E’ ancora presto per poter “leggere” l’omicidio di Giuseppe Calascibetta, avvenuto a Belmonte Chiavelli. Intanto, per tentare di capire questo omicidio eccellente, per lo spessore del Calascibetta, occorre tener bene in mente due elementi importanti, ossia il territorio e il ruolo ricoperto ed attuale del Calascibetta in seno a Cosa nostra. Tuttavia, vorrei rilevare un fatto non secondario, che mi induce ad esprimermi con cautela su un possibile delitto riconducibile a nuovi assetti della leadership di Cosa nostra. I miei dubbi nascono, dall’uso dell’arma usata per assassinare Calascibetta. Per compiere il delitto il killer ha usato una 7;65, arma solitamente non preferita dai sicari di Cosa nostra, che invece preferiscono la 38 special, che oltre ad essere più sicura, non si inceppa e non lascia bossoli per terra. E, poi l’omicidio compiuto con un revolver assume una “firma” diversa in quel che sono i messaggi latenti in un omicidio. Il territorio di Santa Maria di Gesù, che fu di Stefano Bontade, alla pari di quello di Ciaculli è stato quello che ha pagato un alto tributo di sangue in quel che è stata la “pulizia” sistematica di coloro che si erano opposti allo strapotere dei “corleonesi”, capitanati da Salvatore Riina. Ancora oggi, qualcuno compie un grossolano errore, definendo la mattanza degli anni ’80 una guerra di mafia. No! Non ci fu nessuna guerra. Ci fu, invece, l’ascesa di Totò Riina che per conquistare la supremazia su tutte le “famigghie”, non esitò ad eliminare i contrari al suo progetto, definendo questi “perdenti” e “scappati”. Ora, però, per meglio decifrare le “cose” palermitane, bisogna tener presente che gli “scappati” sono rientrati nel territorio che fu dei loro padri. Certo, il rientro è avvenuto in maniera soft e attraverso garanzie di non belligeranza. Ma non sempre i mafiosi rispettano gli accordi.
Giuseppe Calascibetta, assassinato per ridisegnare lo scettro di comando in Cosa nostra? Ho i miei dubbi e purtuttavia, quando si tenta di esaminare fatti di mafia, la cautela è d’obbligo. Io, nell’attesa che le investigazioni chiariscano le motivazioni dell’omicidio, sarei portato a ritenere che l’episodio criminoso potrebbe essere riconducibile a vetusti violenti fatti occorsi, appunto, negli anni ’80. In buona sostanza, ad una vendetta covata da diversi lustri.
Invero, se Calascibetta è stato assassinato per soddisfare gli interessi di Cosa nostra, allora dovremmo pensare che la decisione sia stata assunta dalla “Cupola”, facendo supporre che la stessa sia tutt’ora operante. Non si può assassinare un Capo mandamento se non c’è l’avvallo degli altri Capi.
Ma al di là dell’omicidio di Calascibetta, è indubbio che a Palermo, come ho scritto tante volte, sarebbe in corso un riassetto delle “famigghie” mafiose decimate dagli arresti. Si assiste al proliferarsi di richieste di pizzo e lo dimostrano gli atti intimidatori posti in essere in quest’ultimo periodo. Si sarebbe persino verificata l’acquisizione manu militare di una fetta di territorio in un quartiere palermitano, ove sarebbe stato impedito, per motivi di lutto, il normale svolgimento del mercatino rionale. E, questa circostanza, se fosse vera, non è indice di recrudescenza dei sistemi violenti, per ribadire la propria forza, di Cosa nostra? In caso contrario, saremmo innanzi all’importazione del sistema camorristico, ovvero il territorio in mano a piccoli gruppuscoli malavitosi.

Be First to Comment