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Omicidio di Cristina Mazzotti, arrestato Giuseppe Calabrò

7 febbraio 2026 – La Squadra Mobile e la Dia, su delega della Dda di Milano, hanno fermato venerdì Giuseppe Calabrò, detto “u Dutturicchiu”, 76 anni, ritenendo concreto il pericolo di fuga dopo la condanna di primo grado all’ergastolo ricevuta mercoledì dalla corte di assise di Como per l’omicidio del 1975 di Cristina Mazzotti. 

“L’imputato può godere di una serie di appoggi, di carattere logistico e patrimoniale, attivabili in qualsiasi momento e in grado di garantirgli la latitanza e l’impunità per il gravissimo reato commesso”, osservano i pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Amendola. 

Il pericolo di fuga in Calabria

“Il pericolo di fuga si fa ancora più concreto e reale ove si consideri che l’imputato ha prenotato per domani (sabato, ndr) alle ore 8.35 un volo Milano – Reggio Calabria. Se è vero che Calabrò vive in Calabria, non può sottacersi che in tali luoghi lo stesso potrebbe godere di numerosi appoggi, anche con esponenti di ‘ndrangheta di elevato livello, in grado di sottrarlo all’esecuzione di una pena di non breve durata”.

Calabrò è stato condannato all’ergastolo il 4 febbraio scorso, insieme a Demetrio Latella, per aver partecipato materialmente al rapimento della studentessa. Assolto, un altro imputato, Antonio Talia, per non aver commesso il fatto. Nessuna condanna è stata emessa per il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Morabito poiché morto prima della sentenza.

Il processo per la morte di Cristina Mazzotti

Il processo a loro carico si era aperto il 24 settembre 2024 presso la Corte d’Assise di Como. I quattro, secondo l’accusa, erano i mandanti del rapimento di Cristina Mazzotti. Un sequestro a scopo estorsivo avvenuto nel 1975, lungo un mese e si concluse con la morte della ragazza, figlia di Elios Mazzotti, imprenditore del ramo cerealicolo titolare della ditta omonima.

La famiglia viveva in piazza della Repubblica a Milano, città in cui Cristina frequentava il liceo classico Carducci. La ragazza venne rapita il 30 giugno 1975 mentre rientrava a casa dopo aver festeggiato la promozione in terza liceo e la maggiore età con gli amici.

Il sequestro a Milano

La Mini Minor su cui viaggiava, con il fidanzato Carlo Galli alla guida e la sua amica Emanuela Lusari, venne bloccata vicino a casa da quattro uomini a bordo di una Giulia e una Fiat 125. L’amica e il fidanzato vennero legati, mentre lei fu portata via sulla Fiat 125, portata alla cascina Padreterno alla periferia di Castelletto sopra Ticino e rinchiusa per 27 giorni in una buca con pareti di cemento da cui usciva all’esterno un tubo di plastica di 5 cm per portare aria all’interno, nutrita con due panini al giorno e tenuta semicosciente con il valium ogni giorno.

La morte di Cristina Mazzotti

Morì tra il 30 luglio e il primo agosto a causa delle pessime condizioni della sua prigionia e della dose eccessiva di tranquillanti. La banda di sequestratori era composta in tutto da tredici persone. I rapitori chiesero inizialmente un riscatto di cinque miliardi di lire, poi scesero a un miliardo e 50 milioni di lire e i soldi furono consegnati dal padre ai sequestratori quando Cristina era già morta.

L’errore di uno dei sequestratori

Uno dei carcerieri depositò 56 milioni di lire in una banca di Ponte Tresa in Canton Ticino, e il direttore di banca si insospettì. Così si arrivò al suo arresto e poi ad altre due persone inizialmente per riciclaggio, fino a identificare i componenti del gruppo. Il primo settembre venne ritrovato il cadavere ischeletrito della ragazza a Galliate in provincia di Novara, nella discarica del Varallino.

Il primo processo

Il processo di primo grado per la sua morte a carico degli esecutori materiali del sequestro si concluse a Novara per ventidue imputati il 7 maggio 1977 con otto ergastoli a custodi, centralinisti, ricattatori e complici. In Appello gli ergastoli scesero da otto a quattro, due vennero condannati a 30 anni e cinque a più di 20. Il processo si concluse in Cassazione con la conferma di quattro ergastoli.

Redazione MilanoToday

 

 

Omicidio Cristina Mazzotti, condannati all’ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella

4 febbraio 2026, Adnkronos – La Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo gli imputati Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella per l’omicidio aggravato di Cristina Mazzotti, 18 anni, di cui si persero le tracce nel 1975 a Eupilio, in provincia di Como. Assolto dall’imputazione riqualificata Antonio Talia “perché non ha commesso il fatto”; la corte ha anche dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti degli imputati Calabrò e Latella per il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione “perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione”.  Il collegio presieduto dal giudice di Como Carlo Cecchetti ha dichiarato gli imputati Calabrò e Latella “interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena” e ha fissato una provvisionale (in solido tra i due condannati) di 600mila euro per ciascuna delle parti civili, Marina e Vittorio Mazzotti, rappresentate dall’avvocato Fabio Repici (nella foto Fabio Repici e Vittorio Mazzotti). La corte d’Assise di Como ha indicato il termine di 90 giorni per il deposito della motivazione.
Era il 1° luglio 1975 quando Cristina Mazzotti – che stava rientrando nella villa di famiglia dopo aver festeggiato il diploma insieme ad amici – venne prelevata da un gruppo di banditi. Il giorno successivo al padre, un industriale dei cereali, furono chiesti 5 miliardi di lire di riscatto. L’uomo riuscì a raccogliere un miliardo e 50 milioni e li lasciò ai rapitori in cambio della liberazione della figlia. Il primo settembre, però, la giovane venne trovata morta in una discarica. Per il sequestro e l’omicidio di Mazzotti, il primo dell’Anonima sequestri nel Nord Italia, nel 1977 vennero condannate 13 persone, di cui otto all’ergastolo. Tra questi non c’erano però gli esecutori materiali, dato che l’impronta di un palmo e due impronte digitali raccolte sull’auto della giovane dalla Scientifica risultarono inutili con le conoscenze scientifiche di allora. Nel 2007 la Banca dati digitale della Polizia abbinò una di quelle impronte al reggino Latella, che aveva già alle spalle una lunghissima detenzione. Il gip ne respinse l’arresto per mancanza di esigenze cautelari, ma Latella ammise di aver sequestrato Cristina Mazzotti e disse di averlo fatto insieme a Giuseppe Calabrò e Antonio Talia, che invece negarono tutto. Nel 2012 il fascicolo fu archiviato, tre anni dopo, però, la Cassazione dichiarò imprescrittibile il reato di omicidio volontario e, grazie all’esposto presentato dall’avvocato della famiglia, la procura ha aperto una nuova inchiesta. Se per la pubblica accusa tutti gli imputati avrebbero partecipato al progetto di rapire la 18enne, oggi arriva la prima sentenza che assolve Talia e condanna all’ergastolo gli altri due.

Adnkronos

 

Fabio Repici (Avvocato di Vittorio Mazzotti, fratello di Cristina): ‘È una bella pagina di giustizia per la memoria di una ragazza che aveva 18 anni e stava festeggiando la fine della scuola. Ed è una bella pagina di giustizia per suo fratello e sua sorella che anche per conto del padre di Cristina, che morì per infarto pochi mesi dopo, e della mamma che ha continuato a morire fino a epoca recente e che oggi non c’è più. E’ è una bella pagina di giustizia perché restituisce a quel fratello, a quella sorella la dignità della giurisdizione e dà almeno un minimo senso al dolore che hanno provato e che non li lascerà mai. Dà un senso che tutto sommato la società, il paese sta con loro’.

Ettore Zanoni (Avvocato di Marina Mazzotti, sorella di Cristina): ‘Le prime reazioni dei familiari sono di grande commozione perché a distanza di 50 anni si aggiunge un pezzo di verità. La verità completa non c’è, non la sappiamo ancora perché mancano de dei tasselli, però oggi la Corte ha detto una parola definitiva sulla responsabilità di due soggetti che sono stati coinvolti nel sequestro di questa ragazza. Quindi la reazione è di grande commozione’.

Fonte: Espansione TV

 

 

 

 

 

 

 

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