenti procedimenti penali sulla base delle dichiarazioni mendaci di Vincenzo Scarantino e l’avvio, il 23 marzo 2013, di un nuovo processo, denominato ‘Borsellino QUATER’. Un altro filone investigativo è aperto presso la procura di Caltanissetta per identificare i responsabili del depistaggio costruito sulle false affermazioni di Vincenzo Scarantino.

La ritrattazione di Scarantino e la scarcerazione di sette condannati sono state percepite da una parte dell’opinione pubblica come la prova che tutte le sentenze passate in giudicato sulla strage fossero ‘da buttare’. In realtà, i risultati raggiunti dalle sentenze ‘Borsellino UNO’ e ‘Borsellino BIS’ in merito a mandanti e moventi della strage ed i dispositivi integrali delle sentenze nate dal procedimento ‘Borsellino TER’ rimangono definitivi ed attuali perché pronunciati sulla base di elementi probatori diversi da quelli offerti da Vincenzo Scarantino.

Molti degli spunti investigativi individuati da Gioacchino Genchi hanno parimenti trovato conferma dagli accertamenti condotti dalla procura di Caltanissetta, anche se i relativi approfondimenti non hanno consentito di individuare i nomi dei soggetti esterni a Cosa Nostra che con essa hanno interagito nella dinamica dell’accelerazione della fase esecutiva della strage. Il fatto che i PM nisseni abbiano concluso per la ‘verosimiglianza’ dell’ipotesi che sia stato Giuseppe Graviano a premere il telecomando dell’autobomba nei pressi del luogo dell’esplosione, non contraddice alla base l’insieme articolato di indizi e temi d’indagine sui quali Gioacchino Genchi lavorò nei mesi immediatamente successivi alla strage.

La revisione di questo testo, pubblicato per la prima volta il 19 luglio 2009, nasce grazie all’impegno di Federica Fabbretti ed Angelo Garavaglia Fragetta, che hanno approfondito tutti i ‘lampi nel buio’ sul furto dell’agenda rossa ed integrato il capitolo curato da Federico Elmetti con le acquisizioni più recenti. L’aggiornamento è stato possibile anche grazie alla realizzazione nell’anno 2010 del dvd ‘19 luglio 1992: una strage di Stato’, progetto nato da un’idea di Marco Canestrari. Un sincero ringraziamento va ad Elena Franciosa, per essere costante punto di riferimento per l’organizzazione delle atti-vità del Movimento Agende Rosse.

Un sentito grazie a Marco Travaglio ed Antonio Padellaro, per la disponibilità a partecipare alle iniziative del Movimento ed in particolare al programma del 19 luglio a Palermo. Grazie ancora a Lorenzo Baldo, autore di un dettagliato riepilogo sulle sentenze relative ai processi sulla strage di via D’Amelio.
Un vivo ringraziamento a tutti gli aderenti al Movimento, per aver contribuito in modo decisivo alla diffusione della prima edizione di questo testo.
Grazie di cuore all’avv. Fabio Repici per l’incessante e decisivo contributo alla ricerca della verità processuale su mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio ed allo scambio di idee per conoscere fatti e nomi indispensabili per ricostruire in profondità il contesto in cui maturarono le stragi del biennio ’92-‘93.
Infine grazie di cuore a Salvatore Borsellino, anima del Movimento Agende Rosse. I processi stabiliranno se i nuovi imputati per la strage di via D’Amelio siano colpevoli o meno, ma un dato è certo: senza l’impegno incessante di Salvatore in questi ultimi cinque anni, l’opinione pubblica avrebbe avuto solo un’eco lontana di ciò che rappresenta l’agenda rossa di Paolo Borsellino e la Magistratura sarebbe stata molto più isolata nel tentativo di rompere il muro di omertà che ancora protegge chi fu indicato da Paolo Borsellino pochi giorni prima di essere ucciso: ‘Paolo mi disse – ha dichiarato Agnese Borsellino – che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere’. Le parole di Paolo Borsellino sono inequivocabili.
Mentre da parte di Cosa Nostra, attraverso le parole di Gaspare Spatuzza, è stata aperta una profonda crepa nel muro del silenzio che ancora avvolge una porzione consistente della fase esecutiva della strage, da parte di altri soggetti esterni all’organizzazione criminale, appartenenti o meno alle Istituzioni, nessun segnale è giunto in questa direzione.
Salvatore non ha taciuto di fronte a questo muro di omertà ed ha incoraggiato il Movimento Agende Rosse a pretendere la verità sulla strage del 19 luglio 1992 e a sostenere la parte migliore delle Istituzioni impegnata a raggiungere questo obiettivo. Da qui nasce l’esperienza della ‘Scorta Civica’ che, partendo da Palermo, si è diffusa in tante città d’Italia.
Salvatore ha ripetuto più volte di sentirsi in colpa per aver lasciato Palermo ed essersi trasferito a Milano dopo la laurea. Una buona parte di questo debito è stata ‘gioiosamente pagata’ dall’aver fatto conoscere suo fratello Paolo ad ognuno di noi ed aver dimostrato su tanti campi di battaglia che Paolo è vivo.


Marco Bertelli, 19 luglio 2014

 

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