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Paolo Borsellino e i “palermitani”

Domenica sera, sono stato ospite di un gruppo di ragazzi di “Libera” che nella parrocchia San Paolo di Forlì, hanno raccontato l’esperienza fatta nei terreni confiscati alla camorra in terra di Casal di Principe. La testimonianza toccante ha scosso le coscienze di quanto gremivano la sala, facendomi toccare con mano che le parole di Paolo Borsellino “profumo di libertà” aleggiavano nell’animo di quei ragazzi e ragazze. In chiusura, sono stato invitato a parlare di Cosa nostra e degli uomini che l’hanno combattuta; ovviamente ho ricordato Falcone, Borsellino e quanti hanno pagato con la vita. E, nel ricordare l’ultimo venerdì di Paolo Borsellino, quel 17 luglio 1992, ho detto “eravamo 5 palermitani che in un angusto ufficio romano tentavano di dare un volto agli esecutori della strage di Capaci e ridisegnare la struttura di Cosa nostra”. Ebbene, ritornato a casa e prima di prendere sonno, ho riflettuto sulla frase “eravamo 5 palermitani”, non l’avevo mai fatto prima. Ho fatto fatica ad addormentarmi perchè ad un tratto ho preso coscienza che la lotta la mafia e segnatamente a Cosa nostra era, da quando ho iniziata a farla, condotta prevalentemente da soli siciliani. E sono stati i siciliani a versare un alto tributo di sangue, mentre un imbelle Stato, non solo stava a guardare ma addirittura era sodale e compiacente coi mafiosi a tal punto da trattare con loro. In quell’ufficio della DIA di Roma, il cui fumo delle sigarette poteva tagliarsi col coltello, c’eravamo io, Paolo Borsellino, Gioacchino Natoli, Guido Lo Forte, tutti magistrati palermitani, e il pentito Gaspare “Asparino” Mutolo, anch’esso palermitano come me. Al computer per scrivere c’era un mio collega ispettore di Roma: non era siciliano. Ripasso, quindi, tutta la mia carriera antimafia, fatta di gioie e di dolori atroci: rimembro le nostre delusioni quando dicevamo che la politica era la linfa di Cosa nostra. “Ma cosa dite! l’onorevole Lima e i cugini Salvo, persone integerrime sono!” E noi ingoiavamo il rospo, salvo poi acclarare che Lima e uno dei cugini Salvo sono stati massacrati da killer mafiosi. La motivazione del loro assassinio è stata quella di non aver mantenuto il patto secondo il quale la Cassazione avrebbe dovuto assolvere tutti i mafiosi condannati al max-processo istruito da Falcone e Borsellino. Palermitani contro palermitani: è questa la conclusione a cui sono giunto.
Perché solo noi sbirri e magistrati palermitani avevamo questo alto senso dello Stato nel combattere altri palermitani mafiosi? E parimenti, perchè politici palermitani e anche siciliani non stavano accanto a noi, invece che essere collusi con la mafia? La mia è un’amara constatazione e quando penso a Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Placido Rizzotto, Peppino Impastato o alla Strage di Portella della Ginestra, rabbrividisco al fatto che siciliani hanno massacrato altri siciliani. E l’amarezza serpeggia ingigantendosi quando penso ai miei colleghi della Mobile di Palermo, a Chinnici, Falcone, Borsellino e ai miei colleghi di scorta, tutti assassinati, mentre parte dello Stato “trattava” con uomini dalle mani grondanti di sangue. Palermitani contro palermitani, potrebbe sembrare uno slogan calcistico, ma ahimè non lo era. Giocavamo una partita impari, una partita truccata, il cui risultato era già in tasca di qualcuno che, esibendo il cartellino rosso, ne decretava la morte ed è presumibile che gli arbitri fossero a Roma… E noi poveri idealisti, semplici e genuini, guardavamo la Costituzione come l’oracolo della vita: risuonava in noi quel “ LO GIURO”, urlato con orgoglio davanti la Costituzione. Per quel giuramento hanno pagato con la vita. Ma taluni politici tuttora in auge quel “LO GIURO” l’hanno calpestato e pretendono di dirigere questo Paese.

Pippo Giordano

 

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