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Omicidio Caccia, legale famiglia: ‘Alcuni magistrati a Torino e Milano sanno verità’
Dopo più di trent’anni i familiari hanno presentato una denuncia alla Procura di Milano perché riapra le indagini sul caso. Secondo Repici, il procuratore Caccia è stato ucciso perché stava conducendo delle indagini sul Casinò di Saint Vincent e sul riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona. Una pista che chiama in causa la mafia siciliana e i servizi segreti. La stessa che stava seguendo il pretore di Aosta Giovanni Selis, l’unico magistrato che abbia mai subito un attentato dinamitardo nel Nord Italia e morto suicida pochi anni dopo.
Omicidio Caccia, la famiglia torna a chiedere la riapertura del processo
C’è un delitto, a Torino, che da più di trent’anni è in cerca d’autore. È l’omicidio del procuratore Bruno Caccia, assassinato a colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983 mentre portava a passeggio il cane sotto casa. Un omicidio clamoroso, unico caso di magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta nel nord Italia, ancora avvolto dal mistero e inspiegabilmente dimenticato, di cui non sono mai stati individuati gli esecutori materiali. I figli Paola, Cristina e Guido hanno presentato con l’avvocato Fabio Repici due denunce alla Procura di Milano per chiedere la riapertura delle indagini e indicare la pista che potrebbe portare alla soluzione del caso. Una pista che conduce agli interessi criminali legati al Casinò di Saint Vincent e chiama in causa, come mandante, Rosario Pio Cattafi, boss siciliano indicato dai pentiti come trait d’union tra cosa nostra e servizi segreti. Ma le loro richieste sono rimaste, ad oggi, lettera morta. Anche per questo hanno deciso di presentarle pubblicamente oggi, 3 ottobre, alle 18.15 a Palazzo Marino, a Milano, durante un incontro organizzato dalla Commissione antimafia comunale presieduta da David Gentili.
La storia ufficiale racconta che Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta nel nord Italia, è stato assassinato su ordine del boss calabrese Domenico Belfiore che non sopportava più quel magistrato rigoroso, particolarmente duro contro la malavita organizzata. Belfiore sperava che fatto fuori Caccia andasse al suo posto un magistrato più morbido, magari uno di quei togati della procura di Torino che in quegli anni coltivavano pericolose amicizie con i boss. Ad incastrare Belfiore come mandante è il boss catanese Francesco “Ciccio” Miano che registra alcune conversazioni in carcere per conto dei servizi segreti. Ma la collaborazione di Miano produrrà una verità solo parziale, lasciando sul tavolo molti interrogativi irrisolti. Chi ha sparato al procuratore e perché è stato ucciso proprio in quel momento, visto che dava fastidio ai mafiosi già da un po’ di tempo ed era quasi prossimo alla pensione?
Secondo le denunce presentate da Repici, che da luglio è stato affiancato dall’ex magistrato Mario Vaudano in qualità di consulente, il procuratore capo di Torino Bruno Caccia è stato ucciso perché in quel periodo stava conducendo delle indagini sul Casinò di Saint Vincent e sul riciclaggio di denaro sporco proveniente dai sequestri di persona. Ad ordinare l’omicidio sarebbe stato il capo mafia siciliano Rosario Pio Cattafi, oggi al 41 bis, eminenza grigia considerato l’anello di congiunzione tra mafia, massoneria e servizi segreti, sentito come testimone nel processo sulla Trattativa Stato-mafia. Un uomo su cui si erano inizialmente concentrate le indagini del magistrato Di Maggio, titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Caccia, e su cui si concentravano molti indizi raccolti dagli informatori che gravitavano attorno al casinò di Saint Vincent.
Ad Aosta se ne occupava da qualche tempo anche il pretore Giovanni Selis, che scamperà per miracolo a un attentato dinamitardo pochi mesi prima dell’uccisione di Caccia. È lo stesso Selis, sentito dai magistrati di Milano, ad individuare nelle sue indagini sul casinò uno dei possibili moventi dell’attentato di cui era stato vittima. Ai colleghi, Selis racconta di un colloquio avuto con il pm Maddalena della procura di Torino, incaricato da Caccia di seguire le indagini sul casinò, da cui aveva ricavato l’idea di un possibile “collegamento fra le mie indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona”. Un parallelismo inquietante, visto che le indagini sull’attentato di Selis vennero archiviate senza trovare soluzione e il pretore è morto suicida pochi anni dopo. Secondo l’avvocato Repici con Selis “scomparve un testimone decisivo per l’omicidio di Bruno Caccia”.
Degli affari che ruotavano attorno ai tavoli verdi, in connessione con l’omicidio Caccia, aveva parlato nel 1985 anche Luigi Incarbone, che aveva raccontato ai magistrati di aver ricevuto in cella delle confidenza da Franco Chamonal (dirigente del Casinò di Saint Vincent) che gli aveva parlato di “una persona molto importante” che “proteggeva i Greco”. “Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante”, furono le parole di Incarbone. Una descrizione che coinciderebbe alla figura di Rosario Cattafi. Anche i pentiti siciliani Salvatore Parisi e Salvatore Costanza avevano raccontato che il boss Francesco Miano aveva ordinato l’uccisione di un cambia soldi dell’ambiente del Casinò di Saint Vincent, tale Paolo Gattuso, che li ostacolava nel proposito di introdursi nel settore.
Il diritto alla verità non si prescrive
di Elisabetta Santon e Andrea Frisoni (TG RAI Lombardia, posizione: 7′ 40”, 4 ottobre 2014)
Omicidio Caccia, la nuova pista che porta alla mafia dei casinò. E alla “trattativa”
di Alessandro Bartolini (ilfattoquotidiano.it, 3 ottobre 2014)
Si nasconde un’altra storia dietro quei 17 colpi di pistola che la sera del 26 giugno ’83 uccisero a Torino il procuratore capo Bruno Caccia. Una verità che ribalterebbe quella ufficiale scritta nella sentenza del ’92. Con la quale venne condannato all’ergastolo, come mandante, il boss della ‘ndrangheta trapiantata in Piemonte Domenico Belfiore. Ne è convinto Fabio Repici – legale di Guido, Paola e Cristina Caccia, figli del magistrato – secondo cui a volere quell’omicidio fu l’avvocato siciliano Rosario Pio Cattafi, capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto in carcere dal 2012. Ed emissario negli anni Settanta del boss catanese Nitto Santapaola a Milano. Oggi Cattafi è testimone al processo di Palermo sulla Trattativa. Molti pentiti lo hanno indicato come uomo-cerniera tra 007, mafia e massoneria.
E il suo nome torna ripetutamente nelle indagini aperte subito dopo l’omicidio del magistrato torinese. Anche se all’epoca non venne indagato. Repici il 23 luglio scorso ha presentato un esposto alla Procura di Milano per aprire un nuovo fascicolo su quel delitto (un primo è stato archiviato). Indicando l’ ”eminenza grigia” della mafia catanese come mandante, e Demetrio “Luciano” Latella – killer legato a “il Tebano” Angelo Epaminonda, storico boss catanese della Milano degli anni ’70-80 – come esecutore materiale. Secondo il legale dei Caccia, il procuratore venne ucciso per le sue indagini sul riciclaggio di denaro sporco nel casinò di Saint Vincent. Utilizzato da Cosa Nostra per ripulire i soldi provenienti dai sequestri di persona.
Proprio a cavallo degli anni Settanta-Ottanta Cattafi e il broker milanese Gianfranco Ginocchi (poi assassinato nel ’78) erano ritenuti coinvolti nei rapimenti e nel traffico di droga, anche se verranno sempre assolti. Ma non è solo lo spessore criminale a gettare ombre su un suo coinvolgimento. Ci sono altri elementi che legano il boss di Cosa Nostra all’omicidio. C’è ad esempio il suo stretto rapporto con i vertici del casinò aostano in contatto col Sisde, la cui presenza nelle indagini è costante. C’è un “papello” in cui Cattafi indica che a volere quell’assassinio fu il gruppo di Epaminonda legato a Santapaola. E poi c’è una telefonata che parla di una falsa rivendicazione delle Brigate Rosse trovata proprio in casa del capomafia barcellonese. Tutti elementi “incredibilmente trascurati dal pm di Milano Francesco di Maggio, titolare delle indagini”, sostiene Repici. Quello stesso Di Maggio – il magistrato che raccolse fra l’altro le confessioni di Epaminonda – che è vice capo del Dap nel ’93. L’anno in cui non venne rinnovato il 41 bis per oltre 300 boss mafiosi.
Ma per tentare di riavvolgere il filo nero dell’omicidio Caccia che lega spioni, faccendieri e boss bisogna partire proprio da quella telefonata. E’ il 19 giugno 2009. Gli inquirenti di Reggio Calabria intercettano il magistrato Olindo Canali, all’epoca indagato e oggi in servizio al Tribunale di Milano. Il magistrato è stato uditore giudiziario di Di Maggio al tempo delle indagini su Caccia. E quel 19 giugno parla con il giornalista Alfio Caruso di una perquisizione nella casa milanese di Cattafi risalente all’84 e legata alle indagini sul sequestro di Giuseppe Agrati. Un fatto risalente al ’75, per il quale Cattafi verrà prosciolto da Di Maggio nell’86. “In casa di quel Saro Cattafi trovammo la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia… fatta dalle Br – confida Canali – che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”. Di quella rivendicazione non verrà mai trovata traccia nei fascicoli sull’omicidio. Ma Canali conferma per due volte il contenuto della telefonata. Lo fa da testimone al processo a Palermo sulla Trattativa e sulla mancata cattura di Provenzano.
A pochi mesi dal delitto Caccia, emergono dunque elementi che conducono a Cattafi. E per gli investigatori l’assassinio del procuratore porta dritti al casinò di Saint Vincent, infestato dagli affari di boss e colletti bianchi che hanno interessi a Campione d’Italia e sono pronti a infiltrarsi in quello di Sanremo. C’è anche un precedente inquietante: il 13 dicembre del 1982 ad Aosta esplode un’autobomba. L’attentato fallisce, il pretore Giovanni Selis che in quel periodo aveva aperto indagini sulla casa da gioco si salva. Ma c’è di più. Pochi mesi prima di quel 26 giugno ’83, il casinò subì una perquisizione della Guardia di Finanza ordinata proprio da Caccia. L’antefatto di quello che avverrà l’11 novembre successivo. Quando con il blitz di San Martino verranno smascherati gli interessi politici, criminali e finanziari che si nascondono dietro i casinò italiani.
A una manciata di giorni da quei 17 spari, sono dunque questi alcuni degli elementi che legherebbero l’omicidio alla zona grigia di Saint Vincent. Nella quale Cattafi è ben inserito. E della quale conosce molti particolari grazie ai legami che vanta con i suoi vertici. Gli investigatori partono proprio da qui per scoprire il movente e i mandanti. Attivano i loro canali informativi nel casinò aostano: l’allora direttore Bruno Masi e l’industriale Franco Carlo Mariani. Il 10 settembre 1984 a Milano, Mariani è davanti al pm Di Maggio. Queste sono le parole che mette a verbale: “Era stato il colonnello Bertella a chiedermi di raccogliere informazioni sull’assassinio del procuratore Caccia. Fui io a chiedere a Cattafi se ne sapesse qualcosa. Senza alcuna esitazione il Cattafi mi riferì le informazioni riportate nel rapporto medesimo, riservandosi di specificarle ulteriormente ai destinatari (…) dopo aver ottenuto il porto d’armi, operazione che li avrebbe accreditati ai suoi occhi”. E’ ancora Mariani che parla: “Cattafi si dichiarò disposto ad indicarmi (…) il killer” di Caccia, un certo “Luciano”. Mariani chiede a Cattafi di rivelargli la sua fonte. L’avvocato però si limita a dire che “avrebbe dettagliato l’informazione prendendo contatto diretto” con Enrico Mezzani, sedicente emissario del Sisde e tramite fra lo stesso Mariani e il tenente colonnello della Guardia di Finanza di Alessandria Michele Bertella, l’ufficiale incaricato di raccogliere più notizie possibili sull’omicidio.
E sul tavolo del Sisde arriva anche un “papello” che raccoglie le imbeccate di Cattafi. Si intitola “Architetto Caccia Dominioni”. Dentro si legge: Caccia “è stato fatto fuori non dai calabresi (…) ma da un gruppo capeggiato da Epaminonda (catanese). Sempre come sfondo vi è la questione (…) inerente Saint Vincent, Sanremo, Campione (…) era convinto che tutti i soldi sporchi arrivassero lì. Il killer è legato a Santapaola”. Dell’informativa non rimarrà traccia nel fascicolo. L’avvocato legato a Santapaola sembra quindi pronto al grande salto: fornire dettagli per stringere legami con persone in odore di Servizi. Siamo nel novembre ’83, cinque mesi dopo l’assassinio. Il 30 maggio ’84 è invece Di Maggio in persona a recarsi in Svizzera per ascoltare Cattafi detenuto nel carcere di Bellinzona. L’argomento è l’omicidio del magistrato: il verbale rimarrà sconosciuto agli atti dell’inchiesta.
Nel 1985 poi Luigi Incarbone, interrogato dai magistrati torinesi, dichiara: “Sono stato detenuto con Franco Chamonal (del Casinò di Saint Vincent) che ancora oggi mi fa arrivare 500 mila lire. Mi disse che Caccia è morto per il fatto del Casinò… che il mandante era un palermitano importante che aveva conosciuto e che aveva deciso l’omicidio…”. Per l’avvocato dei Caccia quel palermitano altri non è che Cattafi. Di Maggio invece identificherà Belfiore come unico mandante dell’omicidio. Grazie soprattutto al detenuto-collaboratore catanese Francesco Miano che in carcere registra di nascosto la confidenza del mammasantissima: “Per Caccia dovete ringraziare solo me”. Lo stesso Miano che venne attivato dal Sisde, come sancito dagli atti del processo. Ma, si legge nell’esposto dell’avvocato Repici, anche “su sollecitazione giudiziaria”.
Alessandro Bartolini
Caccia, nuove accuse della famiglia
di Massimiliano Peggio (La Stampa, 4 ottobre 2014)
Ombre sinistre, di intrighi criminali e soldi sporchi fagocitati dal Casinò di Saint Vincent agli inizi degli anni ottanta, si protendono ancora oggi sull’omicidio di Bruno Caccia, ex procuratore capo di Torino assassinato sotto casa il 26 giugno 1983 e per il quale nel 1992 è stato condannato in via definitiva Domenico Belfiore. Ombre che potrebbero ‘imbarazzare la magistratura’, riemergendo tra le pieghe delle indagini condotte a suo tempo a Milano dal pm Francesco Di Maggio, titolare dell’inchiesta, morto nel 1996. Se oggi fosse vivo sarebbe imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia, per il suo ruolo di vice responsabile del dipartimento di amministrazione penitenziaria quando nel 1993 l’allentamento del carcere duro favorì i boss di Cosa Nostra.
L’appello
E’ da queste premesse che, ieri sera, a Palazzo Marino a Milano, le figlie dell’ex procuratore Caccia, assistite dall’avvocato Fabio Repici, hanno chiesto con forza la riapertura delle indagini, ricordando che lo scorso 13 luglio hanno depositato una denuncia alla procura di Milano contro due criminali, ritenuti coinvolti nell’agguato. Lo hanno fatto in un incontro pubblico, cui hanno patecipato Nando dalla Chiesa, Fosca Nomis, presidente della Commissione antimafia del comune di Torino, e David Gentili, presidente della commissione milanese.
Nuove accuse
Già lo scorso anno i familiari avevano presentato un esposto per chiedere la riapertura del caso, ma la procura milanese aveva poi archiviato. Adessso, l’avvocato Repici, dopo aver condotto indagini documentali, è tornato alla carica portantdo nuovi elementi tratti da vecchi fascicoli d’indagine e interrogatori, che collegherebbero l’omicidio di Caccia con il tentato omicidio dell’ex pretore di Aosta Giovanni Selis, sfuggito ad un’autobomba. Il legame sono le indagini sul riciclaggio di soldi sporchi, derivati dai sequestri di persona, ai tavoli del Casinò. E i nomi che emergono nella nuova denuncia sono quelli di Rosario Pio Cattafi, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, tuttora detenuto in regime di 41 bis e Demetrio ‘Luciano’ Latella che, nell’atto d’accusa, è definito ‘mafioso indicato da numerosi collaboratori di giustizia come trait d’union fra i clan siciliani e calabresi di Milano e quelli di Torino’. Vite criminali, le loro, con stroie inmtrecciate a sequestri di perosna. Ma Latella, si legge nella denuncia, pluriergastolano già indicato come possibile killer di Caccia, è in semilibertà dal 2006 ‘inspiegabilmente, pur non avendo mai collaborato con la giustizia’. Vantaggi che potrebbero far pensare ad una sua collaborazione con i servizi segreti.
Scenari
Da più parti sarebbe enerso che a casa di Cattafi, a Milano, fu trovato il testo della falsa rivendicazione telefonica dell’omicidio Caccia, attribuito come depistaggio alle Br. L’appunto fu restituito ed il testo mai trascritto. Perché? Caccia stava indagando su Saint Vincent prima di essere ucciso. In un verbale, un detenuto afferma di aver raccolto una confidenza in carcere: ‘Mi dissero che Caccia è morto proprio per il fatto del Casinò’.
Massimiliano Peggio
Bruno Caccia, il diritto alla verità – il video integrale dell’incontro
Ne abbiamo perlato con: Paola e Cristina Caccia, Fabio Repici (avvocato famiglia Caccia), Fosca Nomis (Presidente Commissione Antimafia a Torino), Nando dalla Chiesa e David Gentili (Presidente Commissione Antimafia a Milano).
Bruno Caccia


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