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Omicidio Bruno Caccia, la figlia Paola e l’Avv. Fabio Repici ascoltati dalla Commissione antimafia di Torino – 15/11/2018

di Redazione – Pubblichiamo di seguito la trascrizione dell’audizione di Paola Caccia e dell’Avv. Fabio Repici che ha avuto luogo il 15 novembre 2018 davanti alla Commissione Consiliare Speciale per la promozione della cultura della legalità e del contrasto dei fenomeni mafiosi presso il Comune di Torino. L’audizione è stata di fondamentale importanza per fare il punto sui processi e le indagini attualmente in corso sull’omicidio del procuratore Bruno Caccia, avvenuto a Torino il 26 giugno 1983.

 

Intervento di Carlotta Tevere, Presidente della Commissione Consiliare Speciale per la promozione della cultura della legalità e del contrasto dei fenomeni mafiosi presso il Comune di Torino.

Buongiorno a tutti, riapro i lavori della Commissione. Oggi la Commissione speciale di promozione della cultura della legalità e del contrasto dei fenomeni mafiosi è convocata in seduta congiunta alla Conferenza dei capigruppo. All’ordine gel giorno, come avete visto dall’avviso di convocazione, abbiamo l’Audizione dell’Avvocato Repici, il legale della famiglia del Procuratore Bruno Caccia, per un aggiornamento sulla riapertura delle indagini ed abbiamo anche con noi la figlia del Procuratore Caccia, Paola Caccia. Prima di iniziare la seduta e dare la parola ai nostri ospiti, volevo fare un ringraziamento ed anche una richiesta di scuse: il ringraziamento va all’Avv. Repici per aver accettato l’invito a tornare in Commissione, era già stato qui assieme a Paola Caccia nel 2015, e alla famiglia Caccia ovviamente il mio ringraziamento per la presenza oggi, e le scuse perché mi sono accorta che, dalla lettura dell’avviso di convocazione, parrebbe che il Procuratore avesse una sola figlia, Paola. Invece il Procuratore aveva tre figli: Paola, Cristina e Guido. Quindi chiedo scusa per questa formalità dell’avviso di convocazione.

Oggi qui con noi, e la ringrazio per essere venuta, c’è anche la Dott.ssa Paola Bellone che è l’autrice del libro ‘Tutti i nemici del Procuratore. L’omicidio di Bruno Caccia’, la ringrazio per essere venuta. Ringrazio anche tutti coloro che in questi anni hanno fatto il possibile per mantenere alto non solo il ricordo del Procuratore (penso alla scuola primaria D’Azeglio che annualmente organizza questa cerimonia, molto toccante: io ho partecipato quest’anno ed è stata davvero emozionante) ma anche l’attenzione sulla vicenda processuale che è ancora in corso. La seduta di oggi in realtà era stata programma per domani perché domani il Dott. Caccia avrebbe compiuto 101 anni, però per improrogabili impegni lavorativi dell’Avv. Repici, che sono comprensibilissimi, abbiamo deciso di anticiparla ad oggi. Come anticipato prima la stessa audizione si è tenuta il 26 giugno 2015 presso la Commissione allora presieduta dalla collega Nomis e veniva audito l’Avv. Repici il quale esponeva le ragioni per le quali la famiglia chiedeva la riapertura delle indagini. Il 26 giugno del 2018 sono trascorsi 35 anni dall’omicidio del Dott. Caccia e l’ultima sentenza non definitiva è del 17 luglio 2017. Brevemente vi do solo alcune date per chi non conosce bene la situazione poi lascio la parola a Paola e all’Avv. Repici.

16 giugno 1989: la Corte dichiara Belfiore Domenico colpevole dei reati ascritti condannandolo alla pena dell’ergastolo, Placido Barresi viene invece assolto per insufficienza di prove e per effetto ne viene disposta la scarcerazione.

25 maggio 1990: la prima Corte di Assise di appello di Milano conferma la sentenza di prime cure, condanna per Domenico Belfiore ed assoluzione per Barresi.

9 aprile 1991: la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma annulla la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinvia per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

28 febbraio 1992: la seconda sezione della Corte di Assise di appello di Milano conferma la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Domenico Belfiore e lo condanna alla pena dell’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia. La sentenza verrà poi impugnata dalla difesa di Domenico Belfiore.

23 settembre 1992: la Quinta sezione Penale della Cassazione conferma definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

 

Per arrivare ai giorni nostri, sappiamo che nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 dicembre 2015 a Torino la Polizia arresta un uomo di 62 anni di origini calabresi, Rocco Schirripa: è accusato di essere uno degli uomini che la sera del 26 giugno 1983 in via Sommacampagna uccise, qui a Torino, con 14 colpi di pistola, l’allora Procuratore della Repubblica Bruno Caccia.

Fatta solo questa breve premessa perché così tutti abbiamo il quadro della vicenda processuale, ringrazio tutti nuovamente per essere qui e lascio la parola prima a Paola Caccia e poi all’Avv. Repici.

 

Intervento di Paola Caccia

Buongiorno a tutti. Io più che altro volevo ringraziare il Comune di Torino perché proprio qui, in questa sala, qualche anno fa, è iniziato questo nuovo corso, lo chiamo io, cioè noi fino al trentennale di mio padre non avevamo fatto nessuna azione per capire qualcosa di più, pur avendo moltissimi dubbi su quello che era venuto fuori dal primo processo. A Torino avevamo partecipato a tantissime cerimonie, pure belle, di commemorazione. Quando hanno chiesto a qualcuno della famiglia di venire qui perché si voleva organizzare qualcosa in più per il trentennale, patrocinato dal Comune di Torino, mi hanno fatto partecipare grazie a Libera che fa parte di questa Commissione, mi era stata offerta la possibilità di venire qua. Allora in quell’occasione insieme ai miei fratelli abbiamo deciso di scrivere una ‘letterina’ di poche righe dove chiedevamo alle Istituzioni, genericamente, di affiancare a queste cerimonie, a questi ricordi, a queste occasioni, che pure ci facevano piacere, un impegno a capire la verità perché non è possibile che un Procuratore di questa città sia stato ucciso e sia venuto fuori quasi niente, in pratica solo l’organizzatore Domenico Belfiore, che ha avuto l’ergastolo, ma non avevamo capito il perché, il movente e le vere responsabilità. Abbiamo scritto questa letterina che però è andata in giro, è stata letta per esempio da Caselli all’inaugurazione dell’anno giudiziario, è andata sulla stampa, è andata in internet come tutto il resto.

In quell’occasione l’Avv. Repici, che non conoscevamo, che stava indagando su altre cose e stava facendo altri processi soprattutto siciliani, ci ha contattato perché aveva trovato un importantissimo indizio sul caso Caccia. Da lì è partito, proprio da quel momento lì, io personalmente ho cominciato ad occuparmene: noi non avevamo mai letto gli atti del processo, ci fidavamo che era stato fatto tutto il possibile, all’inizio. Poi, dopo i risultati del processo, non eravamo soddisfatti, però non avevamo mai avuto il coraggio, posso dire così, di occuparcene in prima persona. Grazie all’Avv. Repici che ci ha permesso di capire qualche cosa di più, di iniziare un percorso, siamo riusciti a fare riaprire il processo con molta fatica come vi racconterà lui. Quindi io sono comunque grata a questa Salda dell’Orologio perché è da qui che è cominciato, oramai sono passati cinque anni, ed è tutto cambiato, perché noi ora abbiamo le idee non dico chiarissime, ma un pochino più chiare, anche se processualmente non siamo riusciti ad ottenere molto come vi spiegherà l’Avvocato. Quindi il mio pensiero è questo: un ringraziamento.

 

Intervento dell’Avv. Fabio Repici

Parto anche io dai ringraziamenti alla Presidente e a tutti i componenti della Commissione per questo invito che, davvero senza piaggeria, ho raccolto con gratitudine per le ragioni già espresse da Paola Caccia e in aggiunta, anche, per mie ragioni personali perché non sempre, nelle vicende giudiziarie nelle quali io mi sono trovato impegnato per ragioni professionali, ho visto il supporto anche solo morale o l’attenzione politica, che è una cosa importante per consentire o, alle volte, perfino costringere, nei casi di maggiore neghittosità, l’Autorità Giudiziaria a muoversi in maniera più completa e corretta di quanto alle volte purtroppo è capitato. Io faccio questo discorso e lo apro con una premessa: chiedo preventivamente venia per il carattere poco rituale o formalista delle mie parole, io non riesco ad esporre le mie idee ed i dati di mia conoscenza nella maniera più sincera, trasparente e alle volte, purtroppo, perché così è la realtà, dura.

 

Io sono stato audito in questa sede già oltre tre anni fa. Io venni audito sostanzialmente sullo stesso tema odierno che oggi è molto aggiornato. Quando venimmo auditi il 26 giugno 2015 di nuovo congiuntamente io e Paola Caccia, non c’era ancora un procedimento penale avviato sull’omicidio del procuratore Caccia. Era avvenuto che dal 10 luglio 2013 ripetutamente il sottoscritto difensore, nell’interesse dei familiari ed in particolare dei figli del Dott. Bruno Caccia, aveva presentato alla Procura funzionalmente competente, cioè alla Procura di Milano, ripetute denunce e memorie alle quali avevo allegato, mi permetto di dire, notevole e significativa documentazione per la gran parte frutto di attività di indagine difensiva che avevo svolto. Fino a quella data (26 giugno 2015, ndr) c’era stata un’omissione della Procura di Milano nell’iscrizione del procedimento penale. Noi avevamo denunciato per l’omicidio del Procuratore Caccia due persone non solo individuate e indicate, ma perfino generalizzate: si chiamano Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella. Sulla scorta di una denuncia per omicidio nei confronti di due persone, per due anni la Procura di Milano mantenne un atteggiamento omissivo nella mancata iscrizione della notizia di reato.

 

Qualche giorno prima dell’audizione di tre anni fa, insieme ad una persona che ci ha fatto da consulente tecnico e che in realtà ci ha dato un supporto professionale, morale, conoscitivo enorme e smisurato ed è un uomo di cui questa città non ha che da andare fiera ed orgogliosa, il Dott. Mario Vaudano, io e Mario Vaudano avevamo avuto un incontro con l’allora reggente della Procura Generale di Milano, a cui avevamo segnalato quella omissione. La Dott.ssa Bertolè Viale, questo è il magistrato, raccogliendo non solo le nostre parole ma anche i documenti che producemmo e che la lasciarono visibilmente basita, intimò alla Procura di Milano l’iscrizione della notizia di reato già denunciata due anni prima. Così nasce il 2 luglio dell’anno 2015 il procedimento penale che poi nei suoi sviluppi ha condotto, tra le altre cose, alla sentenza emessa il 17 luglio 2017 di condanna all’ergastolo nei confronti di Rocco Schirripa da parte della Corte di Assise di Milano. Questo è il quadro di premessa.

 

A questo punto io intendo fare una precisazione e una puntualizzazione: oltre all’audizione che venne fatta tre anni fa in questa sede, un po’ più recentemente, Paola Caccia ed io siamo stati auditi dal Comitato della Commissione Parlamentare Antimafia – la data credo che sia il 10 maggio dell’anno 2017 – presieduto dall’allora Deputato Davide Mattiello, anch’egli uno dei personaggi istituzionali che avevano mostrato grandissima attenzione ed avevano fornito grandissimo supporto istituzionale alla vicenda giudiziaria. In quell’occasione, anche a causa di una notizia d’agenzia non esattamente corrispondente alle parole pronunciate in quell’occasione, c’è stata una sollevazione di alcuni magistrati che hanno fatto un attacco pubblico anche alla persona di Paola Caccia.

 

Io in questa sede parlo a titolo personale, non sono in un’aula giudiziaria e quindi non sto parlando a nome di nessuno, non rappresento nessuno: rappresento me stesso nella mia condizione di cittadino e di professionista. Voglio puntualizzare che dal 2013, grazie anche ai rapporti che la famiglia Caccia aveva avuto ovviamente modo di coltivare con gran parte degli esponenti della magistratura torinese, io personalmente ho avuto supporto morale e alle volte anche aiuto per cercar di comprendere le dinamiche che c’erano state alla base dell’omicidio Caccia, non solo dal Dott. Mario Vaudano, ma anche da altri magistrati: vi posso segnalare nominativamente il Dott. Giancarlo Caselli, il Dott. Ugo De Crescenzo, il Dott. Livio Pepino e il Dott. Roberto Sparagna. Quindi nessuna accusa di ammutinamento all’intera magistratura torinese: quella era una notizia falsa e la replica a quella notizia falsa era viziata di falsità visto il dato presupposto. Questo ci tengo a chiarirlo: nessuno di noi, io per primo, ha mai pensato che fosse cosa anche solo ipotizzabile muovere guerra alla magistratura torinese. Io ho rappresentato e rappresento processualmente i figli del magistrato più illustre della storia giudiziaria torinese e quindi ho ben contezza dell’importanza dell’Istituzione giudiziaria. Senonché, naturalmente, io rifuggo da qualunque ipocrisia di sistema che porti a dover tradurre in accusa all’Istituzione giudiziaria la specifica critica di condotte di singoli esponenti della magistratura. Sono due cose separate che solo l’analfabetismo istituzionale può far combaciare. Questa è una premessa alla quale io tengo.

 

Si avviò il procedimento penale a Milano nei confronti dei due denunciati: Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella. PM titolare del fascicolo fu il Dott. Marcello Tatangelo. Possiamo dire che su Cattafi e Latella non fu svolta pressoché alcuna attività di indagine, il pressoché è forse perfino generoso.

 

Perché avevamo sporto quella denuncia? Vi risulta dalla trascrizione della mia audizione in questa sede di tre anni fa: avevamo scoperto che nel primo fascicolo giudiziario che si aprì sull’omicidio di Bruno Caccia e che poi andò nella direzione del processo a carico di Domenico Belfiore, condannato come uno degli organizzatori del delitto Caccia, scoprimmo che una gran parte del primo faldone – significativamente si trattava della prima attività di indagine non diretta dalla procura di Milano ma ricevuta dalla procura di Milano – riguardava una possibile causale del delitto e la possibile responsabilità di vari personaggi.

 

Vi ha già detto Paola Caccia che la giustizia, che si è formata fino ad oggi, è una giustizia parziale sull’omicidio Caccia nel senso che, nonostante ci siano commentatori che si sforzino di inventare che nelle sentenze a carico di Belfiore o che nella sentenza a carico di Schirripa ci sia indicata la causale del delitto, questa è una menzogna perché in quegli atti giudiziari non c’è indicata la causale del delitto. Nel primo processo a carico di Belfiore c’è scritto che il Procuratore Caccia venne ucciso perché magistrato integerrimo, incorruttibile e inavvicinabile. Questa dovrebbe essere la caratteristica di qualunque appartenente all’ordine giudiziario. Io mi preoccupo quando leggo una cosa del genere in una sentenza perché, per converso, dovrei dedurre al contrario che si è ucciso il Procuratore Caccia e non altri perché solo lui aveva quelle caratteristiche: noi sappiamo che questo è un dato contrario al vero, naturalmente. Si è provato a dire che, allora, si era ucciso il procuratore Caccia perché particolarmente pericoloso per gli interessi del clan calabrese operante a Torino e guidato da Domenico Belfiore, ma in realtà c’è un dato di fatto insuperabile, insormontabile e documentale: mai nessun magistrato che ha svolto indagini sull’omicidio Caccia o nessun giudice che abbia celebrato processi sull’omicidio Caccia ha acquisito un solo documento della procura di Torino, precedente al 26 giugno 1983, dal quale comprendere quale fosse l’attenzione maggiore del Dott. Bruno Caccia nel periodo precedente alla sua morte. E’ ovvio che, per come ha insegnato la storia di Bruno Caccia, l’attenzione di Bruno Caccia era quella doverosa per ogni singolo atto del suo ufficio, ma naturalmente è soggetto che non sa come funzionano le cose negli uffici giudiziari chi non comprende che, naturalmente, all’attenzione del Procuratore della Repubblica, fisiologicamente, vanno gli affari più importanti. Non si può fare un discorso che riguardi in modo indifferenziato qualunque atto del suo ufficio perché io ritengo sia proprio un’idea che vada contro il rispetto morale che va mantenuto nei confronti di Bruno Caccia. Mai l’Autorità giudiziaria competente ha voluto sapere quali fossero gli affari giudiziari che maggiormente stavano a cuore negli ultimi tempi a Bruno Caccia. Guardate che questa cosa che dico ha anche un riverbero di carattere documentale che dimostra ontologicamente quanto vi ho detto. Il Procuratore Caccia, come vi è stato riferito, aveva tre figli: il primogenito Guido Caccia e poi Paola e Cristina Caccia. Né Paola né Guido Caccia sono mai stati sentiti da alcun magistrato che si è occupato dell’uccisione del loro padre. Venne sentita solo Cristina Caccia perché la sera del 26 giugno 1983, essendo ancora convivente con il padre ed essendo avvenuto l’omicidio a poche decine di metri di distanza dalla casa del Procuratore Caccia, naturalmente fu una delle prime persone disgraziatamente ad arrivare sul luogo del delitto. Il punto è che nessuno ha mai avuto la curiosità di sapere se per caso i più stretti congiunti di Bruno Caccia avessero qualche informazione utile all’accertamento della verità. Cosicché, per puro paradosso, le parole di Guido Caccia sono state raccolte solo in sede giornalistica e conosciute dai cittadini italiani solo per effetto di una pubblicazione di un articolo di stampa e sono dichiarazioni che solo un folle può definire come non rilevanti perché il figlio di Bruno Caccia riferì l’ultima – e forse l’unica – confidenza fattagli da Bruno Caccia nella stessa giornata all’esito della quale fu ucciso. In quell’occasione Bruno Caccia disse al figlio Guido: ‘Ne vedremo delle belle. Scoppierà qualche cosa di grosso’. Noi sappiamo per dato di realtà che, dopo il 26 giugno 1983, nulla di grosso è capitato su iniziativa di quell’ufficio giudiziario. Però sappiamo – e l’abbiamo scoperto, trovando la documentazione che era stata del tutto trascurata nel processo Belfiore – che la vicenda giudiziaria della quale si stava occupando in quel momento la Procura di Torino, la più delicata in relazione all’imminenza dell’omicidio di Bruno Caccia, faceva riferimento al casinò di Saint Vincent e faceva riferimento ai decreti di perquisizione e sequestro che furono eseguiti il 17 e il 18 maggio del 1983. Questo è il motivo per cui avevamo segnalato alla procura di Milano che questa era ben più che un’ipotesi di causale di un delitto perché, contrariamente a quanto è stato raccontato in alcune sedi, quell’ipotesi perseguita dalla Procura di Torino vedeva, nel suo fuoco, la possibilità che il casinò di Saint Vincent, nei suoi vertici, nella sua struttura dirigenziale – come intera struttura – fosse una macchina utilizzata per il riciclaggio del denaro delle mafie ed in particolare per il riciclaggio dei proventi dei riscatti dei sequestri di persona. Questo è un dato che emerge documentalmente se qualcuno voglia leggere i decreti perché nei decreti, che portano anche al sequestro di tutti i conti correnti del casinò e di tutti i conti correnti dei dirigenti del casinò, c’è scritto che l’ipotesi di reato non è l’occasionale riciclaggio fatto dal singolo giocatore che, di nascosto rispetto all’amministrazione del casinò, andava a giocare, bensì c’è scritto l’esatto contrario: si ipotizza che quella struttura sia una lavanderia dei soldi delle mafie. E’ pacifico un dato: muore Bruno Caccia e quel procedimento si sgonfia. Poiché bisogna essere puntuali nelle esposizioni, possiamo aggiungere questo: l’11 novembre del 1983 fu eseguito il cosiddetto blitz di San Martino congiuntamente fra gli uffici giudiziari milanesi e torinesi, blitz che riguardava la scalata delle mafie ai casinò di Campione d’Italia, Saint Vincent e Sanremo. Era un’attività parallela e coordinata perché fu svolta sia dalla procura che dall’ufficio istruzione milanesi, sia dalla procura e dall’ufficio istruzione torinesi. Quel procedimento arrivò a una ordinanza-sentenza – siamo nel vecchio rito – sia a Milano che a Torino. A Torino nell’ordinanza sentenza – sono migliaia di pagine, vado a memoria, io ce l’ho ricostruita in dieci file, quindi vi lascio immaginare – vengono fatti i ringraziamenti di tutte le forze di Polizia possibili, di tutti i soggetti possibili, non compare il nome di Bruno Caccia. Questo è magari un dato di forma e galateo istituzionale, il punto è che l’ipotesi di reato di mafia (416 bis) fu oggetto di generale proscioglimento. A Torino per la vicenda dei casinò non c’è stato un solo imputato per mafia, la partita si chiuse in istruttoria. Aggiungo che in realtà neanche a Milano andarono molto oltre nel senso che anche a Milano fioccarono le assoluzioni per mafia e addirittura il boss Benedetto Santapaola, il capomafia catanese che aveva sicuramente raggiunto il controllo del casinò di Saint–Vincent, fu assolto. La stessa cosa avvenne per Giuseppe Bono e per tanti altri personaggi illustri della genealogia mafiosa.

 

A tutto questo dovete aggiungere un’altra cosa: io frequentemente ho parlato di damnatio memoriae sulla figura di Bruno Caccia ed ho fatto un paragone. Quando fu celebrato il funerale di Bruno Caccia, era presente l’intero Stato: c’era il Presidente della Repubblica, c’erano le più alte cariche, il ministro dell’interno, lo Stato era lì. Quattro anni prima era stato ucciso un uomo che oggi è altrettanto noto, Giorgio Ambrosoli. Al funerale non ci andò nessuno dei rappresentanti istituzionali, l’unico era un pensionato, l’ex Governatore della Banca d’Italia Banfi che aveva dovuto lasciare grazie ad un’indagine sindonian–andreottiana della procura di Roma che, poiché Ambrosoli si era opposto alle manovre per salvare il mafioso banchiere Michele Sindona, era stato gambizzato dall’allora ‘porto delle nebbie’ ovvero la procura di Roma. Se voi pensate a cosa è successo nella considerazione pubblica e nell’immaginario collettivo, sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli avete letto libri – il bellissimo ‘Un eroe borghese’ di Corrado Stajano –, avete visto film con regie particolarmente autorevoli e protagonisti altrettanto autorevoli. Fino a qualche anno fa, fino al 2013 l’attenzione degli organi di informazione e dei mezzi di divulgazione sull’omicidio Caccia era stata pressoché penosa. Solo al 2013 possiamo riferire un prodotto che finalmente – non lo faccio per spirito di piaggeria essendo qui uno degli autori, ma perché è quello che penso –  con grande perizia e altrettanto lavoro venne divulgato un documentario, patrocinato dall’associazione Libera, del quale furono autori il qui presente Davide Pecorelli e altri due autori (Elena Ciccarello e Christian Nasi, ndr). Poi è arrivato un importante libro che è stato pubblicato a gennaio 2017, c’è qui l’autrice. Questo per dirvi di come due eventi, entrambi di enorme rilievo, avevano avuto un’iniziale attenzione differenziata a favore della figura di Bruno Caccia e una ‘coltivazione’ nell’immaginario collettivo esattamente al rovescio. Perché? Bisognava rimuovere dall’immaginario collettivo ciò che c’era dietro l’omicidio del procuratore Caccia.

 

A proposito di damnatio memoriae solo una persona in questa regione, se consideriamo la Val d’Aosta come una parte di questo territorio, ha subito una damnatio memoriae peggiore ed era un altro magistrato, il pretore di Aosta Giovanni Selis, che il 13 dicembre 1982 fu vittima di un’autobomba proprio mentre stava indagando sul casinò di Saint Vincent. Il primo magistrato vittima di un’autobomba non è stato Paolo Borsellino, non è stato neanche Rocco Chinnici –  (ucciso, ndr) il 29 luglio 1983 – ma è stato il pretore di Aosta Giovanni Selis. Su quella vicenda l’Autorità giudiziaria milanese non è stata capace di celebrare un processo, è stato tutto archiviato. Rimangono solo le parole di Giovanni Selis subito dopo il blitz di San Martino in cui rievocò i suoi rapporti con Bruno Caccia e che la filiera del riciclaggio al casinò di Saint Vincent era quella che aveva portato all’attentato contro di lui e anche all’omicidio del Procuratore Caccia. A proposito delle inerzie della giustizia milanese io vi segnalo che, nonostante ci siano state dichiarazioni pubbliche sulla stampa, Giovanni Selis non è mai stato sentito dalla Procura di Milano come testimone, è morto – trovato impiccato nella cantina di casa sua nella mattina del 10 maggio 1987 e quindi erano passati ben più di tre anni dall’omicidio Caccia – senza che nessuno avesse la curiosità di sentirlo. E’ rimasto solo un verbale della procura di Milano sull’attentato da lui subito – verbale del 15 gennaio 1983 – nel quale egli mise nero su bianco che anche dell’attentato ai suoi danni e soprattutto della causale e soprattutto del riciclaggio al casinò di Saint Vincent, si stava occupando la Procura di Torino. Questo viene messo a verbale da Giovanni Selis, poi se lo dimenticarono tutti.

 

Ritorniamo a molti anni dopo e quasi qualche decennio dopo. Non viene svolta alcuna attività ma, pressoché nell’immediatezza, … una informativa di notizia di reato fatta di propria iniziativa, non su delega dell’Autorità Giudiziaria, dalla squadra mobile di Torino (viene, ndr) consegnata la mattina di sabato 1 agosto 2015 nella mani del Dott. Tatangelo. (Con questa, ndr) informativa si richiedeva l’attivazione di intercettazioni telefoniche nei confronti di Domenico Belfiore, che nel frattempo era stato scarcerato per motivi di salute e viveva a Chivasso, nei confronti del cognato di Belfiore, Placido Barresi, la persona che era stata imputata con lui e poi definitivamente assolta, e nei confronti di un mafioso che si chiama Rocco Schirripa e dei suoi congiunti. Tutte le attenzioni dell’indagine furono rivolte a Schirripa.

 

Io segnalo una cosa che è opportuno dire. Nel giro di contatti che io ho avuto con numerosi magistrati torinesi prima di depositare la prima denuncia, a me personalmente alti magistrati di questo distretto avevano detto che ogni sforzo per cercare ulteriore verità e giustizia sull’omicidio del Procuratore Caccia era tempo perso e mi era stato detto: ‘Guardi che i killer di Caccia sono morti, uccisi nelle loro guerre fra bande’. Però questo non risultava da alcun atto giudiziario, era una visione attraverso una sfera di cristallo che evidentemente il mio interlocutore mi proiettava. Questo per dire come ci siano state forti spinte, fino a che noi abbiamo costretto la procura milanese a riattivare le indagini, perché nessuna indagine venisse più fatta, perché calasse definitivamente il velo. Poi grazie all’intimazione della procura generale, la procura di Milano comunque dovette agire. A quel punto non passò più la versione ‘non ci sono indagini da fare, i killer sono morti, tutto quello che si poteva sapere l’abbiamo già saputo’, la versione fu ‘abbiamo trovato uno dei due killer, Rocco Schirripa’, il quale viene raggiunto da misura cautelare in carcere il 22 dicembre del 2015 ed ho vivo – e non del tutto piacevole – il ricordo della conferenza stampa, un po’ imbarazzante, che quel giorno fu fatta alla procura di Milano, dove gli sforzi del difensore dei figli del Procuratore Caccia furono oggetto, a voler essere eufemisti, di spiacevole ironia se non, addirittura, destinatario (il difensore dei figli del Procuratore Caccia, ndr) di toni e parole ai limiti della calunnia. Si disse sono tutte farneticazioni quelle che riguardano qualunque area di responsabilità estranea a Domenico Belfiore e a Rocco Schirripa. Fu indicata ai giornalisti dall’allora Procuratore aggiunto presso il tribunale di Milano, Dott.ssa Ilda Boccassini, la certezza che Rocco Schirripa fosse una delle due persone che il 26 giugno del 1983 avevano sparato a Bruno Caccia. In realtà in quell’ordinanza si arrivava anche a dare capacità particolarmente eclettiche a Rocco Schirripa perché in tratti dell’ordinanza sembrerebbe dirsi, anzi si dice, che Rocco Schirripa era il passeggero che era sceso dall’auto ad esplodere gli ultimi colpi di pistola contro il Procuratore che era ormai a terra sul marciapiede e, al contempo, era stato anche il guidatore della macchina che aveva sparato i primi colpi che avevano colpito il Procuratore Caccia facendolo cadere. Da quell’ordinanza di custodia cautelare nacque un dibattimento con decreto di giudizio immediato, ci fu un dibattimento che si concluse il 30 novembre del 2016 con una sentenza di non doversi procedere da parte della Corte di Assise di Milano perché Schirripa nell’anno 2000 era stato indagato ed archiviato come ipotetico responsabile dell’omicidio Caccia e, al momento in cui era stato iscritto sul registro degli indagati il 25 novembre dell’anno 2015, la procura aveva fatto questo senza chiedere la necessaria autorizzazione alla riapertura delle indagini al locale GIP. Di questo difetto, nella cecità di molti, mi avvidi io. Considerate che se quel processo fosse arrivato a condanne in primo grado e secondo grado, se anche all’ultimo giorno in Cassazione fosse stato rilevato quel vizio, ogni pronunciamento sarebbe stato annullato ed il procedimento sarebbe dovuto ripartire da zero con un ritenuto killer, quindi, che doveva esser rimesso in libertà.

 

Fu riavviato il procedimento, si arrivò ad un nuovo dibattimento che si è concluso il 17 luglio del 2017 con la condanna di Rocco Schirripa all’ergastolo. Fin dal processo conclusosi in quel modo sciagurato con la sentenza di proscioglimento nei confronti di Schirripa per la violazione di una norma del codice, l’articolo 414, io in quell’occasione, nella qualità di patrocinatore dei figli e di due nipoti di Bruno Caccia, segnalai che la storia, a mio modo di vedere, non era esattamente corrispondente a quanto si era letto nell’ordinanza di custodia cautelare. Segnalai che risultava evidente come Schirripa avesse avuto un ruolo gregario nell’omicidio Caccia, perché naturalmente l’omicidio più ‘eccellente’ – consentitemi l’espressione – della storia torinese non può immaginarsi esser stato commesso da due sole persone che spararono a Bruno Caccia nella sera del 26 giugno 1983 e su mandato del solo Domenico Belfiore. Oltre ad innumerevoli ragioni basta citare le stesse parole di Domenico Belfiore sia quando venne registrato in carcere nel 1983–1984 dal boss catanese allora detenuto Francesco Miano, sia quando è stato esaminato nel processo a carico di Schirripa. Nelle registrazioni di Miano, Belfiore, dicendo la sola seguente frase ‘Per l’omicidio Caccia dovete ringraziare me’ (ha pronunciato, ndr) la frase (che è stata, ndr) riferita da Miano a dibattimento per cui Belfiore è stato giustamente condannato all’ergastolo. Nel dibattimento a carico di Schirripa ed anche nelle intercettazioni del 2015 con il cognato Barresi, Belfiore ha parlato dell’omicidio Caccia come di un ‘tabù’ sul quale non poter parlare. In questo scenario avevo segnalato come era folle pensare che Domenico Belfiore fosse l’unico mandante, perché significava derubricare l’omicidio Caccia quasi ad una vendetta a titolo personale di un boss tutto sommato minore nella storia. Altrettanto impensabile era assegnare un ruolo di particolare rilievo nel 1983 a Rocco Schirripa. Questa che era stata considerata una mia quasi farneticazione in una conferenza stampa del 22 dicembre del 2015, almeno in parte è stata la posizione a cui è arrivato alla fine dei dibattimento il PM titolare del fascicolo, il Dott. Marcello Tatangelo, il quale in requisitoria, nel maggio del 2017, ha concluso dicendo: ‘Abbiamo raggiunto la prova che Rocco Schirripa abbia avuto un ruolo nell’omicidio Caccia, ma questa procura non è in grado di riferire alla Corte quale sia il ruolo svolto da Schirripa nell’omicidio Caccia’. Sulla scorta di questa requisitoria Schirripa è stato giustamente condannato all’ergastolo però vi segnalo la modifica – perché poi all’enormità dei dati probatori bisogna arrendersi – la modifica della prospettazione della procura di Milano. Questo è ciò che è accaduto nel dibattimento a carico di Schirripa. La sentenza è stata poi depositata anche nella sua motivazione ed in sintesi afferma che: è corretta la prospettazione secondo cui Rocco Schirripa ha avuto un ruolo – non sappiamo quale, io ritengo un ruolo gregario – nell’esecuzione dell’omicidio di Bruno Caccia, è vero quel che ha sostenuto il difensore delle parti civili – cioè io – ovvero che ci sono responsabilità ulteriori che sono rimaste fuori dal processo e fuori dagli accertamenti della giustizia. Questa è la situazione rappresentata dalla sentenza – e ritengo a breve ormai –, siamo in attesa della fissazione del giudizio di secondo grado innanzi alla Corte di Assise di appello.

 

Come vi avevo detto furono iscritti ben prima di Schirripa, anche se nei loro confronti alcuna attività di indagine fu svolta, anche Rosario Pio Cattafi e Demetrio Latella. La loro posizione fu stralciata da quella del procedimento a carico di Schirripa e, all’esito di un procedimento nel quale nessuna indagine fu fatta, coerentemente la procura di Milano formulò (nei confronti di Cattafi e Latella, ndr) richiesta di archiviazione. Segnalo un dato, che in realtà avevo già potuto segnalare perché era a nostra conoscenza nel giugno del 2015, che in un’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009 un magistrato della Repubblica, il Dott. Olindo Canali, intercettato mentre parla con uno scrittore, parlando di Rosario Pio Cattafi, segnalò che a casa di Cattafi in occasione di una perquisizione domiciliare era stato rinvenuto un documento contenente il testo di una falsa rivendicazione brigatista sull’omicidio Caccia. Considerate una cosa: è certo e provato che ci furono false rivendicazioni a nome delle brigate rosse ma è altrettanto certo che quelle rivendicazioni avvennero solo con comunicazioni telefoniche ad organi di informazione e ad un cittadino che veniva invitato a telefonare alla stampa. Capite bene, anche chi non è un operatore processuale, qual è il rilievo indiziario del trovare a casa di qualcuno il testo di una rivendicazione telefonica sull’omicidio. Quel magistrato aveva ben ragione di conoscere quel dato perché, durante le prime indagini sull’omicidio Caccia, egli era stato uditore giudiziario del PM titolare del fascicolo, il Dott. Francesco Di Maggio, il quale, come risulta da documentazione processuale insuperabile, aveva legami con Rosario Pio Cattafi, alcuni di essi emersi in una famosa indagine sulla base più importante delle mafie a Milano, l’autoparco di via Oreste Salomone, che – perché poi per fortuna il tempo è galantuomo e le attività giudiziarie anche di altre sedi si incaricano di fornire conferme ai dati di realtà – solo nel 2017 grazie alla DDA di Reggio Calabria nell’indagine ‘ndrangheta stragista, oggi processo a carico di Giuseppe Graviano e Rocco Filippone per gli attentati compiuti fra il ‘93 e il ‘94 nei confronti di alcuni esponenti dell’Arma dei Carabinieri, si è appreso – direi ormai definitivamente – che l’autoparco di via Salomone era la sede ufficiale del cosiddetto ‘consorzio’, espressione con cui i magistrati di Reggio Calabria hanno indicato il vertice, la cupola, comprensiva dei capi di tutte le organizzazioni mafiose operanti non solo in Lombardia ma anche nel Piemonte.

 

Questo è l’esito del procedimento a carico di Rosario Pio Cattafi: c’è stata udienza innanzi al GIP di Milano a settembre, il GIP si è riservato la decisione sull’opposizione che noi abbiamo formulato alla richiesta di archiviazione della procura. C’è un altro procedimento che è tuttora in corso, anche questo concluso dalla Procura con una richiesta di archiviazione, nei confronti di tale Francesco D’Onofrio, importante esponente ‘ndranghetista di questa città con un passato di militanza criminale di estrema sinistra, laddove parlo di militanza criminale perché non si trattava di attività politica ma di rapine per la gran parte, quindi mi viene difficile definirla militanza politica. (Francesco D’Onofrio, ndr) è stato indicato come uno dei killer del Procuratore Caccia da parte di un collaboratore di giustizia che si chiama Domenico Agresta. Su questo filone dei procedimenti ci sarà udienza il prossimo 23 novembre davanti alla stesso GIP di Milano per decidere sulla nostra opposizione alla richiesta di archiviazione.

 

Essendo questo lo stato dell’arte, mi permetto di dire che (è, ndr) particolarmente comprovato come l’operato dell’Autorità giudiziaria milanese sia stato almeno in parte volto a non far emergere tutta la verità creando uno scenario di cartapesta secondo il quale i mafiosi calabresi ed i mafiosi catanesi non facevano reati insieme, e quindi la causale del casinò era falsa. Vi segnalo che Demetrio Latella era uno dei killer prediletti di Angelo Epaminonda e del consorzio nonostante fosse calabrese ed ha commesso, nella sua storia criminale, più di un omicidio in questa città, a partire dall’omicidio di Santa Tommasello, per il quale fu impunito in sede giudiziaria.

 

Rispetto a questo quadro io sono molto sereno nel poter affermare che purtroppo l’omicidio di Bruno Caccia ha pagato pesanti depistaggi e pesanti omissioni nell’attività giudiziaria. Guardate, per darvi modo di averne contezza, vi segnalo una vicenda che è stata rubricata da una sentenza delle Corte di Assise di Caltanissetta del 20 aprile 2017 come uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria della Repubblica italiana, sulla strage di via D’Amelio. Voi sapete che è in corso – io sono difensore di alcune delle parti civili, Salvatore Borsellino ed i figli di Adele Borsellino, fratelli di Paolo Borsellino –, … un processo a carico di un funzionario di Polizia e di altri due poliziotti responsabili, tra gli altri, del cosiddetto depistaggio Scarantino, il falso pentito costruito per inventare una versione della realtà che servisse a negare quello che oggi la sentenza ha scritto, cioè che quella strage non era attribuibile solo a cosa nostra ma anche ad apparati istituzionali in alleanza con cosa nostra. Il fuoco del depistaggio, qualcuno di voi ne avrà letto nella cronaca di queste settimane a proposito delle audizioni che sta compiendo la Commissione parlamentare antimafia del parlamento regionale siciliano presieduta dall’onorevole Claudio Fava, la cifra più rilevante del depistaggio è consistita nell’intervento del SISDE nelle indagini nella persona, tra le altre cose, di Bruno Contrada, e nella persona anche del capocentro del SISDE del 19 luglio 1992.

 

Il capocentro del SISDE (di Palermo, ndr) del 19 luglio 1992 è una persona ben nota Torino perché era stato, prima di essere trasferito a Palermo, il capocentro del SISDE in questa città. Si chiama… è il colonnello Andrea Ruggeri. Bene, la cosa sconcertante, per chi ha letto gli atti del processo Caccia, è che nell’immediatezza lo Stato, l’autorità giudiziaria, delegò le indagini al SISDE. In violazione di legge. Chi conosce la legge istitutiva vigente all’epoca, che risaliva al ’77, e chi conosce la legge di modifica del funzionamento dei Servizi, che risale all’anno 2007, sa che la legge vietava nell’83 e tutt’oggi vieta, alcun rapporto fra magistratura e servizi di sicurezza e informazione. E ciò deriva da un fatto giuridico evidente a chiunque: l’articolo 109 della Costituzione prevede che la polizia giudiziaria è funzionalmente dipendente dal pubblico ministero. Tanto che voi sapete che qualche settimana fa è stata dichiarata incostituzionale una norma che permetteva, anzi, imponeva agli ufficiali di polizia giudiziaria di riferire alla propria scala gerarchica il contenuto delle indagini che svolgevano su delega delle procure della Repubblica. L’incostituzionalità deriva proprio dall’articolo 109. La polizia giudiziaria nelle attività di indagine è funzionalmente dipendente dal pubblico ministero, dalla procura della Repubblica. Analoga norma non esiste ovviamente per i Servizi di sicurezza e informazione. I servizi di sicurezza e informazione erano nell’ ’83 e sono tutt’oggi una emanazione della Presidenza del Consiglio dei ministri. E capite bene che nel sistema italiano è una bestemmia furiosa che le indagini possano essere appaltate alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In realtà la cosa fu ben più scandalosa perché l’illegittimo appalto al SISDE delle indagini sull’omicidio del procuratore Caccia vide un subappalto ancora più scandaloso, perché l’omicidio del procuratore Caccia è stato l’unico delitto nella storia della Repubblica in cui le indagini furono subappaltate ad un mafioso detenuto, Francesco Miano, incaricato appositamente dal SISDE, da un funzionario del SISDE, l’allora capitano Pietro Ferretti. Il fuoco del depistaggio su Via D’Amelio è l’intervento dei Servizi di sicurezza. Badate a quanto le latitudini cambino il senso delle cose: in Sicilia l’intervento del SISDE nelle indagini su Via d’Amelio è sinonimo di depistaggio. 1300 e rotti chilometri più a nord della Sicilia l’autorità giudiziaria ha rivendicato pubblicamente, magistrati della Repubblica hanno rivendicato pubblicamente di essere stati loro ad incaricare il SISDE a svolgere le indagini abusivamente. E in questo va dato il riconoscimento a Paola Bellone, perché voi questo lo leggete alle pagine 47 e 48 di questo libro, dove vedete che c’è un magistrato, che tra l’altro ha poi presentato il libro di Paola Bellone e quindi l’ha riconosciuto ufficialmente – non è che qualcuno si può sognare che è un’invenzione di Paola Bellone – un magistrato ha riconosciuto ufficialmente, riconosciuto nel 2017, di avere delegato lui le indagini al SISDE.

 

Vi ricordate quando vi dicevo delle lacune a proposito delle mancate audizioni dei figli di Bruno Caccia? Benissimo, ce ne è una che è ancora più grave. Perché, se si uccide un Procuratore della Repubblica, chi è che può sapere quali erano le cose più delicate e pericolose di cui si stava occupando se non i suoi colleghi? Bene. Non c’è stato uno, uno solo dei magistrati della procura della Repubblica di Torino del 1983 che si sia presentato spontaneamente all’autorità giudiziaria per testimoniare quello che sapeva. Avevano coordinato sottobanco le indagini ma non si sono mai presentati innanzi ai magistrati che indagavano. E aggiungo: come difensore delle parti civili li ho citati i magistrati della procura della Repubblica di Torino del 1983, perché era banalmente di enorme importanza poter chiedere ai colleghi d’ufficio di Bruno Caccia: “Ma Bruno Caccia le ha mai segnalato di sentirsi in pericolo? Le ha mai confidato che c’era qualcuno degli affari giudiziari di cui il suo ufficio si occupava che lo metteva particolarmente a rischio?” Benissimo, queste domande non le si è potute rivolgere ai magistrati della procura di Torino perché la Corte d’Assise ha ritenuto che fossero temi estranei ad ogni rilievo processuale. E quindi quei testimoni da me indicati, su richiesta del pubblico ministero di non ammettere quei testimoni, quei testimoni non sono stati ammessi.

 

E andiamo all’ultima cosa (…), a dimostrazione delle patologie che ci sono attorno all’omicidio Caccia. Qui ci sono… vedo parecchi giornalisti. Vi ho detto che ritengo alcune cose accadute attorno all’omicidio Caccia scandalose. Forse, evangelicamente, oportet ut scandala eveniant.

 

Nel corso delle indagini nei confronti di Rocco Schirripa, un ruolo decisivo lo ha avuto un mafioso assassino di questa città, il cognato di Domenico Belfiore, Placido Barresi. Nel 2015 Placido Barresi  si trovava in semilibertà. Nonostante ergastolano, ogni mattina presto gli era consentito di uscire dal carcere per svolgere attività lavorativa presso la propria panetteria di Largo Montebello. Ogni detenuto che beneficia, perché è un beneficio penitenziario, della semilibertà, naturalmente deve rispettare delle prescrizioni di condotta particolarmente cogenti, che gli vengono imposte dal Tribunale di sorveglianza che gli ha concesso il beneficio. La principale di queste regole di condotta per Placido Barresi era il divieto di frequentare pregiudicati. Pregiudicati vuol dire anche un pregiudicato per furto di una mela al mercato, per intenderci. Bene, nel corso delle indagini, Placido Barresi, probabilmente nell’utilità di chi voleva mantenere stretto il perimetro degli accertamenti alla sola posizione di Domenico Belfiore e di Rocco Schirripa, si è incontrato ripetutamente con il pregiudicato mafioso Rocco Schirripa. Ma questo lo ha fatto non di nascosto, ma lo ha fatto mentre era intercettato dalla Squadra mobile di Torino, su incarico della procura di Milano. Ora, chi svolge… chi è un operatore processuale fra i presenti sa che, naturalmente, la violazione delle condotte imposte al detenuto semilibero ha un unico possibile esito: la revoca della semilibertà. Benissimo, fino a oggi Placido Barresi non ha perso quel beneficio. Aggiungo: in realtà sono successe cose in epoca successiva ancora peggiori forse, o comunque ugualmente gravi, perché il collaboratore di giustizia ‘ndranghetista, esponente del clan Crea, cioè il locale di ‘Ndrangheta di San Mauro Torinese, Massimiliano Ungaro, ha riferito all’autorità giudiziaria, la DDA di Torino – ma lo ha riferito anche alla Corte d’Assise di Milano, perché sono stato io a citarlo nel processo a carico di Schirripa – ha riferito che i proventi illeciti mafiosi del bagarinaggio dell’anno 2015 della partita Juventus – Barcelona, Champions League, una parte di quei proventi il clan Crea – considerate che il boss Aldo Cosimo Crea e Adolfo Crea oggi sono detenuti a 41 bis entrambi – una parte di quei proventi l’hanno consegnata a Placido Barresi. Ancor più recentemente nelle settimane scorse qualcuno di voi avrà visto la trasmissione “Report”, immagino che qui a Torino sia stata seguita più che in altre città quella specifica puntata, a proposito della gestione, tra le altre cose, della vendita dei biglietti delle partite della Juventus. E avete visto voi con i vostri occhi che il detenuto semilibero Placido Barresi è stato intervistato, e non solo è stato intervistato, ha perfino coltivato utilmente la prospettazione della trasmissione televisiva, dando mostra di avere conoscenza da intraneo degli attuali equilibri della ‘Ndrangheta torinese. Questo è accaduto davanti agli occhi di tutti i cittadini telespettatori. Immagino che anche qualche magistrato in questa città avrà seguito quella puntata di “Report”. Bene, dicevo che oportet ut scandala eveniant. Poiché ho visto troppe disattenzioni colpevoli, se non dolose, nelle vicende che vi ho raccontato e poiché ritengo che ogni operatore processuale, oltre agli stretti doveri professionali, ha anche degli obblighi morali nei confronti della società in cui opera, io stamattina ho ufficialmente, nella inerzia della procura generale di Torino e delle forze di Polizia, ho depositato un apposito esposto con cui ho chiesto che venga revocata, perché è illegittima, perché il mantenimento è illegittimo, che venga revocato il beneficio della semilibertà a Placido Barresi. Considerate che il pubblico ministero che ha sostenuto l’accusa nel processo a carico di Schirripa, il dottor Marcello Tatangelo, oggi è in servizio alla procura generale di Torino, cosicché non si può dire che quell’ufficio giudiziario non è a conoscenza delle cose gravi che vi ho raccontato. Aggiungo, neanche può dirsi all’oscuro la Squadra mobile di Torino, che quegli incontri che violavano le prescrizioni a cui si doveva attenere Placido Barresi li ascoltava in diretta.

 

Io, a commento, anzi, non a commento, nel corso della mia arringa, all’esito del dibattimento del processo a carico di Rocco Schirripa, dissi la seguente frase che oggi ribadisco: Francesco Miano, cioè il boss mafioso che era stato utilizzato dal SISDE per creare i presupposti del processo a carico di Domenico Belfiore, Francesco Miano sta a Domenico Belfiore, esattamente come Placido Barresi sta a Rocco Schirripa. Placido Barresi è stato uno strumento utile a chi voleva perimetrare nel peggior minimalismo gli accertamenti sull’omicidio di Bruno Caccia. E guardate, di questo c’è prova perfino nelle intercettazioni delle conversazioni tra Placido Barresi e Domenico Belfiore. Perché voi non ci crederete ma Placido Barresi non mostrò alcuna paura delle indagini della procura ma mostrò molto fastidio per le indagini difensive del difensore dei familiari di Bruno Caccia. Penso che alla fine forse aveva una qualche, anzi senza il forse, aveva una qualche ragione e questo dato mi fornisce la conferma della coerenza di tutto il quadro che vi ho riferito.

Sono davvero sinceramente (…) orgoglioso di avere conosciuto e di patrocinare le sorti processuali dei familiari di Bruno Caccia e sono davvero doppiamente grato a Paola Caccia per avermi presentato un uomo che è una delle persone che nella mia vita ho più ammirato, che è Mario Vaudano. E sono grato, ho fatto i nomi, ai magistrati che, anche quando non potevano dare aiuto particolare – perché non erano nelle condizioni di essere a conoscenza di elementi per poterci supportare –, ma ci hanno dato tutto il loro supporto morale. Ce ne sono stati altri che hanno scelto un’altra posizione. E, per carità, io rispetto le posizioni di chiunque, naturalmente sempre che non vengano poi qui a dirci che dal 1983 fino al 2015 o 2013 non avevano ancora elaborato il lutto sull’omicidio Caccia e che questo impediva ad alti magistrati, non avendo elaborato il lutto, di poter cercare di capire cosa fosse accaduto intorno all’omicidio Caccia. Questo non lo accetto perché è una balla. Però, e qui concludendo vado alla risposta che devo al professore Sciarrone, guardi che non è esattamente in quel modo, cioè non è che gli scenari patologici – parlo in modo generico – dell’istituzione giudiziaria, cioè di coinvolgimenti di magistrati o di condotte di magistrati poco commendevoli, riguardano solo ciò che era avvenuto fino al 26 giugno del 1983. Perché, guardate, nel documentario prodotto da Libera, l’intervista più intelligente la diede il Dott. Mario Vaudano dicendo: “Guardate che l’omicidio Caccia non è un omicidio che guarda al passato, non è stato commesso per il passato, è un omicidio che guarda al futuro, è stato commesso per ottenere benefici, per salvare, per il futuro, interessi, per impedire che il procuratore Caccia potesse mettersi in posizione di annichilimento di quegli interessi criminali”. E allora guardate che nel processo a carico di Schirripa sono emerse notizie, basta… chi dei giornalisti… qualcuno era presente quando ha deposto il collaboratore di giustizia Vincenzo Pavia, altro cognato di Domenico Belfiore. Bene, i giornalisti sanno… non tutti, non tutte le testate hanno riportato il dato, ma i giornalisti sanno che il pentito Vincenzo Pavia, come aveva fatto già durante le indagini, anzi vent’anni fa quando collaborò con la giustizia, in dibattimento, in udienza pubblica ha parlato di magistrati sui quali… i cui nomi non sono mai comparsi, non erano mai comparsi negli articoli o nei libri come soggetti dei quali dubitare, riferendo circostanze di una gravità colossale senza avere mai smentita. E guardate che Vincenzo Pavia so che è stato arrestato mesi fa credo per rapina, ma nessuno ha mai pensato di attivare nei confronti di Vincenzo Pavia un procedimento per calunnia o di denunciare Vincenzo Pavia per calunnia, per quello che ha riferito su magistrati che hanno retto le sorti della procura delle Repubblica dopo l’omicidio di Bruno Caccia. C’era un magistrato, il cui nome era quello con più evidenza al centro delle spudorate collusioni con il gruppo Belfiore e con gli emissari del gruppo Belfiore, si chiamava Luigi Moschella. Era stato sostituito procuratore a Torino ed era poi stato procuratore capo al tribunale di Ivrea. Bene, su quel magistrato si è scritto e detto giustamente, fondatamente di tutto, perché davvero aveva commesso di tutto. Poi in realtà sono state illustrate molto di più le contiguità ’ndranghetiste, ma nessuno si è interrogato abbastanza su come quel magistrato potesse essere, ed era, in rapporti con personaggi di Cosa Nostra del calibro di Luigi Ilardo, oppure con personaggi criminali che avevano operato anche a Torino e che erano espliciti referenti dei servizi di sicurezza, come Giovanni Chisena. Non ci sono state molte riflessioni su questo, perché anche lì bisogna dare la ricostruzione parziale: Moschella era un magistrato venduto, e lo era, ma il marcio era solo calabrese. Bene, la cosa che mi ha lasciato sconvolto è che io davo per scontato, visto che mai nessun tipo di accertamento era stato minimamente provato, tentato intendo, dall’autorità giudiziaria a proposito di eventuale corresponsabilità nell’omicidio Caccia del Dott. Luigi Moschella, io davo per scontato che fosse morto chissà quanti decenni addietro e, tutto sommato, l’anagrafe evocava come plausibile questa ipotesi. Bene, io, a pochissimi mesi dalla sentenza a carico di Schirripa del luglio 2017, appresi che il Dott. Moschella era appena deceduto. E allora la faccio io la domanda, professore (Rocco Sciarrone, ndr), tutti con grande facilità, anche magistrati, a dire “Moschella era un venduto alle mafie”. Vero. Moschella era un venduto ai responsabili dell’omicidio Caccia, ad alcuni, vero. Moschella aveva interesse all’omicidio Caccia. Abbiamo letto anche questo. Vero. E questa afasia allora da cosa deriva? E ditemi, non è proprio questa afasia, e cioè l’inerzia, l’afasia intendo degli organi giudiziari, l’inerzia dell’autorità giudiziaria, a provare a sondare quella ipotesi? La dobbiamo trovare nei libri ma fuori dalla sede giudiziaria? Quella ipotesi non è mai stata sondata per una omissione lunga 31 anni. Eppure uno pensa: ma gli stessi uffici giudiziari che avevano… che si erano impegnati proprio allo spasimo per perimetrare proprio al gruppo Belfiore l’omicidio, e giusto sul magistrato colluso col gruppo Belfiore evitano qualunque tipo di indagine. La faccio io la domanda oppure marzullianamente do la risposta? E cioè che diventava pericoloso proprio per le aree differenti dalla famiglia Belfiore l’accertamento sulla posizione del magistrato Luigi Moschella. E’ questa la banale risposta. Ma su questa omissione, perdonatemi se forse posso apparire superbo, non sono certo io ad avere responsabilità.

 

Trascrizione degli interventi a cura di Federica Fabbretti e Marco Bertelli

 

 

LINK:

  1. AUDIO DELL’AUDIZIONE DELL’AVV. FABIO REPICI, LEGALE DELLA FAM. DEL PROCURATORE BRUNO CACCIA: AGGIORNAMENTO SU RIAPERTURA DELLE INDAGINI ALLA PRESENZA DELLA FIGLIA DEL PROCURATORE, PAOLA CACCIA (15 NOVEMBRE 2018)
  2. Omicidio Caccia, un giallo senza finale. «Ignorate le indicazioni della famiglia», Fabrizio Gatti, 29 novembre 2018
  3. Bruno Caccia, un omicidio senza giustizia, Fabrizio Gatti, L’Espresso, 3 aprile 2017
  4. ‘Bruno Caccia è stato ucciso per il futuro’, Marco Bertelli, www.19luglio1992.com, 4 luglio 2015

 

 

 

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